Un poliziotto ebreo contro la propaganda nazista. Costruire un nemico per distruggere un sistema

Bernhard Weiss era un funzionario della Polizia della Repubblica di Weimar. La sua storia è quella di un ebreo tedesco che combattendo la violenza nazista nella Berlino degli anni Venti si trova contro la macchina della propaganda di Joseph Goebbels; ma è anche la vicenda, poco nota ma paradigmatica, della costruzione di un nemico. La distruzione di un sistema di valori passa attraverso l'imposizione di un altro e la demolizione di quelle figure che incarnano gli stessi valori che si vogliono distruggere.
Jessica Ognibeni
Jessica Ognibeni
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Distruggere un sistema di valori e imporne un altro è il principio che sta alla base della lotta tra un “giusto” e uno “sbagliato”, in ogni tempo e in ogni luogo. Le modalità per farlo possono essere diverse ma, sotto la lente d’ingrandimento, un fil rouge le tiene insieme e le accomuna. In Costruire il nemico (2016), Umberto Eco scrive che «avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro».

Il corso della storia è continuamente segnato da situazioni di lotta, alcune più visibili di altre, che esemplificano come la costruzione del nemico sia servita a creare un’identità, a dare senso all’essere e a indirizzare gli eventi verso una direzione piuttosto che un’altra. Il Novecento è disseminato dalle tracce di questo fenomeno, in sé terribilmente umano, in cui la categoria del nemico è stata strumentalizzata all’estremo. Tracce che hanno spesso origini profonde, almeno ottocentesche, che sui libri di storia sono tra le più inquietanti anche perché portano con sé qualcosa che ancora non si è spento. Qualcosa che ci ricorda di continuo quanto possa essere terribile l’essere umano.

La costruzione del nemico, dunque.

Siamo in Europa, nella buia finestra tra gli anni Venti e Trenta: in Italia il fascismo è al potere da qualche anno, ma in Germania, dove la storia si colloca, il regime deve ancora imporsi. Hitler è già stato scarcerato e con la pubblicazione del Mein Kampf le idee del partito nazionalsocialista circolano e si diffondono. Joseph Goebbels è una figura nota, conosciuta, oltre che per il suo aspetto malaticcio, per il suo ruolo all’interno del partito nazista. Prima di essere ministro della propaganda del Reich dal 1933, ha un ruolo centrale nella Berlino “dei rossi” dove è giunto dalla Renania nel ’26 per rinvigorire il partito, richiamato da Hitler. La seconda figura, praticamente ignota e contrapposta, è quella di Bernhard Weiss, personalità di spicco della capitale tedesca sin dalla fine della prima guerra mondiale e poi, dopo il 1933, pressoché dimenticata. Per comprendere il “gioco” di costruzione del nemico in questa vicenda che, ha un sapore quasi hollywoodiano, è necessario anzitutto mettere a fuoco i tratti della personalità di Weiss, su cui hanno scritto Joachim Rott (2008, 2010) e Dietz Bering (1992).

Nato a Berlino nel 1880 in una famiglia della borghesia ebraica, Weiss cresce in un ambiente in cui la religione e la tradizione ebraica sono tanto sentite quanto l’appartenenza alla nazione tedesca. È uno studente modello e impegnato assieme al padre nell’associazionismo di stampo antisionista. Dopo la prematura morte della madre Weiss si allontana da Berlino per ritrovare la serenità e prendere il diploma. Finita la scuola, intraprende lo studio della giurisprudenza seguendo le lezioni in diverse città tedesche e laureandosi nell’agosto 1904.

Bernhard Weiss
Bernhard Weiss

Negli stessi anni coopera attivamente nella Freier Wissenschaftlichen Vereinigung, unione studentesca nata nel 1881 per contrastare il montante antisemitismo. Questi sono già anni caldi: poco dopo lo scoppio del “caso Dreyfus” in Francia, a Weiss tocca l’espulsione dall’Università di Friburgo per “offesa all’onore e condotta violenta” a causa della sua reazione a uno studente che si era rivolto a lui come “sporco ebreo”. Prima ancora di concludere gli studi, Weiss intraprende il praticantato che abbandonerà nell’ottobre 1904 quando inizia il servizio militare nella città di Norimberga. Nel 1908 Bernhard supera le prove necessarie per ricevere l’attestato di Ufficiale di Riserva, grazie alle leggi del Land della Baviera che permettevano anche agli ebrei di raggiungere il grado di ufficiale – a differenza di quanto prevedevano le leggi post-1885 negli altri stati tedeschi. Concluso il percorso militare, Weiss torna a dedicarsi a quello che aveva lasciato indietro: nel 1909 diventa procuratore aggiunto e in parallelo prosegue la sua battaglia contro l’antisemitismo e l’opposizione al sionismo.

Ad agosto del 1914 prende le armi. Anche la guerra gli permette di fare carriera e di mettere in luce le sue qualità: decorato con le croci di ferro nel 1914 e nel 1917, le carte parlano di un uomo capace dotato di resistenza. Prima della fine del conflitto, è il ministro degli Interni prussiano Wilhelm Arnold Drews a richiamarlo a Berlino nella polizia della città, nonostante l’appartenenza ebraica che avrebbe potuto essere un ostacolo nella carriera. Il lavoro in polizia da questo momento in avanti sarà per Weiss l’unica occupazione: si adopera per riorganizzarne i dipartimenti rendendola più efficiente, crea un sistema meglio articolato sul territorio e nuovi settori come la KriPo(Polizia criminale), con nuovi metodi di indagine. È un uomo abile che è riuscito a farsi notare per le sue doti, i suoi studi, la sua dedizione all’esercito. Le importanti innovazioni portate da Weiss alla polizia berlinese, il suo essere contrario ad ogni estremismo, l’indubbia capacità dimostrata nell’arginare i disordini e la rapida individuazione dei responsabili dell’omicidio di Rathenau (1922), gli valgono nel 1927 la promozione a vicecapo della polizia.

Nel novembre 1926 giunge nella capitale il giovane e irrequieto Joseph Goebbels. L’anno prima aveva incontrato Hitler, scarcerato nel 1924 dopo il tentato

putsch

a Monaco: questo è per Goebbels l’uomo forte di cui la Germania ha bisogno. I due cominciano a incontrarsi con più frequenza dopo che, nell’estate del 1925, Goebbels diventa Gauleiter, dirigente di livello del NSDAP per la Germania nordoccidentale. Nel 1926 Hitler lo invia a Berlino e si dice presto soddisfatto del proprio operato; come scrive sul

Diario

: «nessuno poteva fingere di ignorarci o darci un’occhiata frettolosa condita di glaciale disprezzo: erano costretti a parlare di noi, anche se a malincuore e con rabbia».

Joseph Goebbels
Joseph Goebbels

È un’opera di demolizione piuttosto lunga e accurata. Così Goebbels nel 1932: «Dev’essere fatto fuori. Sono sei anni che combatto contro di lui. Per ogni nazionalsocialista di Berlino egli è il sistema. Quando egli cadrà, allora il sistema non resisterà a lungo». In questi anni di lotte, cominciate con le prima invettive pubblicate sul quotidiano Der Angriff, Weiss non si è dimostrato incline a rispondere con la stessa moneta, anzi ha sempre preferito difendersi portando il suo rivale in tribunale. Nella serie TV Babylon Berlin il personaggio di Weiss non è dipinto come uno dei più positivi e anche dal punto di vista storico non si può dire che sia un uomo senza macchia, ma i provvedimenti da lui presi negli anni per contenere le insurrezioni nella capitale riflettono una linea di mantenimento dell’ordine sociale e il voler lavorare per la giovane e instabile Repubblica socialdemocratica tedesca. Colto, capace, conosciuto e benestante è ben voluto dalla sinistra e da chi condivide la sua visione moderata e democratica, e, non da ultimo, è ebreo, esponente di spicco cioè della minoranza tanto invisa ai difensori della Kultur germanica. Insomma, è la sintesi di quei valori che la destra estremista e nazionalsocialista tanto odia; dà un volto al “sistema di Weimar” nato dall’umiliazione portata dal Diktat di Versailles e incolpato dei mali della Germania. Weiss si presta quindi ad essere il bersaglio ideale, il nemico da individuare per demolire il sistema. Il modo in cui questo accade è la parte più inquietante della storia. Il testo Kampf um Namen di Bering illustra come la macchina propagandistica di Goebbels sia riuscita ad imporsi partendo anzitutto dal nome di Weiss. Definire “nemico dei tedeschi” uno come Weiss, il cui nome è “Bernhard”, che si sente prima di tutto tedesco, che ha combattuto per il Kaiser, che vuole prima di ogni altra cosa il bene della propria nazione, funziona bene ma non benissimo. Goebbels spoglia anzitutto Weiss del suo nome tedesco poggiando la propria opera di costruzione del nemico su un sistema di associazioni mentali pre-esistenti. Weiss non è più “Bernhard”, ma diventa “Isidor”.

"Gli immigrati", vignetta del Deutsches Blatt, 1921
“Gli immigrati”, vignetta del Deutsches Blatt, 1921

Nome non ebraico, tuttavia con una fortissima carica antisemita, “Isidor” richiamava in maniera irrazionale per un tedesco medio del tempo gli stereotipi legati ai cosiddetti “nomi marchiati”. Molti ebrei giunti in Germania a metà dell’Ottocento erano soliti cambiare nome assumendone di “neutri” per abbandonare i propri, palesemente “troppi ebraici”, e meglio integrarsi. Questi nomi, agli occhi dei tedeschi, erano però un modo per nascondere la propria “indelebile ebraicità”. La pratica della Namenänderung provocava quindi l’effetto opposto a quello desiderato: i nomi “neutri” si ritrovavano “marchiati” di disonestà, percepiti come un subdolo modo per mimetizzarsi e ingannare il prossimo. E tra questi “Isidor” più di tutti, già nel XIX secolo, veniva utilizzato nelle vignette satiriche per identificare l’ebreo ingannatore e disonesto.

Weiss diventa protagonista di discorsi, invettive, pamphlet. Il primo editoriale contro “Isidor” esce il 15 agosto 1927 su Der Angriff. Goebbels crea attorno a Weiss qualcosa che va oltre la lotta tra due uomini: il lavorio messo in piedi dalla propaganda nazionalsocialista fa sorgere un nuovo concetto nella mente dei suoi lettori. Gli attacchi a Weiss si fanno più frequenti, più taglienti e convincenti, nel momento in cui “Isidor” diventa la parola che esprime la galassia di valori di cui Weiss è l’emblema. “Isidor” diventa un archetipo funzionale, un tipo generale che poggia su un background di pregiudizi già solidi per identificare una situazione spregevole. Dire “Isidor” alla fine degli anni Venti rimanda a “tutto ciò che la destra disprezza”. Nei titoli degli editoriali i riferimenti alla persona rimangono comunque palesi («Isidor, santo patrono della democrazia tedesca», «Vi sembra che Isidor si stia comportando bene?»), le caricature – che nel 1928 verranno addirittura raccolte nel Buch Isidor – riportano indubbiamente i tratti di Weiss. L’icona deformata di Bernhard Weiss si ritrova utilizzata dalla propaganda goebbelsiana che lo prende di mira per demolire, oltre l’uomo, il mondo che egli difende. La martellante opera spoglia definitivamente Weiss della sua identità quando le persone per strada lo chiamano semplicemente “Isidor”. A quel punto Goebbels ha vinto: il suo nemico è solo e indifeso.

"Questo asino porta il viso del vicecapo della polizia B. Weiss", Angriff, 9 settembre 1929
“Questo asino porta il viso del vicecapo della polizia B. Weiss”, Angriff, 9 settembre 1929

Gli anni Trenta per Weiss hanno del rocambolesco. All’inizio sembra riuscire ad avere la meglio grazie alla giustizia e alle vie legali, ma le cose cambiano nell’aprile 1932 quando le elezioni per il Reichstag provocano la caduta della “coalizione di Weimar”. Il processo decade e il 3 gennaio 1933 la pena cui Goebbels avrebbe dovuto essere sottoposto viene dichiarata estinta. La situazione in Germania precipita: Weiss, che nel 1929 aveva scritto un fascicolo dal titolo Il partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori come associazione di alto tradimento, nemica della Repubblica e dello Stato, vive e lavora in un clima sempre più teso finché dopo alcuni avvertimenti, il 20 luglio del 1932 viene rimosso dal suo ufficio ed entra nella resistenza – che successivamente all’incendio del Reichstag del febbraio ’33 si troverà duramente colpita dalla macchina di repressione nazista. Nella primavera del 1933, infine, ricercato dalla polizia e dai servizi segreti tedeschi, è costretto alla fuga a Praga e successivamente verso l’Inghilterra. A Londra, con la moglie e la figlia, lavorerà nella sua piccola stamperia. Al sicuro, si ritrova presto a essere un tedesco senza più cittadinanza e senza patria; durante il secondo conflitto mondiale è straniero in un paese in guerra contro la sua nazione. Nel 1949, Weiss va in visita a Berlino Ovest e non la riconosce, sfigurata dalle bombe. E a sua volta la città sembra aver perso la memoria: Weiss scrive alla figlia «Non puoi immaginare come alla gente di Berlino faccia piacere essere insieme a Isidor. Anche in strada mi rivolgono la parola come se non fossi il Vicecapo della polizia di un tempo». In Inghilterra riceverà la proposta del sindaco di Berlino Ernst Reuter, di tornare in Germania e collaborare con la polizia per riorganizzarla, e parallelamente intraprenderà il processo per riacquisire la cittadinanza tedesca. La richiesta di Wieder-Einbürgerung viene accettata, la macchina amministrativa però si è messa in moto troppo tardi: la lettera in risposta dalla Germania arriva insieme all’ambulanza sulla quale Weiss muore. Le sue ultime parole – secondo quanto riporta la figlia – sono state: «Ora posso morire in pace. Sono di nuovo tedesco». Anche se si può immaginare che il senso più profondo del suo sollievo fosse quello di essere di nuovo Berhard Weiss.


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