Vive la Commune! Ribellarsi senza capi

A 150 anni dalla nascita del “primo governo operaio”, è ancora tempo di riflettere su un evento che tanto ha affascinato l’immaginario e che ancora si presta a interpretazioni diverse.
Giorgio Nieloud
Giorgio Nieloud
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Elles ont pâli, merveilleuses,

Au grand soleil d’amour chargé,  

Sur le bronze des mitrailleuses,

A’ travers Paris insurgé!

Son diventate pallide, magnifiche 

sotto il gran sole carico d’amore, 

impugnando il bronzo delle mitragliatrici attraverso Parigi insorta! 

Sono queste le parole che Arthur Rimbaud dedica alle mani, prima operose e poi ribelli, di una comunarda, Jeanne Marie, un’operaia che si unisce agli insorti e impugna le armi per difendere la Comune di Parigi. Data simbolica di questo evento è il 18 marzo del 1871, quando sul palazzo municipale di Parigi viene issata la bandiera rossa degli insorti.

Censure ed espiazioni

A distanza di 150 anni l’eco della Comune non smette di affascinare, come già accadeva con i poeti e gli artisti contemporanei, eppure il primo esperimento di “governo operaio” della storia resta un evento scomodo. A lungo rimossi, spesso liquidati con poche righe sui libri di scuola, i giorni della Comune hanno assunto, come tutti gli episodi censurati o dimenticati, una connotazione leggendaria, affascinante e controversa. Basti pensare che nel 1873 la Basilica del Sacre-Coeur di Parigi venne innalzata anche per espiare i peccati dei comunardi; l’iscrizione sull’abside dell’edificio recita chiaramente: “Al Cuore santissimo di Gesù, la Francia fervente, penitente e riconoscente”. E pochi sanno che a inizio Novecento la maestosa opera storiografica sul tema dello studioso socialista Prosper-Olivier Lissagaray venne bandita dalle scuole francesi.

Eppure, tolta una manciata di storici specialisti, la Comune rimane un evento ricordato principalmente a sinistra, e più precisamente rievocato nelle piazze. Quelle stesse piazze che negli ultimi tre anni in Francia sono state animate, a più riprese, da chi condivide con i comunardi il sogno del municipalismo e della democrazia diretta.Il prezioso anniversario di questi giorni può essere l’occasione per far luce sulle peculiarità della Comune e restituire questo evento al suo contesto storico preciso, chiarendone il peso e l’importanza politica. 

Ribelli senza capi

A rendere singolare la Comune ci sono elementi che difficilmente troviamo in altri fermenti rivoluzionari dell’Ottocento e del Novecento. In primo luogo è difficile definire politicamente i comunardi: non c’è un leader riconosciuto né tantomeno si può identificare un partito ben definito a guidare gli insorti.  

La Parigi del 1871 è ormai una metropoli variegata e stratificata, popolata da una classe borghese pienamente affermata e, soprattutto, animata da un proletariato davvero articolato. I riferimenti politici dei comunardi sono eterogenei. Da una parte ci sono gli anarchici ispirati dalle idee di Proudhon – che è morto cinque anni prima, ma rimane ancora molto popolare in Francia – a cui si aggiungono poi i socialisti e gli internazionalisti. In un altro schieramento, più radicale e maggioritario, troviamo i marxisti, i giacobini e i seguaci di Auguste Blanqui, che durante la Comune è rinchiuso in prigione, ma è considerato da Marx come il leader più carismatico, mente e cuore del proletariato francese. Le due fazioni – quella socialista proudhoniana e quella giacobino-blanquista – si scontreranno nel Consiglio della Comune il 15 maggio 1871, a sette giorni dall’arrivo delle truppe della repressione nella città, che faranno capitolare l’esperimento comunardo. 

La Comune non ha un leader univoco e riconosciuto. L’assenza di capi può essere dovuta a più fattori: una pluralità ideologica così variegata poteva difficilmente essere guidata da un uomo solo. Due figure molto popolari erano ai margini dei giochi: il giacobino Louis Charles Delescluze era troppo vecchio e Blanqui, come si è detto, era in carcere: l’esercito di Versailles, quello agli ordini del primo ministro Adolphe Thiers, non aveva ceduto all’offerta di scambiarlo con alcuni membri del clero di Parigi, tenuti in ostaggio dai comunardi. Quanto a Louise Michel, che diventerà l’iconica figura del femminismo francese, è necessario precisare che, per quanto i rivoltosi si dichiarassero progressisti, i vertici della Comune non erano certo pronti ad avere una donna come guida politica della rivolta.

Il crollo del bonapartismo

Le radici di lungo periodo della Comune affondano nella Grande Rivoluzione di fine Settecento. Parigi era stata proclamata “Comune insurrezionale” per la prima volta in quel fatidico 10 agosto del 1792, quando c’era stato l’assalto alle Tuileries e l’arresto del re. Era seguita la fase repubblicana e giacobina della rivoluzione e poi il periodo del Termidoro, che aveva creato le condizioni storiche per l’ambizioso progetto politico di Napoleone.  La successiva epoca della Restaurazione, apertasi con il ritorno sul trono dei Borbone, non aveva saputo eliminare del tutto i semi della rivolta dal tessuto sociale parigino. Le barricate di luglio del 1830 erano state un primo assaggio: ne era nata la monarchia costituzionale di Luigi Filippo d’Orleans. Meno di vent’anni dopo il popolo ribelle dei faubourg della capitale era tornato padrone delle strade della città. Parigi si era distinta, nel Quarantotto europeo, per aver tentato ben due rivoluzioni: quella di febbraio, repubblicana e vittoriosa, e quella di giugno, socialista e repressa nel sangue. I fatti del 1848 avevano chiarito che il popolo delle classi lavoratrici parigine non lottava più solo contro il clero e l’aristocrazia, ma aveva dinanzi a sé l’obiettivo di trasformare i rapporti di produzione capitalistici. Nelle città francesi, come avrebbe poi scritto Engels, nella prefazione di La guerra civile in Francia di Marxnessuna rivoluzione poteva scoppiare senza assumere carattere proletario”.

Erano state proprio le trasformazioni sociali, economiche e politiche successive al 1848 ad accompagnare e assecondare l’affermazione di un altro Napoleone: Luigi Bonaparte. Ed è il crollo del “bonapartismo” – che nella felice intuizione di Marx rappresenta quel genere di dittatura più o meno celata, al servizio della borghesia industriale, con tratti progressisti come il suffragio universale e caratteristiche più conservatrici come l’unione tra il potere legislativo e esecutivo – a creare le condizioni per la Comune del 1871.  

Comunardi di fronte a una statua abbattuta di Napoleone (La commune photographiée. Reunion des Musés Nationaux, Paris 2000)

Nell’autunno del 1870 la Francia era stata piegata dalla guerra franco-prussiana, Napoleone III era stato catturato dalle truppe tedesche che circondavano Parigi: il Secondo Impero è al suo epilogo. Il 4 settembre è proclamata la Terza Repubblica, Parigi torna a essere una città brulicante di rivoluzionari e il gelido inverno del 1871 è scandito da scontri di piazza tra i “rossi di Parigi” e l’esercito della Repubblica. Dopo l’ennesimo tentativo di disarmare i ribelli, il 18 marzo l’esercito fraternizza con i federati comunardi, sono – ancora una volta – costruite le barricate, occupati i Municipi e giustiziati due generali. Il 26 marzo sono indette le elezioni: il 28 marzo è proclamata la Comune. 

A scuola di rivoluzione

Per tutta Parigi sventolano drappi rossi con impresso, a caratteri bianchi, Vive la Commune!  

Dopo le elezioni comunali sono organizzate anche le commissioni amministrative che prendono provvedimenti di matrice socialista in materia di debiti, affitti, lavoro, rapporti con la Chiesa e istruzione. Sono sospesi gli sfratti e successivamente anche i pagamenti degli affitti.  

Agli stipendi è imposto il tetto massimo di seimila franchi. L’Assemblea della Comune mantiene uniti il potere legislativo e quello esecutivo. Per qualcuno è un modo per ripudiare il parlamentarismo borghese, per altri è un ultimo retaggio del bonapartismo. 

I due mesi di autogoverno sono terribilmente difficili per i comunardi. Due nemici sono pronti ad allearsi fra loro: l’esercito prussiano che circonda Parigi ormai da mesi e l’esercito di Versailles, quello agli ordini di Thiers, che prepara l’assedio alla città per debellare la Comune.  

Pur nella consapevolezza che il giorno del redde rationem si avvicina, sono attuati i provvedimenti rivoluzionari. 

Paul Martine, operaio rivoluzionario vicino ai vertici della Comune, racconta nelle sue memorie di come, andando scuola per scuola, veniva imposto ai parroci di insegnare non più secondo la dottrina cattolica ma secondo quella rivoluzionaria basata sulla libertà di coscienza. L’istruzione manteneva infatti la sua pluralità: le scuole pubbliche erano affiancate da quelle private e religiose, ma tutte dovevano seguire la dottrina rivoluzionaria.

Gli osservatori del tempo rimproverano sostanzialmente due errori alla Comune. Il primo, evidenziato da Marx, è quello di non aver immediatamente attaccato Versailles per debellare la Terza Repubblica: il ritorno a Parigi dell’esercito di Thiers era infatti inevitabile fin dall’inizio. Il secondo, più peculiare ed evidenziato da Engels, è che i comunardi non si erano impossessati delle casse del governo perché le chiavi erano a Versailles e i comunardi si rifiutavano di forzare le casse, quasi come una forma di rispetto. Venti milioni di franchi arrivano però dalla Banca di Francia: e non mancano le critiche tra i comunardi più radicali per questo atteggiamento nei confronti del tempio del capitalismo; Marx avrebbe di lì a poco sostenuto che era stata una misura necessaria, senza la quale la rivolta sarebbe durata ancora meno.

Barricate dei comunardi a Place de la Concorde (La commune photographiée. Reunion des Musés Nationaux, Paris 2000)

Dopo la Comune

Come noto, l’autogoverno durerà due mesi, fino all’arrivo delle truppe di Versailles il 21 maggio e l’inizio alla Settimana di Sangue. La Comune capitola sulle barricate di Belleville e di Montmartre con una repressione violentissima, sulle cui stime – che si aggirano tra le 10 e le 20 mila vittime – gli storici ancora discutono.  

Nonostante la spietatezza degli atti repressivi abbia frenato lo sviluppo della sinistra francese alla fine dell’Ottocento, l’esperienza della Comune lascia una profonda impronta sulla tradizione socialista francese ed europea e stimola cruciali riflessioni sull’importanza del partito nella fase rivoluzionaria e sul ruolo dello Stato o degli organi di governo nella fase post-rivoluzionaria.  

L’idea utopica di un momento leggendario e ideale – che tanto avrebbe affascinato l’immaginario letterario e politico dei decenni successivi – si scontra con l’effettiva complessità della Comune. Anche per questo, ancora oggi, per gli studiosi è difficile, per quanto affascinante, cercare di collocare la rivolta parigina in uno schieramento politico definito. 

Quella della Comune è, insomma, un’altra storia che, per essere compresa, va raccontata tutta. 

[Ulteriori articoli di approfondimento sulla Comune di Parigi saranno pubblicati su LaStoriaTutta nelle prossime settimane]


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