Sétif, 8 maggio 1945: la scintilla della decolonizzazione

Tradizionalmente si indica nell'indipendenza di India e Pakistan, nell'agosto del 1947, l'inizio del processo che porta alla fine del colonialismo afro-asiatico europeo. Eppure oltre due anni prima, nell'Algeria francese, un evento spesso rimosso si era dimostrato un primo formidabile, e tragico, detonatore. 

 di Carlo Greppi - 8 maggio 2020

Sétif, maggio 1945 (fonte: lefigaro.fr)
Sétif, maggio 1945 (fonte: lefigaro.fr)

La forza delle idee

«Non dovevo partire. Se fossi rimasto al collegio, loro non mi avrebbero arrestato. [...]

Dovevo restare in collegio, al mio posto.

Dovevo ascoltare il capo del distretto.

Ma gli europei si erano riuniti.

Avevano spostato i letti.

Si mostravano le armi dei loro papà.

[...]

Ho sentito la forza delle idee.

Ho trovato l'Algeria irascibile. La sua respirazione...

La respirazione dell'Algeria bastava.

Bastava a cacciare le mosche.

Poi l'Algeria stessa è diventata...

Diventata a tradimento una mosca.

Ma le formiche, le formiche rosse.

Le formiche rosse marciavano alla riscossa.

Sono partito con i volantini.

Li ho sotterrati nel fiume.

Ho disegnato un piano sulla sabbia...

Un piano di manifestazione futura.

Un piano di manifestazione futura.

Datemi quel fiume, e mi batterò.

Mi batterò con la sabbia e con l'acqua.

Acqua fresca, sabbia calda. Mi batterò.

Ero deciso. Vedevo dunque lontano. Molto lontano.

Vedevo un contadino inarcato come una catapulta.

Lo chiamai, ma egli non venne. Mi fece cenno.

Mi fece cenno che era in guerra.

In guerra con il suo stomaco. Sanno tutti...

Sanno tutti che un contadino non ha una testa.

Un contadino non è che uno stomaco. Una catapulta.

Io ero uno studente. Ero una pulce.

Una pulce sentimentale... I fiori dei pioppi...

I fiori dei pioppi scoppiavano in batuffoli di seta.

Io ero in guerra. Lo divertivo, il contadino.

Volevo che dimenticasse la fame. Facevo il buffone.

Facevo il buffone davanti a mio padre il contadino. Bombardavo la luna nel fiume.»

Lo scrittore algerino Yacine Kateb racconta così, nel romanzo Nedjma, l'atmosfera che molti studenti respirano nella primavera del 1945, sullo sfondo dell'Algeria francese. La guerra europea alla quale hanno partecipato anche le truppe coloniali sta volgendo al termine, la Francia è libera da mesi dalla morsa nazista, e gli algerini scalpitano: «il popolo era dappertutto, a tal punto da essere invisibile, mescolato agli alberi, alla polvere, e il suo muggito compatto galleggiava fino a me; per la prima volta, come a Setif, mi rendevo conto che il popolo può far paura», pensa Lakhdar, uno dei quattro studenti protagonisti del romanzo. Nedjma racconta lo svilupparsi di un'intricata vicenda privata a partire da quattro studenti, che hanno in comune - tra le altre cose - l'essere reduci dalle agitazioni antifrancesi innescate da quanto era accaduto a Sétif, agitazioni che avevano visto tra i partecipanti lo stesso autore, Yacine Kateb.  

I fatti di Sétif

A Sétif, l'8 maggio del 1945, un giovane Kateb si unisce a una manifestazione: si festeggia la fine della guerra e si spera che questa porti con sé la liberazione dall'oppressione coloniale francese. Siamo a 300 chilometri da Algeri, e un gruppo di manifestanti sta chiedendo la liberazione del leader del Partito Popolare Algerino, Messali Hadj, che da sempre si batte per l'indipendenza dell'Algeria. Tutto si svolge pacificamente, fino a quando non viene sollevata la bandiera algerina, vietata dal governatorato generale: l'Algeria è una colonia francese da oltre un secolo, e una colonia deve rimanere - diventerà addirittura, due anni dopo, un territorio metropolitano, considerata a tutti gli effetti parte della Francia.

Un poliziotto ordina allo scout musulmano Bouzid Saâl, figlio di un contadino, di abbassare la bandiera, e al suo rifiuto uccide il manifestante ventiseienne. Di fronte alla polizia che spara sulla folla composta da studenti come Kateb, oltre a contadini e militanti indipendentisti, esplode la rivolta degli algerini pianificata da tempo - al termine della giornata i morti sono già a decine. Nel resto del paese, nelle ore successive, gli insorti compiono diversi attentati contro i cittadini francesi, detti pieds-noirs ("piedi neri"). Il governo, che rappresenta i 900.000 coloni a fronte degli oltre 7 milioni di indigeni, arma i suoi e scatena la caccia all'algerino.  

Si scatena la caccia all'uomo a Sétif (Fonte: dettaglio di fermo immagine dal documentario di Arte “Decolonizzazioni”)
Si scatena la caccia all'uomo a Sétif (Fonte: dettaglio di fermo immagine dal documentario di Arte “Decolonizzazioni”)

La scintilla

Nei giorni seguenti scatta una feroce repressione: viene indetto il coprifuoco e istituita la legge marziale, non si contano le spedizioni punitive e i raid aerei contro uomini, donne e bambini. Lo stesso Kateb, all'epoca quindicenne, è arrestato e imprigionato insieme a circa seimila persone: alcuni tra i fermati sono ancora più giovani di lui - diversi tra loro vengono immediatamente giustiziati, la tortura è all'ordine del giorno. In poche settimane, sono uccise diverse migliaia di algerini: il dibattito sulle cifre dei morti effettivi durerà per oltre settant'anni. E bisognerà aspettare proprio il 70° anniversario del massacro perché, per la prima volta, un ministro francese vada a rendere omaggio alle vittime di quella che può essere considerata la scintilla della decolonizzazione.

La profondità dell'esasperazione degli algerini arriverà a un picco con gli attentati simultanei del 1954, quando l'impero francese inizierà il suo lento e sanguinoso crollo, parallelo a quello britannico. «Non c'è altro che il delitto per assassinare l'ingiustizia?», fa scrivere Kateb a un personaggio di Nedjma, Mustafà. È una domanda che i militanti, giovani e di vecchia data, si pongono in questi mesi di stravolgimento degli equilibri globali. E nell'immediato dopoguerra, nelle colonie di tutto il mondo, due modelli si impongono con forza: se, soprattutto nel subcontinente indiano, la pratica conflittuale che prende piede è quella della disobbedienza civile, nella maggior parte dei casi - come in Algeria e in altri paesi dell'Africa subsahariana - i colonizzati proveranno a fronteggiare i colonizzatori con le armi.

Stele in memoria di Bouzid Sâal a Sétif, avenue du 8 mai 1945 (fonte: WikimediaCommons)
Stele in memoria di Bouzid Sâal a Sétif, avenue du 8 mai 1945 (fonte: WikimediaCommons)