Un “negro” scalzo conquista Roma. L'impresa di Abebe Bikila nell'anno dell'Africa

Il trionfo nella maratona delle Olimpiadi di Roma - sessant'anni fa - dell'ex suddito dell'Impero mussoliniano è denso di rimandi simbolici e permette di gettare uno sguardo sui processi storici in corso nel 1960.

di Marco Meotto - 10 settembre 2020

Abebe Bikila al traguardo
Abebe Bikila al traguardo

L'impresa di Abebe Bikila, che taglia scalzo il traguardo della maratona olimpica di Roma, è un'immagine che resta scolpita negli occhi di tutti gli appassionati sportivi del mondo. Ma è anche un'icona in grado di proiettarsi verso dimensioni ulteriori: il trionfo dell'atleta etiope, colto proprio sotto l'arco di Costantino, potente raffigurazione della Roma imperiale, è un gesto che supera la pura dimensione dell'evento e che, attraverso simboli e analogie, fa balenare uno scorcio dei processi storici in atto. È il 10 settembre di un esplosivo 1960, quando, in poco più di due ore e un quarto per percorrere i canonici 42 km e 195 metri, Bikila realizza una vera impresa: il primo paese africano a conquistare un oro nel medagliere olimpico è l'Etiopia. A poco meno di venticinque anni dalla proclamazione dell'Impero da parte di Mussolini, l'Etiopia conquista gli allori proprio sui "fatali colli" romani (link articolo Impero di Manera). I colonizzati trionfano a casa degli ex colonizzatori.

Ma come le vicende olimpiche hanno sempre dimostrato, sport e geopolitica hanno una naturale tendenza a combinarsi: lo si era capito sin dal trionfo propagandistico del regime nazista con i Giochi berlinesi del 1936, ce lo racconteranno - in seguito - i pugni racchiusi nel guanto nero e alzati verso il cielo da parte di Smith e Carlos a Mexico 1968, lo si comprenderà in forma drammatica con il tragico sequestro della squadra di atletica israeliana alle Olimpiadi di Monaco del 1972.

Se però restiamo al 1960, l'affermazione di Bikila - che possiamo immaginare come la rivincita di tutto il popolo etiope - sembra quasi assumere i contorni del romanzo. Lui che, nato nel 1932, è stato nella fanciullezza, suo malgrado, giovane suddito dell'Impero mussoliniano, da adulto diviene soldato tra le guardie del corpo di Hailè Selassiè. Insomma, il sovrano etiope costretto all'esilio dalla guerra di aggressione fascista, quello stesso Capo di Stato che, nel maggio del 1936, denuncia alla Società delle Nazioni l'uso delle armi chimiche da parte dell'esercito italiano, assiste, dopo un quarto di secolo, al trionfo a Roma di uno dei suoi uomini. Ma il bizzarro rincorrersi di parallelismi in questa storia non si ferma qui.

Abebe Bikila (a destra) insieme a Rhadi Ben Abdessalam, secondo classificato
Abebe Bikila (a destra) insieme a Rhadi Ben Abdessalam, secondo classificato

Prede di guerra

"Corri nell'ombra del marocchino e non uscirne fino all'obelisco", queste sono le parole che, come un ritornello, risuonano nella testa di Bikila per tutta la corsa. Il coach chiede all'atleta di marcare stretto uno dei corridori più promettenti, Rhadi Ben Abdesselem, che difende i colori del Marocco, una delle altre dieci nazioni africane in gara oltre all'Etiopia. Ma è il particolare dell'obelisco ciò su cui bisogna concentrarsi. Un caso vuole che a due chilometri dal traguardo il percorso di gara passi nei pressi del Circo Massimo esattamente dove, all'epoca, sorgeva ancora l'obelisco di Axum, quella stele alta oltre venti metri rinvenuta in Etiopia dalle truppe italiane e fatta trasportare a Roma come bottino di guerra. Nel 1937, in occasione delle celebrazioni per il quindicennale della marcia su Roma, il regime fascista aveva deciso di collocare il monumento in Piazza di Porta Capena, di fronte alla sede del Ministero delle Colonie. E lì ci sarebbe restato anche per lunghi decenni della storia dell'Italia repubblicana, fino al 2005, quando, in seguito a un accordo bilaterale con il governo etiope, sarebbero iniziate le procedure di restituzione, conclusesi poi solo nel 2008. In sostanza è un potente simbolo del saccheggio coloniale italiano ai danni dell'Etiopia il punto cruciale in cui Bikila allunga il passo e guadagna sui rivali il distacco sufficiente a garantirgli il successo.

In quella calda sera di una tarda estate romana, dove il passato e il presente giocano a rincorrersi, accade anche questo: all'ombra di un pezzo di Etiopia trasportato a Roma i piedi nudi di Bikila, indifferenti all'asfalto ancora caldo o agli spigolosi ciottoli del selciato, compiono l'accelerata decisiva.

A piedi nudi

Di questi suggestivi dettagli, in seguito esplorati da una pubblicistica che attorno al personaggio di Bikila si concentrerà molto, nei resoconti dell'epoca non vi è traccia.

Per l'Italia, dopotutto, quella è un'estate turbolenta. La XVII Olimpiade è anche un gioioso divertissement per dimenticare i mesi precedenti. La bella stagione si era aperta a giugno con i duri scontri di piazza a Genova, quando i camalli del porto e la popolazione antifascista della città medaglia d'oro della Resistenza avevano impedito il congresso dell'Msi. Era proseguita con l'eccidio di Reggio Emilia e con gli altri morti lasciati sul selciato in Sicilia in seguito alle manifestazioni di protesta contro il governo. Così nel luglio era caduto l'esecutivo di Tambroni, che per reggersi in parlamento doveva contare sull'appoggio "esterno" dei neofascisti. A Palazzo Chigi era ritornato Fanfani, per la terza volta. Si apriva prudentemente la fase che avrebbe condotto al centro-sinistra, percorrendo la strada delle "convergenze parallele" auspicate da Moro. Sarebbe stato un cammino di grandi trasformazioni e cambiamenti, ma di questo non vi è ancora consapevolezza, mentre Bikila taglia il traguardo di Roma.

Sui giornali del giorno successivo alla maratona, a nessun cronista viene in mente di sottolineare la simbolica rivalsa del popolo etiope. Sembra colpire di più l'immaginario il fatto che "l'Africa scalza" sia riuscita a battere europei e nordamericani con comode scarpe offerte da quegli sponsor che già stanno monopolizzando il circuito dei grandi eventi sportivi. Ma anche la decisione di Bikila di affrontare a piedi nudi la gara non è dettata da scelte politiche. Certo, è abituato ad allenarsi così sui percorsi sterrati, ma quando quattro anni dopo trionferà nuovamente a Tokyo lo farà con le scarpe. La decisione di non indossarle a Roma - racconterà in seguito il protagonista della vicenda - è semplicemente dovuta al fatto che le calzature procurategli dallo sponsor fossero troppo strette.

All'epoca nessuno è però a conoscenza di questo particolare. Il quotidiano La Stampa propone in prima pagina una fotografia di Bikila commentandola come «il suggestivo arrivo della "corsa dei poveri"».

A distanza di sessant'anni ancora impressiona osservare il registro linguistico - per l'epoca socialmente accettato e accettabile - degli articoli che commentano la gara. Per Nicola Adelfi, sempre su La Stampa, i rivali di Bikila sono "il sovietico Popov", "il britannico Keili", "il francese Mimoun", "lo jugoslavo Mihailić", ma Bikila e Rhadi - il marocchino secondo arrivato - sono molto spesso "i due negri". E così leggiamo che «la gente vedeva filare i due negri di bell'accordo e di buona lena con fresca sicurezza». Nel momento in cui Rhadi e Bikila guadagnano la testa della corsa, allora si può dire che «i due negri si sentivano bene e felici». Al momento del trionfo scopriamo che «i due negri cadevano l'uno tra le braccia dell'altro, estenuati, baldanzosi, felici

L'anno dell'Africa

Eppure quel 1960 sarà ricordato proprio come "l'anno dell'Africa", quello in cui sono ben 17 i paesi che si liberano, almeno giuridicamente, dei propri dominatori europei. Sono soprattutto i territori dell'ex Africa Occidentale Francese a proclamarsi indipendenti, portando a compimento il processo che si era aperto due anni prima con il referendum sullo scioglimento della federazione coloniale. La ricerca di autonomia e piena sovranità si affianca al desiderio di riscatto dei popoli colonizzati.

Non sempre tutto fila liscio. Basta sfogliare i giornali dei giorni precedenti e che seguono il successo sportivo di Bikila per rendersene conto. È nell'ex Congo belga - proclamatosi indipendente il 30 giugno del 1960 - che i vecchi padroni le provano tutte per non mollare la presa su quella vasta area di territorio conficcata nel cuore del continente.

Cinque giorni prima che Bikila, tagliando il traguardo di Roma, dimostri al mondo che i colonizzati possono vincere a casa dei colonizzatori, Patrice Lumumba è destituito dalla carica di primo ministro. Era stato lui a guidare il suo popolo alla proclamazione d'indipendenza. Lumumba, primo leader eletto democraticamente nella storia del paese, aveva tracciato un programma chiaro per rendere autosufficiente e autonoma dalle pressioni dei colonizzatori la Repubblica Democratica del Congo. Dietro quella che i giornali del tempo definiscono la "crisi congolese" è chiaro che ci sono gli interessi economici del Belgio. Lumumba inizia a tratteggiare i contorni di un progetto panafricano che superi i neo-nazionalismi locali e quelle contrapposizioni tra fazioni interne ai paesi che si stanno liberando, fomentate e incentivate dal divide et impera dei colonizzatori. È uno scenario che fa prefigurare un'Africa unita e indipendente. Per chi ha saccheggiato il continente da decenni, se non da secoli, è decisamente troppo.

Patrice Lumumba nel gennaio del 1960
Patrice Lumumba nel gennaio del 1960

A differenza dell'oro e dell'argento olimpici che possono anche essere concessi a "due negri", le risorse minerarie e naturali del Congo sono un bottino che le compagnie d'affari belghe non possono assolutamente permettersi di perdere. Tutto è lecito per raggiungere questo scopo. Promuovere la secessione della regione mineraria del Katanga è il primo passo. Il secondo è sostenere il colpo di Stato del generale Mobutu: accade il 14 settembre 1960.

Sono passati quattro giorni dal trionfo di Bikila a Roma: su di un pezzo di Africa si sono accesi i riflettori, su di un altro calano fosche ombre. 

Chiusosi l'anno dell'Africa, il 1961 si spalanca con il brutale assassinio di Lumumba nel Katanga in mano alle milizie e ai mercenari pagati dai belgi. Il cadavere del leader africano, giustiziato senza processo, viene fatto a pezzi e sciolto nell'acido. Il sogno di un Congo davvero indipendente e di un'Africa unita e autonoma si interrompe, ma questa è un'altra storia e - presto - ci toccherà raccontarla tutta.