Una vita partigiana. In memoria di Manolis Glezos (1922-2020)

La Ciurma - 30 marzo 2020

Ci ha lasciati il combattente per la libertà che nel 1941 accese la speranza d'Europa strappando la bandiera nazista dall'Acropoli.

Novembre 2017. Manolis Glezos commemora i morti della rivolta del Politecnico di Atene che, nel 1973, aprì in Grecia la strada alla caduta del "regime dei colonnelli"  (Fonte: greekreporter.com)
Novembre 2017. Manolis Glezos commemora i morti della rivolta del Politecnico di Atene che, nel 1973, aprì in Grecia la strada alla caduta del "regime dei colonnelli" (Fonte: greekreporter.com)

La ribellione della bandiera

Sapevano di rischiare la vita, ma dovevano farlo. Era da un mese che ci pensavano e ogni giorno che passava era un giorno di troppo. E alla fine lo avevano fatto. Insieme, tutti e due, si erano arrampicati lassù, sull'altura che domina la città di Atene.

Era il 30 maggio del 1941: Apostolos Santas e Manolis Glezos, diciannovenni e già militanti del movimento antifascista greco, si erano decisi a salire sull'Acropoli. Lì avevano strappato la bandiera con la croce uncinata nazista e l'avevano prontamente sostituita con il vessillo nazionale.

Soldati tedeschi in procinto di issare la bandiera nazista sull'Acropoli
Soldati tedeschi in procinto di issare la bandiera nazista sull'Acropoli

Dare un segnale alla popolazione greca era stato il loro pensiero. La ribellione ha bisogno di azioni, come di simboli. E quel gesto era stato entrambe le cose. Era stata una freccia che colpisce il centro del bersaglio. Aveva manifestato la necessità della lotta di tutto il popolo greco contro il flagello nazi-fascista, ma aveva dato una speranza anche a tutta l'Europa. Il mostro era vulnerabile.

E così gli eventi futuri avrebbero dimostrato che, in Grecia, come in tutta la penisola balcanica, la resistenza partigiana era in grado di essere una costante spina nel fianco del progetto di dominio europeo di nazisti e fascisti.

Glezos e Santas erano stati veloci a sfuggire alla cattura, quanto lo erano stati nel compiere la propria azione. La condanna a morte nei loro confronti per l'oltraggio arrecato agli occupanti nazisti era avvenuta in contumacia. Nei mesi a venire i due avrebbero dato il proprio contributo all'organizzazione della resistenza, entrando nelle fila dell'EAM, il Fronte di Liberazione Nazionale. Avrebbero spesso sfiorato la morte - Glezos per due volte catturato e torturato e sempre miracolosamente scampato all'esecuzione - e poi avrebbero preso parte alla guerra civile successiva alla liberazione.  

Manolis Glezos e Apostolos Santas (znews.gr)
Manolis Glezos e Apostolos Santas (znews.gr)

Persecuzioni e impegno politico

Ancora dalla stessa parte della barricata, i due avrebbero patito le persecuzioni contro gli esponenti della sinistra messe in campo dal governo monarchico greco. Quella stessa bandiera nazionale greca che loro due, i diciannovenni ribelli dell'Acropoli, avevano sollevato dal fango in cui l'avevano gettata i collaborazionisti del nazifascismo, era stata agitata nel dopoguerra contro di loro e contro il loro credo politico, fondato sull'internazionalismo. Li si accusava di essere nemici della Grecia, loro che la patria l'avevano difesa nei momenti più bui. E così processi, carcere, confino politico, esilio avevano segnato le traiettorie biografiche di entrambi.

Era stato Glezos il più attivo politicamente dei due; Santas, tornato dall'esilio in Canada, era rimasto defilato rispetto alla scena pubblica. Glezos, invece, dopo la caduta del regime dei colonnelli che lo aveva duramente perseguitato, era stato tra i protagonisti della rifondazione dell'EDA (l'Unione delle forze democratiche di sinistra). Come indipendente era stato eletto più volte tra le fila dei socialisti del PASOK, ma poi aveva lasciato il partito in opposizione alla deriva liberista dell'organizzazione, dedicandosi a un esperimento di democrazia radicale sull'isola di Naxos, nel villaggio di cui era originaria sua madre. A fine anni Novanta aveva però appoggiato la nascita della coalizione della sinistra radicale Synaspismos, da cui poi sarebbe sorta Syriza. Era tornato a calcare la scena pubblica con più frequenza dopo il 2010-11, con la crisi dei debiti sovrani che dettava l'agenda politica nei paesi dell'Europa mediterranea, Grecia su tutti.

Glezos in piazza ad Atene nel febbraio 2012
Glezos in piazza ad Atene nel febbraio 2012

Ancora in lotta

Chissà se, nel febbraio del 2012, il poliziotto greco che lo tirava per la giacchetta sapeva chi fosse quel ribelle ormai novantenne. Era al corrente che stava strattonando Manolis Glezos?

La foto aveva di nuovo fatto il giro del mondo. L'eroe dell'Acropoli che veniva malmenato dalla polizia del suo paese. Apostolos Santas era morto l'anno prima, dei due restava solo Glezos. Ma l'immagine dell'anziano partigiano nel mezzo delle proteste non aveva commosso l'Europa. Almeno non abbastanza. In quel febbraio 2012, Glezos era in piazza per l'ennesimo sciopero generale contro le misure di austerity imposte al suo paese dalla "Troika" (FMI, BCE e Commissione Europea). Era la cura "lacrime e sangue" che i "falchi" dei conti in ordine comandavano ai paesi del sud Europa: tagli allo stato sociale, riforme delle pensioni, privatizzazioni nei settori pubblici. Glezos era stato perennemente in prima fila tra coloro che contestavano l'applicazione draconiana delle misure di austerity, perché - era chiaro a chi come lui si era battuto da sempre per la giustizia sociale - queste avrebbero colpito e distrutto le classi più povere. Ed era altrettanto chiaro a chiunque non fosse accecato dal furore ideologico del "rigore" e dei "conti in ordine" che la Grecia doveva essere l'esempio su cui modellare il riordino di tutta l'Europa.

Sull'onda della crescente opposizione alle misure di austerità, Glezos era stato eletto, ormai ultranovantenne, al Parlamento Europeo, con il record di quasi mezzo milione di preferenze (su un totale di poco più di sette milioni di voti validi). Era il viatico alla vittoria di Syriza alle legislative dell'anno dopo, quando era sembrata accendersi la speranza per chi - come Glezos - credeva che l'Europa potesse essere qualcosa di diverso da una gabbia fondata sul rigore economico e sulle politiche liberiste. Era un'illusione. Nonostante i greci avessero respinto con un referendum, nel luglio del 2015, l'ennesimo durissimo diktat imposto dall'Eurogruppo e basato su tagli e riforme strappalacrime, il governo di Syriza aveva ceduto e firmato il memorandum. A quel punto Glezos non aveva esitato a chiedere scusa a tutto il suo popolo, affermando che Syriza aveva fallito. Sulla Grecia, e sulle speranze in essa riposte, si erano così spenti i riflettori.  

Per non dimenticarli, per non dimenticarlo

Oggi, 30 marzo 2020, Manolis Glezos ha lasciato questa terra. I giornali di tutto il mondo lo commemorano, come abbiamo fatto anche noi, per quel gesto leggendario compiuto nel 1941 insieme al compagno Santas. Ci piace però aggiungere al ricordo le parole con cui terminò un'intervista con The Guardian nel novembre 2014.

Il giornalista gli aveva chiesto cosa lo spingesse ancora, alla sua età, a candidarsi alle elezioni, a battersi per le cause perse, a scendere in piazza in mezzo ai lacrimogeni. 

Lei pensa che l'uomo qui di fronte sia Manolis Glezos, ma si sbaglia. Io non sono lui. E io non lo sono perché non ho mai dimenticato che ogni volta che qualcuno stava per essere giustiziato, diceva «Non dimenticarmi. Quando dirai "buongiorno", pensami. Quando alzerai un calice, ricorda il mio nome». Ed è questo che sto facendo, mentre parlo con lei o mentre faccio qualunque altra cosa. L'uomo che vede qui di fronte a lei rappresenta tutti loro. E tutto quello che faccio è per non dimenticarli

E noi non vogliamo dimenticare Glezos e cosa ci ha insegnato. Anche nell'ora più buia, quando direte «buongiorno», quando alzerete un calice, pensate anche a lui.