Viva i partigiani! Liberarsi, ballare

23.04.2020

Il passato aiuta a capire il presente. Ma oggi è vero anche il contrario

di Chiara Colombini - 23 aprile 2020

Torino, 6 maggio 1945. Partigiani del Gruppo mobile operativo delle formazioni GL in piazza Vittorio Veneto nel giorno della sfilata per la Liberazione (Istoreto, fondo Brosio Edoardo, b. C BE 1, fasc. 1)
Torino, 6 maggio 1945. Partigiani del Gruppo mobile operativo delle formazioni GL in piazza Vittorio Veneto nel giorno della sfilata per la Liberazione (Istoreto, fondo Brosio Edoardo, b. C BE 1, fasc. 1)

Oggi come ieri?

In questo tempo di emergenza sanitaria si moltiplicano i riferimenti al passato. Si dice "siamo in guerra" e ci si richiama al secondo conflitto mondiale, perché quella condizione eccezionale fornisce categorie che ci permettono di provare a razionalizzare e comprendere la fase inedita che stiamo attraversando.

È un paragone utile soltanto in apparenza per le condizioni materiali, perché per fortuna non siamo in guerra. Si resta esterrefatti davanti al conteggio quotidiano dei morti e si è colti dalla preoccupazione per le difficoltà economiche che aumentano lasciando prevedere un acuirsi ulteriore delle disuguaglianze sociali; ma non si è costretti a fare i conti con il razionamento del cibo o con la paura dei bombardamenti. Soprattutto, a segnare una differenza radicale, manca un nemico e con esso l'«intenzionalità con cui in guerra viene inflitta la violenza», come ha osservato Gabriella Gribaudi. Piuttosto il riferimento alla seconda guerra mondiale è utile perché mette a fuoco la realtà di una condizione che stravolge le esistenze di tutti, che impone il coinvolgimento di tutti, una dimensione, questa, sconosciuta fino a ieri e che oggi ci spiazza.

A ben vedere, però, è vero anche l'inverso: se il passato può aiutare a capire il presente, il momento che stiamo vivendo ci consegna alcuni strumenti per comprendere meglio - con l'immediatezza delle sensazioni - quel passato. Tenendo a mente le differenze tra il contesto di oggi e quello di ieri, alcune delle emozioni che stiamo provando, per certi aspetti, consentono di attenuare la distanza cronologica e di mentalità che ci separa da quegli anni. Ed è un'opportunità conoscitiva preziosa in occasione del 25 aprile, almeno in tre direzioni.

Torino, giorni dell'insurrezione. Partigiani in piazza Castello, presso il teatro Regio mentre è in corso l'occupazione della Prefettura (Istoreto, fondo Conti Agostino, b. B MAT/ac 9, fasc. 55)
Torino, giorni dell'insurrezione. Partigiani in piazza Castello, presso il teatro Regio mentre è in corso l'occupazione della Prefettura (Istoreto, fondo Conti Agostino, b. B MAT/ac 9, fasc. 55)

Nei panni degli altri

Alla luce delle esperienze che stiamo vivendo, è possibile immaginare molto più concretamente - quasi toccare - quanto coraggio sia stato necessario, tra il 1943 e il 1945, per mobilitarsi ed esporsi al pericolo in prima persona, scegliendo di entrare nella Resistenza. Una scelta (tema su cui hanno scritto pagine importanti Claudio Pavone, Santo Peli e Giovanni De Luna) che allora ha voluto dire dividere la propria vita tra un prima e un dopo, decidendo di ribellarsi e diventare "banditi", di correre il rischio di essere uccisi per questo, e anche - passaggio niente affatto scontato persino in stato di guerra - di ammazzare qualcuno.

Le condizioni di emergenza, non è certo una novità ma lo stiamo sperimentando attimo per attimo nella vita quotidiana, fanno venire a galla ciò che si è, tirano fuori il meglio e il peggio di ciascuno, spesso a distanza ravvicinata. Questa consapevolezza, indossata come un paio di lenti, ci lascia cogliere con sorprendente chiarezza che quelli che hanno compiuto la scelta partigiana non sono "nati" eroi, non sono stati "monumenti" quasi immobili nel tempo, ma persone normali - esseri umani con pregi e difetti, con limiti e grandezze, ciascuno con le proprie paure e il proprio coraggio - che messe alla prova dalla storia hanno dato il meglio di sé (Fieri della Resistenza). Una considerazione in fondo banale, ma capace di riportare al loro spessore reale - imbarazzante - le ricorrenti critiche agli errori, alle improvvisazioni o alle miserie del movimento partigiano.

Infine, un elemento che mi sembra importante sottolineare proprio per il 25 aprile, alla luce delle polemiche che ogni anno, puntualissime, descrivono il momento della Liberazione unicamente come una sanguinaria resa dei conti. Ovviamente decontestualizzandolo del tutto, ignorando di proposito i venti mesi di guerra totale e di guerra civile che lo precedono, così come - prima ancora - i venti anni della dittatura fascista. Una molteplicità di lavori storiografici (tra i quali quello di Mirco Dondi) ha studiato a fondo i molti e complessi fattori che contribuiscono a leggere nelle violenze che si scatenano allora, ma queste costituiscono un aspetto soltanto della Liberazione. Forse oggi abbiamo nuove risorse per guardare meglio l'altra faccia della medaglia. Oggi, mentre ancora non sappiamo quando e come arriverà per noi la liberazione dalla quarantena, pesantissima ma in fondo vissuta al riparo delle nostre case, possiamo percepire distintamente la felicità incontenibile di quel momento, la gioia di sapere che si può tornare a vivere liberi dalla paura. Che allora voleva dire paura di subire l'arbitrio, i soprusi, le violenze degli occupanti nazisti e dei fascisti.

Certo, la gioia della Liberazione arrivava mentre davanti a ciascuno c'erano cumuli di macerie da spalare, ma si sapeva anche che finalmente ci si poteva riappropriare della vita e di tutte le cose, anche semplici, che la rendono bella. In fondo - come ha notato con un'immagine folgorante Giuseppe Filippetta - era per questo che i partigiani avevano scelto, avevano preso «il fucile per poter andare a ballare».

Ada Gobetti, che alla Liberazione viene nominata vicesindaco di Torino, scrive nel suo diario a proposito del 28 aprile (il giorno della definitiva liberazione della città), mentre con le altre nuove autorità sta andando in centro per l'insediamento: «Dalle finestre, dagli angoli delle strade, sparavano ancora, ma la gente, incurante del pericolo, si riversava sulla via al nostro passaggio. - Viva l'Italia! Viva i partigiani! Viva il Cln! - gridavano; e gettavano fiori; e le madri alzavano i bimbi e li tendevano verso di noi, perché vedessero, perché ricordassero». Ricordiamolo anche noi.

Torino, 6 maggio 1945. Partigiani in piazza Vittorio Veneto per la sfilata della Liberazione (Istoreto, Archivio fotografico originario, f-3, fasc. 11)
Torino, 6 maggio 1945. Partigiani in piazza Vittorio Veneto per la sfilata della Liberazione (Istoreto, Archivio fotografico originario, f-3, fasc. 11)