Una donna controvento. Ada Prospero Marchesini Gobetti e la Resistenza

17.04.2020

La Liberazione vista da una straordinaria protagonista del Novecento italiano.

di Chiara Colombini e Carlo Greppi - 17 aprile 2020

La celebre fotografia di Ada Prospero Marchesini Gobetti sulla copertina del "Diario partigiano"
La celebre fotografia di Ada Prospero Marchesini Gobetti sulla copertina del "Diario partigiano"

Il coronamento di un impegno di vent'anni

Il cielo grigio e mutevole nei giorni scorsi, s'era definitivamente schiarito; il sole d'aprile illuminava sui viali gli alberi superstiti adorni di gemme nuove, le case più o meno straziate, le strade e le piazze su cui la gente timidamente ricominciava a muoversi. A misura che avanzavo verso la periferia, più fitte si facevano le bandiere; donne, uomini, fanciulli, si chiamavan festosamente, mentre le esponevano, da una casa all'altra; e chi aveva tagliato via lo stemma sabaudo, e chi l'aveva coperto con un pezzo di stoffa o di carta, e chi s'era limitato a metterlo a testa all'ingiù. Le campane delle chiese suonavano a festa. I passanti, pur senza conoscersi, si scambiavan notizie, saluti, grida di evviva e di gioia, talvolta si abbracciavano.

Sono finiti i giorni dell'insurrezione di Torino, divampata tra il 24 e il 28 aprile. L'Italia è libera dal nazifascismo. Questo è il punto di osservazione di una donna che attraversa la città con un corteo di auto su cui viaggiano le nuove autorità cittadine nominate dal Comitato di liberazione nazionale. È una donna che ha avuto come fil rouge di tutta la sua esistenza l'antifascismo, e uno slancio ideale verso l'uguaglianza e l'emancipazione femminile dal fascismo e dai detriti patriarcali che lo precedevano e che lo avrebbero seguito. Scrittrice, traduttrice, insegnante di inglese, Ada Prospero è innanzitutto una militante politica: è stata tra i fondatori del Partito d'Azione, nel 1942. Cinque anni prima si è risposata nel 1937 con Ettore Marchesini, con il quale ha condiviso il suo impegno nella Resistenza. È conosciuta da tutti anche per essere la vedova dell'antifascista Piero Gobetti - morto nel 1926 -, ed è per questo che il suo nome resterà sempre legato a quello del primo marito, e tutti la conosciamo come Ada Gobetti.

Quando, nel 1943, cade il fascismo, per Ada Gobetti entrare nella Resistenza è un passo ovvio, scontato. Il coronamento di un percorso di impegno ventennale. Già poche ore dopo l'occupazione nazista distribuisce volantini, imbastisce comizi, recupera armi. Suo figlio Paolo combatte, lei organizza febbrilmente. Casa sua, in via Fabro 6, diventa un riferimento imprescindibile per la Resistenza torinese, un centro nevralgico dal quale passano centinaia di persone in clandestinità, continuamente. Dal settembre 1943 è impegnata a prendere contatti con le persone e i gruppi più diversi: militari, comunisti, socialisti, membri come lei del Partito d'Azione. Ci si scambia informazioni sulla posizione dei nemici e altre informazioni pratiche, si cercano armi, si cercano di imbastire collegamenti, di creare sinergie tra le bande che si vanno via via formando. Il suo lavoro politico, organizzativo e diplomatico è preziosissimo, e nel 1944 si concretizza un accordo decisivo tra i combattenti delle formazioni Giustizia e Libertà della Valle di Susa e gli autonomi della Val Chisone. Tra le altre cose riesce a convincere la banda partigiana Stellina - 400 uomini comandati da Giulio Bolaffi, diffidente nei confronti della politica - a entrare a far parte delle formazioni Giustizia e Libertà del Partito d'Azione.

Muovendosi costantemente soprattutto tra Torino e la Valle di Susa, con delle puntate a Milano e un'avventurosa missione in Francia, Ada Gobetti è ispettore con incarichi organizzativi del Comando militare delle formazioni Giustizia e Libertà del Partito d'Azione. È anche tra le fondatrici dei Gruppi di difesa della donna per l'assistenza ai combattenti della libertà (un'organizzazione che riunisce donne di tutti gli orientamenti politici e che si rivolge alle donne di diverse classi sociali, con lo scopo di mobilitarle nella lotta contro l'occupante).  

Piero Gobetti (1901-1926) e Ada Prospero (1902-1968)
Piero Gobetti (1901-1926) e Ada Prospero (1902-1968)

La Liberazione, il dopoguerra

Il 28 aprile, infine, arriva la Liberazione. Ada Gobetti ricorderà le ultime ore concitate:

Col cuore in gola più per l'ansia che per la corsa, svoltai finalmente in Via Fabro; ed ecco Ettore col bracciale tricolore del Cln [Comitato di Liberazione Nazionale]. Gli buttai le braccia al collo: - E Paolo? - Eccolo, - rispose con un gesto. E lo vidi arrivare infatti, al volante d'una «topolino». [...] C'era in tutti, anche in quelli meno politicamente consenzienti, un senso di festoso sollievo, come per il dissiparsi d'un lungo incubo.

Il fascismo finisce, l'occupazione nazista finisce: dopo l'esperienza ai vertici della Resistenza piemontese, dopo la Liberazione, c'è da costruire.

Il dopoguerra è denso di aspettative e speranze: Ada Prospero è nominata vicesindaco di Torino per il partito d'Azione, ed è una delle 13 donne che prendono parte alla Consulta nazionale. Tra il 1946 e il 1947, però, il suo partito si scioglie e si divide - ma la sua militanza politica proseguirà fino alla sua morte, nel 1968. Otto anni prima, nel 1956 - anno in cui entra nel PCI -, pubblica il suo Diario partigiano, scritto dal 1949 a partire da «scheletrici appunti in un inglese criptico, quasi cifrato» presi durante la lotta clandestina.

Il Diario - ironico, autoironico e allo stesso tempo serissimo, pieno di dolore e di rabbia, e immensamente umano - si apre con queste parole, che rappresentano perfettamente la figura straordinaria che è stata Ada Prospero Marchesini Gobetti nella Resistenza italiana:

Dedico questi ricordi ai miei amici vicini e lontani; di vent'anni e di un'ora sola. Perché proprio l'amicizia - legame di solidarietà, fondato non su comunanza di sangue, né di patria, né di tradizione intellettuale, ma sul semplice rapporto umano del sentirsi uno con uno tra molti - m'è parso il significato intimo, il segno della nostra battaglia. E forse lo è stato veramente. E soltanto se riusciremo a salvarla, a perfezionarla o a ricrearla al disopra di tanti errori e di tanti smarrimenti, se riusciremo a capire che questa unità, quest'amicizia non è stata e non dev'essere solo un mezzo per raggiungere qualche altra cosa, ma è un valore in se stessa, perché in essa forse è il senso dell'uomo - soltanto allora potremo ripensare al nostro passato e rivedere il volto dei nostri amici, vivi e morti, senza malinconia e senza disperazione.

Da "Libere" di Rossella Schillaci (2017)
Da "Libere" di Rossella Schillaci (2017)