Trame eversive e cultura dell’inganno: l’immaginario della guerra fredda “segreta” in Italia

16.04.2020

Come il caso Gladio esemplifica bene, in questi decenni il contesto italiano è stato dominato da una narrazione cospirazionista della guerra fredda che tende a dipingere quanto accaduto nella penisola come un sistematico frutto delle trame ordite a Washington e a Mosca.

di Francesco Cacciatore - 16 aprile 2020

A sinistra, il simbolo ufficiale di Gladio; a destra, una sua reinterpretazione satirica
A sinistra, il simbolo ufficiale di Gladio; a destra, una sua reinterpretazione satirica

Narrazioni della guerra fredda

L'immaginario della guerra fredda è inevitabilmente composto da narrazioni stratificate. In superficie c'è quella "ufficiale", dominata dal grande scontro geopolitico fra due superpotenze bloccate in uno stallo militare e atomico. Al di sotto di questa si intrecciano varie narrazioni "non ufficiali", che si nutrono della dimensione occulta del conflitto, fatta di spionaggio, operazioni clandestine e "guerra non ortodossa", e rese popolari dalla feconda produzione culturale ad esse collegata, dai film di James Bond ai romanzi di John le Carrè fino a recenti serie TV. Chi si occupa di studiare la guerra fredda, dunque è consapevole che, accanto alla politica ufficiale (overt), va tenuta in considerazione anche quella non ufficiale, la politica segreta (covert). Quest'ultima include strategie ampiamente utilizzate come il political warfare, la guerra psicologica e infine le operazioni segrete (covert operations), tutti termini ben noti agli addetti ai lavori, ma spesso semi sconosciuti al di fuori di quella ristretta cerchia. Il political warfare è un concetto che in termini generali può essere definito come un approccio integrato, che comprende sia strumenti ufficiali che segreti, per raggiungere gli obiettivi di uno stato a livello internazionale. Le operazioni segrete, invece, furono definite per la prima volta in ambito americano nel 1948 da George Kennan, il politico e diplomatico noto come il "padre" del political warfare (essendo stato il primo ad invocarne con vigore l'utilizzo da parte degli Stati Uniti), come il tentativo segreto di influenzare gli eventi globali con ogni mezzo disponibile escluso il conflitto militare aperto (all means short of war). Un simile approccio concettuale fu il risultato, principalmente, del tentativo di ripensare la politica estera americana di fronte alle nuove sfide presentate dalla rivalità con l'Unione Sovietica. In una situazione in cui era impossibile un intervento militare diretto contro il nemico (che caratterizzò l'intero periodo della guerra fredda), le operazioni segrete divennero uno strumento intermedio tra il confronto aperto e la totale assenza di azione, quest'ultima opzione ritenuta altrettanto impraticabile della prima.

Un approccio metodologico allo studio della guerra fredda che desse rilevanza a questi aspetti era già presente nelle opere dei principali storici cosiddetti "post-revisionisti"; in particolare Melvyn P. Leffner, in A Preponderance of Power (1992), fu il primo a fare ampio uso dei documenti dei servizi segreti americani, affiancati alle tradizionali fonti politiche, militari ed economiche. Christopher Andrew, il decano degli studi sulla storia dell'intelligence britannica, scrivendo nel 1977, quando la guerra fredda era argomento concreto della contemporaneità piuttosto che oggetto di studio del passato, disse: «Il ruolo dei servizi di intelligence è, semplicemente, troppo importante per non essere discusso». Più di venti anni dopo, un altro studioso specializzato nella storia dell'intelligence britannica, Richard Aldrich, scrisse in The Hidden Hand (2001) che: «I servizi segreti sono fondamentali per qualsiasi comprensione della guerra fredda. Al livello più alto è stata l'intelligence, in particolare quella di massima segretezza, a sostenere e persino legittimare tante politiche lanciate in nome del conflitto».

George Kennan, rappresentato come maestro di scacchi in un'illustrazione conservata allo Smithsonian Museum
George Kennan, rappresentato come maestro di scacchi in un'illustrazione conservata allo Smithsonian Museum

Mentre in ambito anglosassone gli studi sulla dimensione covert della guerra fredda sono proseguiti negli ultimi decenni senza sosta, e con grandi risultati, in Italia la situazione è molto diversa. La storiografia italiana sulla guerra fredda, infatti, ha trascurato di concentrarsi su questi temi per molto tempo. A dire il vero, anche il principio basilare della stretta interconnessione tra politica internazionale e politica nazionale è stato per lungo tempo oggetto di controversie anziché di studio nel nostro paese. Se una parte importante degli storici ha completamente ignorato la dimensione internazionale della storia italiana dal secondo dopoguerra in poi, coloro che non lo hanno fatto, evidenziando l'importanza di considerare un contesto più ampio per comprendere cosa stesse succedendo nel paese, hanno trascurato di concentrarsi sul collegamento causale tra i due piani. La ragione principale è stata la difficoltà di accedere alle fonti documentarie pertinenti che avrebbero permesso uno studio di tale rapporto causale. Lasciando da parte gli ovvi problemi con gli archivi dell'ex Unione Sovietica, i ricercatori italiani hanno anche fatto un uso molto limitato dell'incredibile quantità e qualità di documenti negli archivi statunitensi, e ancor meno di documenti precedentemente secretati, come quelli della CIA o quelli accessibili attraverso il Freedom of Information Act. Di fronte alle difficoltà inerenti allo studio della connessione tra il contesto internazionale e la situazione domestica durante la guerra fredda, «la storiografia italiana ha considerato sostanzialmente irrilevante l'analisi dei legami causali che non si adattava al modello prevalente di interpretazione e spiegazione», secondo un'analisi di Leopoldo Nuti, che in Gli Stati Uniti e l'Apertura a Sinistra. Importanza e Limiti della Presenza Americana in Italia (1999), si è occupato di questi temi con molta efficacia, fissando uno standard per la ricerca futura.

Alcuni storici italiani hanno fatto buon uso di fonti straniere e hanno guardato la storia del paese in una prospettiva più ampia e internazionale. Tuttavia, ci sono stati anche casi in cui l'attenzione per la presenza e l'influenza delle due superpotenze nel paese ha portato a risultati opposti, ovvero a guardare all'intera storia dell'Italia postbellica come nient'altro che il risultato di trame tessute a Mosca o (più spesso) a Washington. Questo tipo di opere, pur non avendo un grande impatto nel mondo accademico (ma comunque più di quanto si possa sperare), ha avuto un'enorme influenza sull'opinione pubblica, che è stata portata a credere che le superpotenze (ma soprattutto gli Stati Uniti) fossero dietro tutto ciò che è accaduto in Italia dal 1945 in poi, in particolare gli eventi più drammatici e sinistri come il terrorismo e la violenza politica, condizionando così ogni sviluppo nel paese per decenni. Alla luce di queste considerazioni, affrontare la storia della guerra fredda in Italia in una prospettiva internazionale, concentrandosi sulla dimensione delle covert operation e del political warfare, è particolarmente impegnativo. È necessario essere consapevoli della pletora di pubblicazioni che hanno contribuito alla malformazione dell'opinione pubblica sopra descritta, perché alcune di queste hanno avuto così tanto successo da essere citate anche da autori rispettabili, che troppo spesso trascurano di confutare apertamente queste tesi. È il caso, ad esempio, del libro di Daniele Ganser NATO's Secret Armies: Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, che legittima la propria visione cospiratoria tramite un uso parziale e manipolatorio di fonti spesso non attendibili, ma che ha avuto grande diffusione anche in ambito accademico. Questo uso superficiale e inaffidabile delle fonti, però, è anche la più grande debolezza di queste posizioni. Per sfruttarla, tuttavia, gli storici devono essere in grado di navigare tra le stesse fonti, comprese quelle problematiche come i documenti d' intelligence e gli archivi internazionali. Se fatto correttamente, ciò può aggiungere una nuova dimensione non solo alla storia dell'Italia durante la guerra fredda, ma alla storia della guerra fredda in generale.

Alcuni manifesti elettorali dalla campagna per le politiche del 1948
Alcuni manifesti elettorali dalla campagna per le politiche del 1948

Un laboratorio globale

L'Italia, infatti, costituisce un caso di studio eccezionale per comprendere le questioni più ampie alla base dei processi decisionali di quel periodo, e l'importanza del political warfare. Il primo esempio concreto di applicazione di questo concetto in seguito all'elaborazione teorica di Kennan ebbe luogo proprio nel paese, durante la campagna elettorale del 1948. Le prime elezioni politiche nella storia della Repubblica furono occasione per la prima covert operation ufficiale della neonata CIA, che si mobilitò per supportare la Democrazia Cristiana e i suoi alleati, principalmente con finanziamenti occulti da utilizzare per la propaganda elettorale. Le elezioni dell'aprile 1948 rappresentarono una svolta fondamentale non solo nella storia del paese, perché una vittoria del fronte comunista-socialista unificato avrebbe significato l'appartenenza dell'Italia al blocco sovietico, ma anche nella storia della guerra fredda. Fu in quel contesto che la CIA sperimentò per la prima volta le operazioni segrete, uno strumento che sarebbe diventato fondamentale negli anni a seguire. Come ha sottolineato Kaeten Mistry in The United States, Italy and the Origins of Cold War (2014), la sconfitta delle sinistre in Italia costituì per i policymaker americani una sorta di allegoria della guerra fredda, aprendo la strada al futuro delle relazioni italo-statunitensi e anche alla futura condotta del political warfare. L'importanza dell'Italia non diminuì negli anni successivi. Quando il Presidente Truman, nell'aprile del 1951, creò lo Psychological Strategy Board (PSB), una struttura ad-hoc dedita al coordinamento tra decisioni politiche e operazioni, uno dei primi piani d'azione (discusso nella terza riunione del PSB nel settembre 1951) aveva come obiettivo Francia ed Italia. Il piano per l'Italia si chiamava Demagnetize e comprendeva una serie di operazioni volte a ridurre drasticamente il potere e l'influenza del Partito Comunista Italiano (PCI), in particolare a indebolire il ruolo dei comunisti all'interno dei sindacati e rafforzare i sindacati non di sinistra. Con il passaggio alla presidenza di Eisenhower, e per tutto il resto degli anni Cinquanta, l'Italia fu il paese in cui la strategia di covert operation e political warfare fu applicata con maggiore costanza e con grande coordinamento con le politiche ufficiali del governo statunitense nel territorio. Quando le elezioni del 1953 produssero risultati molto deludenti per i democristiani (e di conseguenza per i loro alleati americani), le operazioni segrete nel paese aumentarono d'intensità, grazie in gran parte allo zelante anticomunismo dell'ambasciatrice Claire Booth Luce, che sostenne con costanza l'utilizzo di "misure attive" contro il PCI, arrivando addirittura a scontrarsi con il capo della stazione CIA in Italia, Gerald Miller, che preferiva un approccio più cauto. In quegli anni, infatti, la CIA gestì un'enorme campagna di finanziamento occulto per rafforzare i partiti di centro che durò per tutti e cinque gli anni prima delle successive elezioni del 1958. Il responsabile di questa operazione era William Colby, che divenne direttore della CIA negli anni Settanta, e ci ha lasciato un resoconto di questi rapporti nelle sue stesse memorie (anche se scarno di dettagli e privo per il momento del supporto di prove documentarie). I documenti disponibili del periodo, tuttavia, dimostrano che nonostante la crescita d'intensità e magnitudine delle operazioni segrete nel paese durante gli anni Cinquanta, dovuta alla congiuntura di circostanze nazionali e internazionali, le covert operation americane furono comunque sempre caratterizzate da un coordinamento molto stretto con le direttive politiche e con la posizione generale del governo degli Stati Uniti nei confronti dell'Italia.


Il caso Gladio

Una delle più importanti, e sicuramente la più nota, delle operazioni americane in Italia durante la guerra fredda fu la creazione della rete stay-behind nota con il nome in codice di "Gladio". Le reti stay-behind (s/b) erano essenzialmente strutture di resistenza clandestine, con la peculiarità che sarebbero rimaste "dormienti" fino a quando non si fosse verificata un'invasione del territorio nazionale. Si svilupparono all'indomani della Seconda guerra mondiale, alcune già a partire dal 1946, nei paesi dell'Europa occidentale che avevano vissuto l'occupazione nazista e volevano essere pronti nel caso in cui qualcosa di simile fosse successo di nuovo, questa volta con gli invasori provenienti da Est. La minaccia di un'invasione sovietica dell'Europa, infatti, era riconosciuta come un'eventualità concreta ai massimi livelli della politica e della pianificazione militare, sia all'interno della NATO che negli Stati Uniti, e rese le reti s/b una risorsa importante per il covert warfare. In questo contesto, Gladio fu un caso piuttosto singolare. Gli studi sulle stay-behind europee, anche quelli meglio documentati che hanno beneficiato del libero accesso agli archivi di queste organizzazioni e dei servizi d'intelligence, hanno sottolineato il loro carattere fortemente nazionale (si veda in proposito il numero monografico della rivista Journal of Strategic Studies dedicato all'argomento). Ciò ovviamente non escludeva la possibilità di chiedere aiuto ad alleati che possedevano risorse ed esperienza, ma in tutti i casi noti gli Stati Uniti (e in misura minore la Gran Bretagna) intervennero in seguito, dopo che l'iniziativa s/b era già stata avviata dai governi nazionali europei, nel ruolo di consulenti o finanziatori. In Italia, tuttavia, la CIA fece sentire la propria presenza fin dall'accordo costitutivo di Gladio, risalente al 1956, dove la rete s/b viene definita precisamente non come una rete italiana, ma come "italo-americana". Il caso Gladio, quindi, è particolarmente rilevante nel contesto delle stay-behind europee, in quanto è l'unico a presentare chiare prove del ruolo significativo svolto dall'intelligence americana fin dal principio. Ciò, tuttavia, non deve condurre alla conclusione errata che Gladio fosse lo strumento della sovversione americana nel paese, come suggeriscono la maggior parte delle pubblicazioni sull'argomento. Piuttosto, studiare la storia e lo sviluppo di Gladio è utile per capire come la strategia americana di covert operation avesse direttive e priorità molto chiare. In Italia, a differenza degli altri paesi europei, è possibile tracciare come questa strategia si sia sviluppata nel campo delle reti s/b, attraverso la stretta collaborazione istituzionale tra i due servizi segreti nazionali, la CIA e il SIFAR (rinominato SID nel 1966).

Una manifestazione anti-Gladio svoltasi in seguito alle rivelazioni di Andreotti
Una manifestazione anti-Gladio svoltasi in seguito alle rivelazioni di Andreotti

Studiare Gladio è anche estremamente utile per comprendere la malformazione dell'opinione pubblica su questi temi, accennata in precedenza. Da quando, nel 1990, l'allora Primo ministro Giulio Andreotti rivelò pubblicamente l'esistenza di Gladio e dei suoi equivalenti in altri paesi europei, la vicenda è stata discussa vigorosamente nelle sale della politica, sugli organi di stampa, negli studi televisivi e nelle aule giudiziarie. Grazie alla popolarità delle opere non storiografiche sull'argomento e al coinvolgimento degli organi giudiziari, Gladio è diventata, agli occhi del pubblico italiano, il simbolo di misteri, cospirazioni e deviazioni dell'autorità pubblica che avrebbero caratterizzato alcuni decenni di storia repubblicana. Quello di Gladio, tuttavia, è stato solo l'ultimo di una lunga serie di scandali che hanno coinvolto i servizi segreti italiani durante gli anni della guerra fredda, a partire dagli anni Sessanta, quando fu rivelata la profilazione non autorizzata di politici e personaggi pubblici, passando per il famigerato "piano Solo" e per il presunto coinvolgimento dei servizi stessi negli atti terroristici che sconvolsero il paese durante gli "anni di piombo". Una delle conseguenze dell'impatto pubblico di queste vicende è stata di allontanare lo studio della dimensione "non ufficiale" della guerra fredda, inclusa la storia dell'intelligence, delle operazioni segrete, e l'utilizzo del political warfare, dall'ambito rigoroso delle discipline accademiche, e di renderlo appannaggio della cosiddetta "letteratura grigia", caratterizzata dalla ricerca dello scandalo e dalla poca attendibilità. Un errore questo a cui bisogna porre rimedio perché, come spiegato in apertura, questa dimensione è fondamentale per comprendere appieno gli sviluppi della guerra fredda, e perché l'Italia rivestì in questo ambito un ruolo fondamentale, che gli studiosi non possono più ignorare.