Un sogno o un incubo americano? La non violenza e il diritto all'autodifesa da Martin Luther King alle Pantere nere

09.06.2020

Dal celebre discorso «I have a dream» alla fine degli anni Sessanta, gli Stati Uniti furono scossi da un'ondata di proteste con radici lontane nel tempo, destinate a influenzare profondamente le mobilitazioni future.  

di Carlo Greppi - 9 giugno 2020

Marzo 1964, Martin Luther King e Malcolm X
Marzo 1964, Martin Luther King e Malcolm X

Il sogno

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno stati concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà giunto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c'è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta mèta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell'odio e del risentimento.

28 agosto 1963, Washington. Alla Marcia per i diritti civili che si sta concludendo ci sono oltre 250.000 persone, un fiume in piena che riempie l'immenso spazio di fronte al Lincoln Memorial. C'è il favore e l'adesione della presidenza Kennedy, che ha definito una priorità del suo programma di governo - nominato "La nuova frontiera" - la lotta alle discriminazioni razziali, anche se teme che una così massiccia concentrazione di persone possa generare violenze. E sul palco c'è uno degli uomini più influenti del pianeta.  

28 agosto 1963, Martin Luther King a Washington
28 agosto 1963, Martin Luther King a Washington

Gli occhi di tutti i presenti sono puntati su Marthin Luther King, pastore protestante con grandi abilità di mediatore che ha fatto sua la teoria della non violenza professata da Gandhi nell'India la quale, quindici anni prima, si era liberata dal giogo coloniale inglese: la società nordamericana, per i più ottimisti, è pronta a cogliere il suo messaggio. Proprio nella seconda metà degli anni Quaranta due romanzi avevano venduto milioni di copie: La strada di Ann Petry e Native Son di Richard Wright, collocandosi in scia al romanzo abolizionista dell'Ottocento La capanna dello zio Tom, molto criticato in questi anni perché il protagonista, lo schiavo Tom, è considerato da molti sottomesso al padrone bianco. In maniera innovativa entrambi i romanzi, in modo diverso, denunciano le condizioni in cui ancora nascono gli afroamericani, discriminati e ghettizzati, in una situazione esplosiva che spesso ha portato a risposte violente alla violenza subita. Con il suo messaggio che pretende immediate riforme e con la sua adesione alla non violenza Martin Luther King - criticato dai militanti più radicali perché ritenuto appunto uno "zio Tom" - vuole disinnescare questa spirale di violenza, e si colloca sulla scia di una lunga tradizione di disobbedienza civile. Sebbene nel 1954 una storica sentenza della Corte suprema avesse dichiarato incostituzionale la segregazione scolastica dei neri, aprendo una prima crepa nella legislazione statunitense che considerava i neri "separati ma uguali", il razzismo permea la società nordamericana a ogni livello: la polizia uccide spesso i cittadini neri, le amministrazioni locali ostacolano in ogni modo la parità soprattutto nel sud del paese, mentre nel nord la popolazione afroamericana vive in condizioni misere nei ghetti delle grandi città, dove era emigrata in massa durante la guerra per lavorare per l'industria bellica. La situazione è insostenibile da secoli, e il reverendo King sta dando voce a una protesta che prosegue ininterrottamente, in varie forme, da quasi un decennio.

Una delle micce di questa nuova ondata di proteste, composite e molto differenziate al loro interno, era stata la campagna di boicottaggio degli autobus lanciata da Rosa Parks (Rosa Louise McCauley), una sarta militante che nel 1955 (nove mesi dopo il gesto analogo della quindicenne Claudette Colvin) si era rifiutata consapevolmente di cedere il posto a un bianco sul bus, sfidando il regime di segregazione che vigeva negli Stati Uniti, e dando il via al boicottaggio che proprio King e gli altri leader del movimento avevano deciso di prolungare a oltranza. Durato oltre un anno, il boicottaggio era stato la più imponente manifestazione della storia del movimento per i diritti civili statunitense, e aveva ottenuto un'importante vittoria nella legislazione locale di Montgomery (Alabama).  


L'autodifesa

Un'altra stella era però nata in quegli stessi anni, acquisendo crescente popolarità tra i neri musulmani e, via via, anche tra coloro che non lo sono. Il suo nome è Malcolm Little, che in prigione aveva scelto di adottare il cognome "X" come risarcimento verso i suoi antenati condotti secoli prima nelle Americhe come schiavi. Malcolm X aveva aderito alla setta Nation of Islam (Noi), guidata da Elijah Muammad, e proprio a metà degli anni Cinquanta aveva iniziato a ispirarsi alle vittorie anticoloniali in Africa e in Asia, riconoscendo che la lotta di liberazione degli afroamericani aveva molti tratti in comune con quella anti-imperialista che sta infiammando il mondo e che negli anni Sessanta sta ormai dilagando in tutto il continente africano, raggiungendo anche inaspettati risultati come l'indipendenza immediata di alcuni paesi. Sebbene Malcolm X critichi solo di rado apertamente Martin Luther King, le loro posizioni sono inconciliabili: mentre il pastore protestante non violento, mietendo consensi soprattutto nel sud, vuole che la popolazione nera sia integrata nel "sogno" americano e nei relativi diritti civili, il predicatore musulmano si rivolge in particolare ai neri delle città - la maggior parte - e ritiene che il paese che ha strappato milioni di africani dalla loro terra e poi li ha sfruttati per secoli, per i loro discendenti non sia altro che un incubo - e pretende diritti umani, universali.

Nel 1963, quando King pronuncia al Lincoln Memorial uno dei discorsi più famosi della storia contemporanea, I have a dream, i rapporti tra Malcolm X e la NOI di Elijah Muhammad sono ormai tesi: Malcolm parla sempre meno di Islam, se la prende con la borghesia nera, attacca ripetutamente Kennedy nonostante Muhammad sia contrario, e sta sviluppando una sua linea personale che guarda appunto alla lotta degli afroamericani come una lotta universale e internazionalista. Ha manifestato in più occasioni la sua contrarietà alla Marcia epocale guidata da King anche perché uno dei punti strategici di Malcolm X, in totale contrapposizione alla linea della non violenza, è quello dell'autodifesa, contro la polizia, contro le violenze dei bianchi e contro gli attacchi armati di organizzazioni come il Ku Klux Klan, l'associazione segreta razzista riemersa prepotentemente in parallelo alle aperture ai diritti civili della presidenza Kennedy.

Il diritto all'autodifesa, considerato inaccettabile da gran parte dei leader del movimento per i diritti civili, è stato teorizzato dalla Noi di Malcolm X e da lui stesso, come avrebbe scritto nel programma dell'Organizzazione dell'Unità Afro-americana (fondata nel 1964):

Poiché l'autoconservazione è la prima legge della natura, ribadiamo il diritto degli afroamericani all'autodifesa. Nella costituzione degli Stati Uniti d'America si afferma con chiarezza che ogni cittadino ha diritto a portare le armi e, in quanto americani, non intendiamo rinunciare a un solo diritto di quelli garantiti dalla costituzione. La storia delle violenze compiute ai danni della nostra gente e rimaste impunite indica chiaramente che dobbiamo essere pronti a difenderci, altrimenti continueremo a essere un popolo inerme alla mercé di razzisti spietati e violenti. Affermiamo che là dove il governo non è in grado o non è disposto a proteggere la vita e la proprietà della nostra gente questa è nel suo diritto di difendersi con qualunque mezzo ritenga necessario. Chi è armato di fucile o di bastone può essere fermato solo da chi si difende con un fucile o un bastone. Le tattiche che si fondano esclusivamente sulla moralità possono avere successo quando si ha a che fare con gente onesta o con un sistema morale. Un uomo o un sistema che opprimono la gente solo a causa del colore della pelle non sono morali. È dunque dovere di ogni afroamericano e di ogni comunità afroamericana in questo paese proteggersi contro le stragi di massa, i lanci di bombe, i linciaggi, le frustate, contro tutti i torturatori e gli sfruttatori. 

Malcolm X
Malcolm X

La sera prima della Marcia del 28 agosto 1963, parlando con un altro attivista che sarebbe salito sul palco dopo King, Bayard Rustin, Malcolm X gli disse: «Questo sogno di King diventerà un incubo prima che sia finito». «Probabilmente hai ragione», gli rispose Rustin.

Lo storico Manning Marable, che ha dedicato vent'anni a ricostruire la biografia di Malcolm X ed è morto subito prima che questa vedesse la luce, ha sottolineato come la Marcia su Washington sia ricordata soprattutto per il discorso di King, per la «visione democratica da lui evocata» che parlava «della possibilità di trasformare la cultura politica della nazione [americana] e di far sì che, per la prima volta nella storia, includesse davvero tutti». Il discorso, in parte improvvisato e in parte una riproposizione di discorsi precedenti, «era una sfida all'America bianca a rompere con il suo passato razzista» e ad abbracciare un futuro inclusivo. «Malcolm X assistette all'evento, ma a distanza», scrive Marable. Come abbiamo visto, la distanza è sopratutto ideologica e strategica.

Due mesi e mezzo dopo, salendo sul pulpito della Chiesa battista King Solomon di Detroit davanti a duemila persone, la vita di Malcolm X «cambiò radicalmente, proprio come la vita di Martin Luther King all'indomani del discorso I Have a Dream». Sentiamo Marable:

Nel suo intervento Malcolm inserì brani di discorsi recenti [...] ma tracciò anche dei parallelismi tra la lotta per la libertà dei neri negli Stati Uniti, la Conferenza di Bandung e i movimenti anticoloniali in Asia e in Africa. Stabilì inoltre una netta divisione tra quella che egli definiva la "rivoluzione dei negri" e la rivoluzione dei neri. La vera rivoluzione, proclamò, fu quella dei comunisti cinesi - «non ci sono Zii Tom in Cina», disse - e la rivoluzione algerina contro il governo coloniale francese. La "rivoluzione dei negri", basata sull'azione diretta non violenta, non era affatto una rivoluzione:

La rivoluzione è sanguinosa, ostile, non conosce compromessi, la rivoluzione rovescia e distrugge tutto quello che incontra sul suo cammino. Voi, invece, ve ne state lì pacificamente seduti a dire: "Io amerò questa gente indipendentemente da quanto loro mi odiano". No, voi avete bisogno di una rivoluzione. Chi ha mai sentito parlare di una rivoluzione in cui [...] ci si prende tutti per mano e si canta We Shall Overcome? Durante una rivoluzione non si fanno queste cose; non si intonano canti perché si è troppo occupati a sparare. 

Diritti, violenza

Già ad Albany (Georgia) nel 1962, nonostante la presenza di King, i dimostranti afroamericani hanno reagito al pestaggio di una donna nera incinta da parte della polizia lanciando bottiglie e mattoni, ma è nell'estate del 1964 - pochi mesi dopo il discorso di Malcolm X - che i riots della comunità nera esplodono nelle grandi città del nord come New York, Chicago e Philadelphia, dove la violenza popolare fa sentire la voce dei ghetti al paese. È in questo clima che il presidente Lyndon B. Johnson pone formalmente fine alla segregazione e alle restrizioni del diritto di voto, con due misure normative fondamentali: il Civil Rights Act, del 2 luglio 1964, e il Voting Rights Act, del 6 agosto 1965. Tra le due conquiste viene assassinato da alcuni membri della Nation of Islam Malcolm X (21 febbraio 1965) e a marzo nel corso di una marcia pacifica da Selma (Alabama) a Montgomery, centinaia di persone vengono aggredite dalla polizia: se a livello legislativo si è fatto un grande passo in avanti, a livello sociale l'uguaglianza sostanziale è ancora lontana. Gli afroamericani che non escludono l'uso della violenza hanno perso il loro leader più carismatico, mentre quelli che la rifiutano iniziano a vedere che l'approccio non violento, come Selma ha dimostrato, può essere pagato a carissimo prezzo.  

Agosto 1965: la rivolta di Watts (fonte: "Los Angeles Times")
Agosto 1965: la rivolta di Watts (fonte: "Los Angeles Times")

Nonostante le due leggi sanciscano la fine legale della segregazione, infatti, la miccia è ormai accesa. A Los Angeles, l'11 agosto del 1965, nel ghetto di Watts scoppia una rivolta che assume i caratteri di insurrezione di massa: l'esito è drammatico, con 34 morti e migliaia di feriti in sei giorni di scontri, nei quali appaiono le prime armi da fuoco. Martin Luther King viene subissato di fischi, e invitato ad andarsene. «Abbiamo vinto perché li abbiamo costretti a prestarci attenzione», gridano a King alcuni giovani protagonisti della sommossa, riferendosi agli esponenti della classe bianca che detengono quasi in esclusiva le posizioni del potere. Non a caso pochi mesi dopo, a giugno del 1966, nel corso di una marcia apparirà per la prima volta una nuova parola d'ordine che avrà larga diffusione: Black Power, "potere nero". Tra i suoi principali artefici c'è l'attivista Stokely Carmichael, nuovo presidente dello SNCC - lo Student Nonviolent (poi National) Coordinating Committee - , movimento che sotto la sua guida muta di segno: ispirandosi a Malcolm X, Carmichael dichiara fin da subito che per lui la non violenza è una tattica, e non una filosofia di vita.

Contemporaneamente, in maniera trasversale, contestandola in piazza, i giovani bianchi e neri rifiutano sempre più spesso la coscrizione per la "guerra sporca" del Vietnam, un vortice di violenza incontrollata che sta inghiottendo la baby boom generation statunitense. Sempre nel 1966, a gennaio, l'SNCC dirama un comunicato in cui sostiene di credere "che il governo degli Stati Uniti sia stato ingannevole nelle sue affermazioni di preoccupazione per la libertà del popolo vietnamita" sostenendo il governo del sud, così come era stato ingannevole "nel dimostrare preoccupazione per la libertà dei popoli di colore" in Congo, in Sud Africa, in Rhodesia e negli stessi Stati Uniti. Il 9 marzo dello stesso anno il pugile Cassius Marcellus Clay, alias Muhammad Alì, uno degli sportivi più noti del pianeta, fa pubblicamente ( ) obiezione di coscienza e si rifiuta di partire per combattere in Vietnam:

La mia coscienza non mi permetterebbe di sparare a un mio fratello, o a qualcuno con la pelle più scura, o a povera gente affamata nel fango, per [rendere] grande e potente l'America. E sparare loro per cosa? Non mi hanno mai chiamato negro, non mi hanno mai linciato, non mi hanno scatenato cani addosso, non mi hanno derubato della mia nazionalità, non hanno stuprato e ucciso mia madre e mio padre... Sparare loro per cosa? [...] Come posso sparare a quella povera gente? Allora portatemi in prigione.

Muhammad Alì
Muhammad Alì

Dopo la morte di Malcolm X, è il turno - il 4 aprile 1968 - di King, assassinato con una fucilata mentre si trova sul balcone di un hotel di Memphis. L'assassinio fa da detonatore: nel paese esplodono rivolte in oltre cento città. Il democratico Bobby Kennedy sembra una delle figure più idonee per trovare una soluzione alla situazione incendiaria, anche per proseguire, sulla scia dell'operato del fratello JFK (ucciso nel 1963) e di Johnson, una reale apertura ai diritti civili. Ma due mesi dopo - il 6 giugno 1968 - anche lui viene assassinato in un hotel di Los Angeles, nel corso della turbolenta campagna per le elezioni presidenziali, durante la quale alla Convention dei democratici di agosto gli scontri tra migliaia di manifestanti e la polizia fanno oltre cento feriti.

Città del Messico, 3 ottobre del 1968. Alla premiazione della gara di corsa dei 200 metri delle Olimpiadi Tommie Smith e John Carlos alzano i pugni al cielo
Città del Messico, 3 ottobre del 1968. Alla premiazione della gara di corsa dei 200 metri delle Olimpiadi Tommie Smith e John Carlos alzano i pugni al cielo

Nixon e le Pantere nere

In un paese costantemente in lutto, dopo che Johnson ha annunciato che non si presenterà, i due candidati alle presidenziali di fine 1968 sono l'ex vicepresidente Richard Nixon, repubblicano, e il democratico Hubert H. Humprey. Tra i nomi minori c'è Eldrige Cleaver, candidato per il Peace and Freedom Party (Pfp), un'organizzazione a favore dell'immediato ritiro dal Vietnam e contraria al razzismo, che ha saputo far convergere due lotte che fino a quel momento sono corse parallelamente, pur intrecciandosi di tanto in tanto. Il Pfp rappresenta elettoralmente le posizioni più radicali della società bianca, mentre Cleaver è il leader riconosciuto del Black Panther Party (BPP) - il suo fondatore, Huey P. Newton, è in prigione -, il partito delle Pantere nere, nato nel 1966 a Oakland, in California, e diventato una realtà nazionale da pochi mesi.

Oakland, settembre 1968: raduno "Free Huey!" (P. Bertella Farnetti, "Pantere nere. Storia e mito del Black Panther Party" [1995], inserto fotografico)
Oakland, settembre 1968: raduno "Free Huey!" (P. Bertella Farnetti, "Pantere nere. Storia e mito del Black Panther Party" [1995], inserto fotografico)

Forte di alcune migliaia di iscritti attivi, un quarto dei quali donne, come Elaine Brown, e tutti giovanissimi (l'età media è di vent'anni), il Bpp si sta imponendo sulla scena delle rivendicazioni dei diritti della comunità afroamericana, muovendosi come "partito armato" all'interno di una società dove è consentito il porto d'armi. L'idea che muove il Bpp fin dalla sua fondazione è quella di mostrare a una società dove il potere è sistematicamente in mano alla borghesia bianca di potersi proteggere dai soprusi della polizia e dei vari gruppi razzisti come il Ku Klux Klan. Dal volantinaggio alle azioni dimostrative, il Bpp vuole soprattutto mostrare che la comunità è in grado di difendersi da sé: non sono mancati e non mancheranno gli scontri anche armati con la polizia, ma le armi sono esibite solitamente a puro scopro dimostrativo. Contro le "Pantere nere", però, il governo statunitense ha intenzione di usare ogni arma possibile, per impedire che sorgano degli "autentici 'mau mau' in America", che inizino "una vera e propria rivoluzione nera", come recita un memorandum dell'FBI del 1968. Il suo direttore storico - in carica dagli anni Trenta - J. Edgar Hoover nel 1969 le definisce «la più grande minaccia alla sicurezza interna del paese». Nel frattempo Cleaver, coinvolto in una sparatoria con la polizia, dopo la vittoria delle presidenziali di Nixon entra in clandestinità e abbandona gli Stati Uniti, diretto prima a Cuba e poi in Algeria, e un altro leader del Bpp avverso al coinvolgimento degli attivisti bianchi nel movimento, Carmichael, lascia il paese autoesiliandosi.

Diventate presto il simbolo della lotta all'ingiustizia anche per la loro svolta decisa verso il socialismo, le Pantere nere non avranno vita lunga, al di là delle parabole dei singoli militanti. L'amministrazione Nixon, fin dai mesi successivi al suo insediamento, si impegna in ogni modo possibile per schiacciare l'organizzazione e per stroncare le istanze afroamericane con iniezioni di droga nei ghetti urbani. Sempre più isolati e spesso in prigione, i militanti caleranno di numero, mentre l'FBI attraverso l'infiltrazione e l'utilizzo sistematico di notizie false metterà uno contro l'altro i due leader, l'esule Cleaver e Newton, nel frattempo uscito dal carcere. Nel 1971 le Pantere nere vivono una scissione e, dall'inizio degli anni Settanta, apparterranno sempre più al passato.

Per i neri americani la strada sarà ancora difficile, ma a fianco all'ombra lunga di Martin Luther King si vedrà quella delle Pantere nere, che avevano dato alla comunità afroamericana la sensazione, come aveva teorizzato Malcolm X, di poter finalmente ricorrere all'autodifesa.