Un aprile partigiano. Ricordarsi come eravamo, immaginare quel che saremo

La Ciurma - 31 marzo 2020

Il 75° anniversario della Liberazione dal nazifascismo verrà festeggiato in sordina. Ma, forse, può essere un'occasione per raccontare quanto fu straordinaria quella stagione di lotta, unica nella storia d'Italia. 

Partigiani pistoiesi alla Liberazione della città (fonte: Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Pistoia)
Partigiani pistoiesi alla Liberazione della città (fonte: Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Pistoia)

Tempi difficili

Uno dei più nocivi effetti collaterali dell'emergenza sanitaria in corso, a livello di memoria pubblica, sarà un fisiologico calo d'attenzione nei confronti di un anniversario cruciale per la nostra comunità: il 75° della Liberazione dal nazifascismo. Accorati appelli a #Resistere (alla pandemia) hanno riempito le nostre bacheche social e le prime pagine dei giornali progressisti, con pregevoli contributi di personalità di spicco del mondo della cultura, a ricordarci che l'attuale situazione deve essere in grado di attivare le nostre migliori energie. Mentre la marea montante del nazionalismo in salsa patriottica (o del patriottismo capitalizzabile e capitalizzato dai nazionalisti) rischia di inquinare il nostro spazio pubblico - rischio più volte qui radiografato - «la sirena della risposta autoritaria torna puntualmente a farsi sentire, soprattutto in società come la nostra che di democrazia non sono proprio campioni» (lo scriveva lo storico Mauro Canali su Facebook, in tempi non sospetti: novembre del 2019). Perché parlare ancora di quella stagione di lotta, allora?

Il lungo corso dell'antifascismo e la storia della Resistenza servono assolutamente, crediamo, anche a dotarci di antidoti contro «la sirena della risposta autoritaria», a darci uno scenario e un vocabolario con i quali poter agire, pensando soprattutto al domani. Quasi un secolo fa (nel 1927) una delle figure più limpide dell'antifascismo italiano, Ferruccio Parri, processato per aver partecipato all'espatrio clandestino del leader socialista Filippo Turati, scriveva al giudice istruttore di Savona che «libertà» e «giustizia» erano le idee che muovevano lui e la sua generazione di oppositori al fascismo: «Nella fede in queste idee noi ci riconosciamo: nel dispregio di queste idee riconosciamo il fascismo», in un momento in cui «è più veemente in noi di fronte all'orizzonte più chiuso la certezza dell'avvenire».

Il logo di "Raccontiamo la Resistenza", iniziativa dell'Istituto nazionale Ferruccio Parri
Il logo di "Raccontiamo la Resistenza", iniziativa dell'Istituto nazionale Ferruccio Parri

Per fortuna, in queste settimane difficili affiora all'orizzonte una pregevole iniziativa dell'Istituto che a Parri è dedicato, l'ente che coordina la rete degli Istituti storici della Resistenza e della società contemporanea in Italia: l'Istituto nazionale Ferruccio Parri. Raccontiamo la Resistenza è «una commemorazione virtuale (e virtuosa) del 25 aprile» - nella quale è coinvolta anche parte della ciurma di Raccontiamo la storia, raccontiamola tutta - che su varie piattaforme vuole promuovere il 25 aprile «con una voce ancor più forte, che echeggi in quelle piazze che quest'anno non si possono riempire di persone». In attesa di tornare pienamente nel reale, la commemorazione vivrà nello spazio virtuale.

L'Istituto nazionale Ferruccio Parri, insieme all'Istituto Cervi e a tutti i 65 istituti sparsi sulla penisola, vuole condividere un patrimonio a partire da fatti storici troppo spesso distorti, rimossi o stereotipati, facendone «una dimostrazione sempre attuale di solidarietà e partecipazione». Una boccata d'ossigeno in quest'epoca in cui imperversa la "dittatura del presente", in cui il passato è imbalsamato ed è un semplice guardiano dell'esistente. La democrazia in cui viviamo - talvolta mostratasi fragile - deve essere difesa, e per farlo c'è bisogno di riattivare le energie scaturite dal nostro passato migliore.  

Divisi, uniti

«Tenete presente: da noi la democrazia è appena agli inizi. Io non so, non credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo», aveva detto proprio Parri in occasione dell'inaugurazione dei lavori della Consulta nazionale, insistendo perché nel futuro prossimo si cercassero «le ragioni del consenso e non quelle del dissenso», ci si unisse «in uno sforzo consapevole di collaborazione». Che è quello che Parri, con il generale Raffaele Cadorna e il comunista Luigi Longo, provò a fare stando a capo del Corpo volontari della libertà (CVL), un organismo sorto con l'obiettivo di coordinare le operazioni da un punto di vista soprattutto militare per il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), che agiva in clandestinità e non al sicuro nell'Italia liberata o in esilio come fecero i vertici di altre resistenze europee. Il CVL fu un organismo che, come ricordato efficacemente dal Dizionario della Resistenza, giunse «alla pace avendo alla sua testa un comando rappresentativo di tutte le forze protagoniste della lotta. Cosa che non accade in nessun altro paese europeo».  

Il comando generale del Corpo Volontari della Libertà sfila a Milano per la Liberazione, 6 maggio 1945 (fonte: Wikimedia Commons)
Il comando generale del Corpo Volontari della Libertà sfila a Milano per la Liberazione, 6 maggio 1945 (fonte: Wikimedia Commons)

La Liberazione fu una grande conquista, e lo fu a livello militare, politico e umano: la commemorazione virtuale ricorderà proprio questo. Iniziata il 29 marzo (data della costituzione del triumvirato insurrezionale del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), passerà per altre date cardine della Resistenza: il 6 aprile (inizio della campagna di primavera degli Alleati), il 18 aprile (anniversario dello sciopero preinsurrezionale), per arrivare infine a celebrare il 25 aprile, data dell'insurrezione di Milano - simbolo della Liberazione nazionale dal nazifascismo - e il 2 maggio, data della resa tedesca in Italia.

Anche in questo tempo di crisi, e poi quando riprenderanno - perché riprenderanno - gli attacchi alla memoria dell'antifascismo e della Resistenza, la migliore risposta a questa continua opera di delegittimazione che abbiamo visto in atto negli ultimi decenni sarà innanzitutto il saper vedere l'immensa capacità che ebbero gli uomini (italiani e stranieri) e le donne che combatterono - partendo divisi e arrivando politicamente e militarmente uniti - di mettere in gioco il loro presente e i loro destini per il bene della collettività, provando ad anticipare anche nel concreto scorrere della lotta frammenti della società nella quale credevano. Nella quale c'era spazio per tutti, indipendentemente dalla provenienza, ma non per i fascisti.

L'antifascismo serve ancora? Senza ombra di dubbio, ne siamo convinti: insegnò a diverse generazioni di italiani a opporsi, a disobbedire, a lottare, a formarsi e a partecipare lo spazio pubblico; educò una nutrita e tenace minoranza a un lavoro politico e culturale necessario oggi più che mai. D'altra parte, come disse una manifestante a Correggio nel 1995 (la cita Ahmed Daoud nella sua tesi «A conquistare la rossa primavera»? Resistenza e antifascismo durante la «Seconda Repubblica»):

«Fino a che ci sarà un fascista sulla faccia della terra ci sarà un buon motivo per essere antifascista, ma ci sarebbe comunque un buon motivo per essere antifascista anche se non ci fosse più un fascista, per una questione di principio».

Per dirla con Walter Benjamin

«Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall'idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere».

Raccontiamo, dunque, la Resistenza, per difendere chi l'ha vissuta, e per difendere noi stessi. Fino a sfinirci, e oltre.

#RaccontiamoLaResistenza #RaccontiamolaTutta