«Vedrete il mondo migliore». Ultime lettere di condannati a morte della Resistenza

05.04.2020

Il 5 aprile del 1944, al Poligono di Tiro del Martinetto di Torino, vennero fucilati dalla Repubblica Sociale Italiana otto componenti del Comitato militare regionale piemontese in un processo nel corso del quale la Resistenza prese coscienza della propria forza. Nelle loro ultime parole troviamo un'immensa consapevolezza del profondo valore della causa per la quale avevano combattuto. 

di Carlo Greppi - 5 aprile 2020

Cerimonia al Poligono di Tiro del Martinetto di Torino, 5 aprile 2012 (fotografia dell'autore)
Cerimonia al Poligono di Tiro del Martinetto di Torino, 5 aprile 2012 (fotografia dell'autore)

Un tempo lontano

«Che andiamo cercando, noi vivi, in queste ultime parole, scritte in un momento in cui l'uomo è sotto il più grave peso di questa vita? E con che diritto leggiamo queste pagine, una dopo l'altra, per trovarci chi sa che cosa, ma certo qualcosa per noi e di noi, con che diritto interpretiamo, confrontiamo e concludiamo?». Enzo Enriques Agnoletti, nella prefazione del 1952 a Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943-25 aprile 1945), si interrogava così sulla vicenda resistenziale, tornando certo con il pensiero alla sorella Anna Maria, dirigente del movimento cristiano-sociale fiorentino torturata e uccisa a giugno del 1944, pochi mesi dopo le parole con cui il fratello aveva descritto su un giornale clandestino l'atmosfera in cui entrambi agivano: «da anni e non da ora soltanto i nostri amici e compagni affrontano morte, prigione, fame e torture per il trionfo di un'idea in cui credono. E seguiteranno ad affrontarli» ("La Libertà, 19 dicembre 1943, citato in Santo Peli, Storie di Gap). Trascorsi otto anni dal sacrificio della sorella, Enriques Agnoletti si poneva un interrogativo profondo, nel momento in cui «troppo ci è vicino quel tempo», scriveva.

Quasi settant'anni dopo quelle righe sofferenti, viene da partire dalle medesime domande, destinate a non darci risposte univoche. Quello che sappiamo è che queste ultime parole - scritte da partigiani quando, «catturati da fascisti o tedeschi, già sanno (anche indipendentemente da una sentenza di tribunale o di comando nemico) che verranno uccisi; o ne hanno il presentimento e manifestamente lo esprimono» - possono essere lette come veri e propri testamenti spirituali. Tra queste righe, anche oggi che da quel tempo ci stiamo inesorabilmente allontanando, troviamo tutte le anime della Resistenza italiana e dei suoi protagonisti, troviamo Dio e troviamo un'altra idea di patria, inclusiva, troviamo la lotta di liberazione e la guerra di classe, troviamo la fermezza degli ideali ribaditi sul punto di morte e il dolore incommensurabile - spesso tra i più giovani - del dover dire addio alle proprie famiglie. Al netto di ogni umana esitazione, troviamo una granitica consapevolezza di fronte a quello che si sta lasciando, perché a permeare ciascuna di queste lettere c'è una commovente convinzione di aver lottato per un paese - in molti casi per un mondo - più libero, e più giusto.

Tra queste righe troviamo anche molte donne, destinatarie degli ultimi pensieri e, sorprendentemente se si pensa a quando il volume fu realizzato, anche autrici di queste ultime lettere. Donne combattenti e donne partigiane: donne condannate a morte come Anna Maria Enriques Agnoletti. Donne come Irma Marchiani, fiorentina poco più che trentenne che, dopo essere stata catturata durante la battaglia di Montefiorino e destinata alla deportazione, riuscì a fuggire e a riprendere la lotta e, nuovamente catturata, venne infine condannata e assassinata. Pochi mesi prima aveva scritto al fratello una lettera in cui emergono, nitide, le ragioni della sua scelta:

Carissimo Piero, mio adorato fratello,

la decisione che oggi prendo, ma da tempo cullata, mi detta che io debba scriverti queste righe. Sono certa mi comprenderai perché tu sai benissimo di che volontà io sono, faccio, cioè seguo il mio pensiero, l'ideale che pur un giorno nostro nonno ha sentito, faccio già parte di una Formazione, e ti dirò che il mio comandante ha molta stima e fiducia in me. Spero di essere utile, spero di non deludere i miei superiori. Non ti meraviglia questa mia decisione, vero?

[...] Nel mio cuore si è fatta l'idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo. Questo richiamo è così forte che lo sento tanto profondamente, che dopo aver messo a posto tutte le mie cose parto contenta.

[...] Saprò fare il mio dovere, se Iddio mi lascerà il dono della vita sarò felice, se diversamente non piangere e non piangete per me.

«Muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse», scrisse infine Irma Marchiani alla sorella, poco prima di essere fucilata.  


Bologna, via Turati. Murale in memoria di Irma bandiera
Bologna, via Turati. Murale in memoria di Irma bandiera

I martiri del Martinetto

Queste sue ultime parole ricordano le lettere che otto uomini scrissero in parallelo, tra il 3 e il 5 aprile del 1944. Facevano parte del Comitato militare regionale piemontese, un organo composto da politici e ufficiali - sotto la guida del Comitato di Liberazione Nazionale - che aveva il compito di coordinare le bande armate, disciplinarle, organizzare i rifornimenti, pianificare la guerriglia, stabilire collegamenti con gli Alleati, risanare le divergenze politiche e operative, smistare informazioni, distribuire fogli clandestini, studiare i piani per l'insurrezione generale. Vennero in gran parte catturati il 31 marzo del 1944 in piazza del Duomo, a Torino, e processati nei giorni successivi. Una telefonata da Salò, forse dal duce in persona, chiese alle autorità torinesi di fare presto: si voleva un'azione esemplare per dimostrare all'alleato nazista che i fascisti sapevano fare sul serio. La Repubblica sociale italiana imbastì così un processo drammatico per decapitare la lotta clandestina, nel corso del quale - paradossalmente - il movimento resistenziale prese coscienza della propria forza. Alcuni erano riusciti a sbarazzarsi di documenti scottanti, altri no. Non era necessario che il processo fosse una farsa: le prove, per la Repubblica di Mussolini, erano schiaccianti. I militari e i rappresentanti dei partiti di sinistra che furono condannati a morte vennero fucilati a un altro Poligono di tiro, quello del Martinetto di Torino, all'alba del 5 aprile 1944.

Lettera di Quinto Bevilacqua al fratello (fonte: ultimelettere.it)
Lettera di Quinto Bevilacqua al fratello (fonte: ultimelettere.it)

«Babbo mio caro, non avrei mai creduto che fosse così facile morire», scrisse il militare Franco Balbis; «Non piangete per me perché nemmeno io piango mentre vi scrivo e vado incontro alla morte con una risolutezza che non mi sarei mai creduto, perciò siate forti, e fate capire ai miei fratelli queste mie precise parole», gli fece eco l'operaio socialista Quinto Bevilacqua rivolgendosi ai genitori; «Se Dio c'è, Esso non potrà scacciarmi lontano. Ricordami. Addio», scrisse il bibliotecario Giulio Biglieri a un amico. Il ventottenne Errico "Erich" Giachino si rivolse così alla sua fidanzata: «Mi devi scusare se non ho potuto dedicare a te negli ultimi tempi tutto il tempo che avrei voluto, ma tu sai il compito al quale mi ero dedicato per un fine superiore e per il bene della nostra Patria, fine di cui non mi pento anche se in questi giorni ed in questo periodo sono condannato a morte»; Massimo Montano, ventiquattrenne, lasciò invece le sue ultime lettere alla moglie, che era incinta:   

Staccarmi da questa terra non lo sento tanto duro quanto invece sento un profondo dolore lasciarti sola, Tu che in questi momenti in special modo avevi bisogno della mia compagnia. Perdonami Mene carissima e sappia rassegnarti al triste destino tuo e mio.

Ti consoli almeno il fatto che muoio sereno in grazia di Dio, non per fatti imputabili proprio a me stesso e che non tremerò.

La giustizia divina che sarà imparziale giudicherà nel giorno del giudizio i miei atti.

«Cara Gisella, quando leggerai queste righe il tuo papà non sarà più», scrisse il comunista Eusebio Giambone alla figlia, aggiungendo: «Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale di essere vissuta quando si ha un ideale, quando si vive onestamente, quando si ha l'ambizione di essere non solo utili a se stessi ma a tutta l'Umanità»; alla moglie Luisetta disse: «Sii forte per te, per Gisella, sono certo che lo sarai, come sono certo che vedrete il mondo migliore per il quale ho dato tutta la mia modesta vita e sono contento di averla data».

Il generale Giuseppe Perotti, padre di tre figli, dopo essersi fatto carico di tutte le accuse tentando di salvare gli altri, senza riuscirci, lasciò la sua ultima lettera alla moglie:

Renza mia adorata,

è la intestazione delle molte lettere che io ti ho inviato: anche questa non deve essere diversa dalle altre anche se non potrò più in questa vita farle seguito. differenza della grande maggioranza di noi morta li mi è dato sapere che fra poche ore morirò ti posso assicurare che ciò non mi spaventa. Non credevo così facile adattarsi all'idea del trapasso. Ma se penso non a me che me ne vado ma a voi che restate, allora un supremo sconforto mi assale ed un dolore immenso per il male che vi faccio. Non io sono la vittima ma voi che restate, voi che dovete sopportare il tremendo retaggio di una vita da affrontare senza quel piccolo aiuto che ho cercato di darvi. Io muoio, te l'ho già detto, tranquillo. Ho la coscienza di aver voluto a te, alle mie creature belle tutto il bene che il mio cuore era capace di dare e voi mi avete dato tante gioie ed un immenso desiderio sempre di avervi vicini, di godervi, di sentirvi. Gli anni che hai passato con me sono stati per te di sacrificio, ma non era in me l'intenzione che fossero tali. Il destino ha voluto così e il destino è imperscrutabile. Bisogna accettarlo. Io mi considero morto in guerra, perché guerra è stata la nostra. Ed in guerra la morte è un rischio comune. Non discuto se chi me la darà ha colpito giusto o meno: si muore in tanti ogni giorno ed i più innocentemente; io almeno ho combattuto. [...] Prendo congedo da voi come spero comprenderete attraverso le mie pagine mal scritte, anche perché la luce è molto scarsa, con serena tranquillità. Non ho l'impressione di andarmene per sempre, ma di allontanarmi come ho sempre fatto, di sognare in viaggio voi e la mia casa e di pensare al mio ritorno in famiglia. Sono certo che questo senso di serena fiducia mi accompagnerà fino all'ultimo momento. [...] Di nuovo, creature mie, tanti tanti baci e tutti gli auguri che un cuore di padre affettuoso ed amante può formare per immaginarvi felici e contenti.

Ed io sono certo che vivrete felici e contenti e continuerete sempre a ricordarvi del vostro

Papà

«Il mondo migliorerà, siatene certe», scrisse a moglie e figlia il professore universitario Paolo Braccini, che aveva costituito le prime bande partigiane del Partito d'azione nel Torinese. Alla figlia lasciò queste parole strazianti, parole che andrebbero scolpite a caratteri cubitali all'ingresso di ogni scuola, di ogni edificio pubblico d'Italia, per ricordarci di quella stagione di lotte e di commovente slancio, etico e politico:

Gianna, figlia mia adorata,

è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.

Sarò fucilato all'alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno.

Largo Paolo Braccini a Grugliasco (TO)
Largo Paolo Braccini a Grugliasco (TO)

Riferimenti bibliografici

C. Chiavazza, Camminarono sulla linea dell'onore. Il processo di Torino 2-5 aprile 1944, SPE, Torino 1964.

V. Fusi, Fiori rossi al Martinetto, Mursia, Milano 1968.

S. Geuna, Le rosse torri di Ivrea. Le mie prigioni di un combattente della Resistenza, Mursia, Milano 1977.

M. Giovana, La Resistenza in Piemonte. Storia del CLNR egionale, Milano, Feltrinelli, 1962.

P. Greco, Cronaca del Comitato Piemontese di Liberazione Nazionale, in Aspetti della Resistenza in Piemonte, ISRT, Società Editrice Torinese, Torino 1950, pp. 107-154.

P. Malvezzi e G. Pirelli (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945), Einaudi, Torino 1952).

G. Pansa, "Viva l'Italia libera!". Storia e documenti del primo Comitato militare del C.L.N. Regionale piemontese, Città di Torino / Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti", Torino 2004 (I ed. 1964).

* La raccolta delle lettere era stata compiuta in collegamento con l'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. L'INSMLI - ora Istituto nazionale Ferruccio Parri - continua a svolgere un lavoro fondamentale per la ricostruzione e la conservazione delle vicende resistenziali, e anni fa ha messo online le lettere riunite a suo tempo da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli e più volte ripubblicate.