Un'utopia stroncata. Il socialismo di Allende e l’11 settembre 1973

La transizione al socialismo di Salvador Allende ha rappresentato un'utopia possibile, un'esperienza opposta al militarismo di stampo guevarista e alla rivoluzione castrista. L'emblematico e cruento golpe dell'11 settembre 1973 ha cambiato il corso della storia non solo per il popolo cileno, aprendo la strada a una delle più feroci dittature militari degli anni Settanta, ma è stato un chiaro segnale per tutte le forze progressiste internazionali: un socialismo democratico non era ammissibile.  

di Andrea Mulas - 11 settembre 2020

Salvador Allende, Santiago de Chile 24 ottobre 1970 (fonte: annurtv.com)
Salvador Allende, Santiago de Chile 24 ottobre 1970 (fonte: annurtv.com)

«Bisognava colpirlo, mitragliarlo, perché mai si sarebbe dimesso dalla carica che il popolo gli aveva assegnato» (Pablo Neruda)

 «Voi siete gli autori materiali della morte del Presidente Allende e il popolo cileno non permetterà mai di essere governato da una squadra di criminali al soldo dell'imperialismo nordamericano. L'imperialismo ha ora il vantaggio che i marines non devono sbarcare da nessuna parte in America Latina perché hanno già chi fa il loro servizio; come già in Brasile con servitori fedeli ed efficienti». Il telegramma che Gabriel García Márquez invia al generale Augusto Pinochet a poche ore dall'efferato golpe che coglie di sorpresa Santiago del Cile con il bombardamento del palazzo presidenziale contiene la cruda e corretta analisi di quel drammatico evento. Pochi mesi dopo il colpo di stato, l'autore colombiano scrive un testo dal titolo significativo Chile, el Golpe y los Gringos, dona i diritti alla resistenza cilena e promette che non avrebbe più scritto romanzi fino alla cacciata di Pinochet (impegno che per fortuna non manterrà). La ricostruzione di "Gabo" fotografa la realtà: racconta gli incontri segreti dei militari cileni con gli emissari del Pentagono, esalta le conquiste sociali ed economiche del governo di Unidad Popular (Up), denuncia il sistema repressivo che si scatena dopo il golpe.

Le poche immagini che filtrano dell'11 settembre 1973 fanno il giro del mondo. Asserragliati nel Palacio de La Moneda, simbolo della costituzionalità cilena, ci sono il presidente Allende, che rifiuta il salvacondotto offerto dal generale traditore e non ne uscirà vivo, e gli uomini della sua scorta. Le sue ultime parole sono divenute patrimonio della memoria collettiva: «La storia non si arresta né con la repressione né con il crimine. Questa è una tappa che sarà superata [...]. Questo è un momento duro e difficile. Ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori».

Kissinger contro la via cilena al socialismo

Perché eliminare un presidente della repubblica eletto democraticamente? In un Memorandum del 5 novembre 1970 Henry Kissinger coglie immediatamente le potenzialità del progetto allendista e scrive al presidente Nixon che si trovano di fronte a «una delle rivalità più serie che abbiamo affrontato nell'emisfero». Come ammetterà anni più tardi il capo del Dipartimento di stato, «nel 1973 non c'erano alternative [...] gli Stati Uniti non potevano permettersi di perdere il Cile». Nelle decine di migliaia di pagine di documenti, desecretati dall'amministrazione Clinton e consultabili nel National Security Archive, emerge ormai chiaramente il ruolo del Dipartimento di stato, del Pentagono e della Cia.

Il primo colpo per destabilizzare e impedire l'elezione di Salvador Allende è il rapimento, nel 1970, del generale René Schneider, comandante in capo dell'esercito fedele ai dettami costituzionali, che muore pochi giorni dopo il blitz a seguito delle ferite riportate. Il triennio seguente sarà un susseguirsi di azioni, attentati e depistaggi ad opera di gruppi eversivi di estrema destra, con la complicità di apparati dello Stato e dell'amministrazione Nixon, che acuiranno lo scontro politico-sociale. Solo in seguito emergerà nella sua interezza il disegno cospirativo. L'unica transizione democratica al socialismo conosciuta nell'emisfero occidentale viene così schiacciata sotto il tallone delle forze armate cilene con il placet e il sostegno economico-militare degli Stati Uniti e nel silenzio dell'Unione Sovietica.

Il progetto politico, economico e sociale di Allende è sicuramente ambizioso, ma non irrealizzabile. Un marxista atipico, impegnato a «spezzare le catene» dello sfruttamento attraverso le regole del gioco democratico. Lo scopo è noto: «Le forze popolari unite individuano come obiettivo centrale della loro linea politica la sostituzione dell'attuale struttura economica per porre fine al potere del capitale monopolistico interno e internazionale e del latifondismo, in maniera da iniziare la costruzione del socialismo».

Causa ML marxista-leninista, n. 13
Causa ML marxista-leninista, n. 13

Socialismi

Socialismo. Il subcontinente da un decennio è dilaniato dalle diverse e talvolta contrastanti declinazioni (e storture) del "socialismo" che hanno assunto per lo più espressioni di lotta armata, assumendo come esempio il "modello" dell'esperienza cubana (l'interpretazione guevarista di Régis Debray docet): dalla guerriglia peruviana a quella di Turcios Lima in Guatemala, dai Tupamaros uruguaiani alle Forze armate di liberazione nazionale di Douglas Bravo in Venezuela, proseguendo per il Paraguay, l'Argentina e l'Ecuador. Ma la "via cilena" e il "modello cubano" sono due esperienze distanti, due concezioni opposte di presa e di gestione del potere. Una elettorale, l'altra militare. Una repubblica presidenziale, l'altra "repubblica socialista" (ma solo dal 1962, tre anni dopo la rivoluzione!). Una è compressa dalla divisione geopolitica, l'altra si muove nella sfera d'influenza sovietica.

Al di là della retorica, l'11 settembre 1973 non viene solo bruscamente interrotta l'esperienza della "transizione al socialismo" cilena, che pure avrà delle conseguenze incalcolabili e drammatiche, non solo si spiana la strada a una feroce dittatura che durerà quindici anni, ma viene dato un segnale chiaro e inequivocabile a tutte quelle forze progressiste del continente latinoamericano ed europee che avevano guardato con interesse all'inedita formula politica allendista per un'eventuale riproposizione, ossia la coalizione di forze di sinistra dell'Unidad Popular. Primo fra tutti ad accorgersene è il segretario del Pci Enrico Berlinguer che aveva seguito con particolare attenzione l'evolversi della situazione cilena. All'indomani del violento epilogo affida le sue Riflessioni sull'Italia dopo i fatti del Cile al settimanale "Rinascita" (28 settembre, 5 e 12 ottobre) dove chiarisce ai partiti e ai militanti dell'area di sinistra che per costruire e preparare le basi di un «modello nuovo di socialismo» nel quadro della divisione geopolitica bipolare è indispensabile «un articolato schieramento di alleanze, interi gruppi di popolazione, movimenti di opinione, le forze della cultura», per raggiungere «obiettivi non solo economici e sociali, ma di sviluppo civile, di progresso economico, di affermazione della dignità della persona, di espansione delle molteplici libertà dell'uomo». In Cile non era stato possibile comporre questo puzzle che in Italia avrebbe costituito il fondamento della strategia del "compromesso storico".     

La morsa dell'imperialismo

Diciamo subito che all'indomani della vittoria alle presidenziali del settembre 1970, considerato lo scarto di soli 40 mila voti rispetto al candidato delle forze di destra e il contesto in cui si sarebbe mosso, il mandato di Allende partiva in salita anche perché la Democrazia cristiana - perno del sistema politico cileno da decenni - si era spaccata proprio in sede di votazione presidenziale.

Quando l'Unidad Popular assume il governo, il Cile vive una profonda crisi economico-sociale. L'impianto economico è caratterizzato da un'alta concentrazione monopolistica con 150 imprese che controllano il mercato composto da 30.500 industrie private e un'economia agraria ancora strutturata sul latifondo. Risulta che nel 1970 il 50% della popolazione (proletari e poveri) usufruisce appena del 16,1% del reddito nazionale, il 45% (classe media) dispone del 53% e il 5% (abbienti) gode del restante 30%. È una società che privilegia fortemente la cristallizzazione delle diseguaglianze. Per questo motivo il primo passo del presidente Allende è la riappropriazione della risorsa naturale più importante del paese, ovvero il rame. Il Cile fino ad allora era stato un ricco bacino per gli interessi statunitensi: nel 1970 le esportazioni di rame rappresentavano circa l'81% della media annuale e ben l'80% della produzione minerale era ancora sotto il controllo di imprese straniere, soprattutto statunitensi, l'Anaconda Company e la Kennecott Copper Corporation, che in un regime fiscale privilegiato e sproporzionato da diversi anni controllavano l'industria nazionale del rame. Si pensi che il governo precedente aveva permesso che le imprese minerarie vendessero al Cile i suoi stessi giacimenti di rame, e inoltre lo Stato si era fatto carico dei debiti assunti dalle multinazionali per un ammontare di 722 milioni di dollari!

Cobre cileno
Cobre cileno

Nel rispetto della legalità, il governo di Allende mette così in campo diverse azioni per tornare al controllo statale della produzione industriale di rame, ferro e carbone e al potenziamento della riforma agraria, che alla luce dei risultati raggiunti sarà quella più incisiva di tutta l'America latina negli anni Settanta. Ma questo non basta per spezzare il vincolo di dipendenza. Il prezzo del rame crolla a picco sui mercati internazionali, e le banche statunitensi ed europee bloccano le linee di credito al governo "marxista" cileno. Questa asfissia finanziaria si traduce, viste le caratteristiche di dipendenza dell'economia nazionale, in una drastica limitazione delle importazioni di medicinali, generi alimentari, materiali di ricambio industriali.

La «catastrofe», così è definita dall'economista brasiliano Theotonio Dos Santos, prossima all'iper-inflazione, disorganizza completamente l'economia e rende impossibile qualsiasi pianificazione della produzione nazionale. Le destre, con il sostegno della curia, affossano anche il progetto di riforma scolastica (Escuela nacional unificada, Enu) che ha la sua ragion d'essere nell'oggettivo stato di arretratezza del sistema cileno e nei privilegi per una cerchia ristretta di popolazione che si sono sedimentati negli anni; l'Enu punta alla democratizzazione dell'educazione garantendola a tutti gli strati sociali. Dalla scuola dell'infanzia fino all'università la sconfitta dell'analfabetismo avrebbe rinvigorito di settori popolari i sistemi produttivi e culturali della nuova società (ancora oggi l'istruzione tanto secondaria quanto universitaria rimane tra le più costose dell'America latina).

Manifesto elettorale dell'Unidad popular.
Manifesto elettorale dell'Unidad popular.

L'ondivago cammino rivoluzionario dell'Up sostiene le classi più disagiate ma va anche a intaccare i privilegi dell'altra metà della popolazione che però è parte attiva del circuito politico, militare e mediatico, sebbene elettoralmente minoritaria come dimostrano le elezioni politiche del 1973. Nonostante la vittoria dell'Up, lo scontro è infatti frontale. Non mancano espressioni di forza delle eterogenee organizzazioni dell'estrema sinistra che non ottengono altro se non prestare il fianco ai proclami delle destre di imminenti (quanto infondati) pericoli "marxisti". Alla polarizzazione della società corrisponde, in parallelo, la molecolarizzazione dei partiti dell'Up. La fascia dei ceti medi è antioperaia, come è tipico in molti paesi del Terzo Mondo, ha come modello di vita quello americano e nutre «un disprezzo zoologico per il povero», per usare un'espressione di Renato Sandri che rende bene il concetto.

La tornata elettorale di marzo, che non scalfisce il consenso di Allende, rappresenta però il punto di non ritorno per l'esperienza dell'Up, perché è ormai chiaro alle destre che, nonostante le numerose difficoltà del governo, non sarebbero riuscite a destituire il presidente. Con l'avanzata delle sinistre diventa quindi necessario ricorrere a metodi extraparlamentari e illegali. Nelle settimane che seguono le votazioni, gli eventi escono definitivamente dai binari della politica e precipitano. Si assiste all'escalation di rappresaglie, agitazioni sociali, trattative politiche ormai logore, fino al sollevamento di alcuni militari che il 29 giugno puntano 8 carri armati contro La Moneda e il ministero della Difesa. Al termine degli scontri a fuoco nelle strade di Santiago del Cile si contano 22 caduti tra civili e militari. La secolare democrazia cilena è ferita a morte.  

Posto di blocco
Posto di blocco

«Durante il volo, l'aereo cade giù vecchio mio»

Pinochet offre una via d'uscita al presidente Allende, che rifiuta. Quell'11 settembre in poche ore tutto il paese è sotto il controllo delle forze armate. I carri armati invadono le strade, lo Stadio nazionale di Santiago viene trasformato in un vero campo di concentramento (ne verranno aperti altri in tutto il paese), i cileni si accalcano sulle mura delle ambasciate per trovare salvezza. È il caso, ad esempio, del consolato italiano, che aiuterà centinaia di persone, come ricostruito anche recentemente da Nanni Moretti nel docufilm Santiago.

Nel paese non si registrano scontri cruenti a dimostrazione del fatto della totale assenza di organizzazione militare delle forze di estrema sinistra, accusate nei mesi precedenti di operare nell'oscurità per preparare il colpo di stato marxista! Fino a quel giorno il Sudamerica aveva conosciuto le dittature paraguayana, uruguayana e brasiliana, ma il regime di Pinochet rappresenterà un cambio di passo nell'esercizio militare del potere, sdoganando l'uso della tortura sistematico per eliminare le opposizioni.

Eppure i presupposti si conoscevano. Agli inizi del Novecento Argentina e Cile erano ricorse al supporto tedesco per riformare il proprio esercito, mentre un gran numero di ufficiali latinoamericani si era recato sul Reno per svolgere operazioni di addestramento. Si verificò quindi, in seguito, la "germanizzazione" degli apparati militari anche in Colombia, Venezuela, Ecuador, Salvador e Bolivia, i cui militari avevano frequentato lunghi periodi di addestramento anche nell'Italia fascista.

Il regime guidato da Pinochet, a partire dal 1975, per rendere ancora più infernale la repressione, opera anche attraverso la rete transnazionale dei servizi di intelligence, di polizia e altri corpi paramilitari di Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile, Perù e Bolivia denominata "Plán Cóndor", il cui obiettivo consiste nel sequestrare, torturare, assassinare, far scomparire gli oppositori della dittatura. Il "terrorismo di Stato" instaurato dai militari per soffocare i "sovversivi marxisti" costerà al popolo cileno circa trentamila vittime di tortura e quattromila omicidi politici.