Senza sogni. Saccheggi e disordini nei ghetti in rivolta

Esiste lo stereotipo secondo cui la violenza dei 'riots' danneggerebbe le rivendicazioni legittime che stanno alla base dei moti di indignazione. La storia dei tumulti nei ghetti nordamericani negli anni Sessanta ci spiega che dividere i manifestanti tra una parte di "buoni e pacifici" e una di "cattivi e violenti" è una semplificazione ideologica che rifiuta di fare i conti con le contraddittorie articolazioni dei fenomeni sociali.

di Marco Meotto - 7 giugno 2020

La rivolta di Watts

«A Los Angeles i neri dichiararono pubblicamente che non intendevano più porgere l'altra guancia. E che, frustrati e provocati, avrebbero reagito, a prescindere dal fatto che la la violenza fosse una risposta appropriata o no.»

È il 1965 quando Robert Conot descrive così, ne L'estate di Watts, la grande rivolta che sconvolge gli Stati Uniti occidentali nell'agosto di quell'anno. A scatenare giornate di feroci tumulti è l'arresto violento di Marquette Frye, un automobilista afroamericano fermato per "guida spericolata" e "sospetto stato di ebbrezza" da una pattuglia di poliziotti nel sobborgo di Watts. Quest'area, situata nella periferia sud di Los Angeles, era stata tra Ottocento e Novecento una roccaforte della classe operaia di origine europea. Nell'immediato secondo dopoguerra, tuttavia, il sobborgo aveva conosciuto radicali mutamenti nell'assetto demografico. La maggior parte dei "bianchi" si erano trasferiti in altre zone della città, al contempo era cresciuto il flusso immigratorio degli afroamericani, la cui comunità era arrivata a sfiorare il 90% degli abitanti dell'intero distretto. Watts aveva così assunto le tipiche caratteristiche di un gigantesco ghetto nero: sotto-occupazione, servizi pubblici scadenti, poca protezione sociale, bassa scolarizzazione, microcriminalità diffusa.

Quando l'11 agosto 1965, gli agenti della polizia stradale arrestano Frye, una piccola folla di abitanti del sobborgo, guidata dal fratello e dalla madre del fermato, accorre sotto la locale stazione di polizia. Solidarizzano con Frye e contestano l'ennesimo arresto violento di un afroamericano. Ne nasce un primo parapiglia, in cui la polizia non usa certo guanti di velluto. Tra i primi contusi, c'è anche una donna incinta, percossa dai poliziotti. È questa la benzina sul fuoco di un incendio le cui prime scintille stanno già divampando.

Agenti di polizia arrestano giovane afroamericano a Watts (www.colorelines.com)
Agenti di polizia arrestano giovane afroamericano a Watts (www.colorelines.com)

Per sei giorni Watts ribolle di rabbia e violenza distruttiva. Sono richiamati tutti gli agenti disponibili, ma non bastano. Arrivano anche i riservisti della guardia nazionale, ma la furia popolare non pare placarsi. Sui tetti di Watts c'è chi gioca a fare il tiro al bersaglio con i poliziotti e persino con i pompieri, ma in strada agenti e guardia nazionale non stanno a guardare. Più volte è aperto il fuoco sulla folla: alla fine dei riots si conteranno 34 morti e oltre mille feriti, di cui oltre un centinaio colpiti da pallottole. I danni saranno stimati in oltre 40 milioni di dollari. Ma non è solo Watts a bruciare: i disordini si sono rapidamente estesi anche ad altre zone di Los Angeles e altre località californiane. A San Diego ci vogliono tre giorni per placare la rabbia popolare. Quando a Watts sembra ormai pacificata, l'eco degli scontri si sente ancora a Pasadena, a Long Beach, a Wilmington.

Distruzione e saccheggi

Agli scontri tra forza pubblica e rivoltosi si sommano quelli tra le varie componenti della popolazione di Los Angeles, fino a un cortocircuito apparentemente senza spiegazioni. Quasi da subito bande di rivoltosi avevano cominciato a incendiare e devastare i negozi e gli edifici dei "bianchi", ma poi il saccheggio diventa sistematico, senza distinzioni di comunità di appartenenza e, a tratti, autodistruttivo. Le immagini dell'intera Watts in fiamme sono eloquenti: a essere presa di mira è soprattutto la 103esima strada, la via commerciale. Prima tutti i negozi sono saccheggiati, poi gli edifici sono dati alle fiamme. Al terzo giorno di scontri, il centro commerciale posto quasi al centro di Watts è praticamente raso al suolo. Ma non sono risparmiati nemmeno i piccoli commerci, le botteghe e le attività della stessa popolazione afroamericana. È questa foga distruttrice che induce alcuni commentatori ad affermare, senza però alcun fondamento, che i disordini sono sicuramente pianificati, che ci sono degli infiltrati, degli agitatori giunti da fuori a Watts appositamente per il "looting", per il saccheggio.

Quando il 17 agosto inizia a tornare la calma, l'America ha di fronte a sé molti interrogativi. Com'è possibile che un arresto per guida in stato d'ebbrezza scateni un inferno simile?

Watts in fiamme vista dall'alto. Alla fine dei tumulti saranno oltre 600 gli edifici parzialmente o totalmente distrutti.
Watts in fiamme vista dall'alto. Alla fine dei tumulti saranno oltre 600 gli edifici parzialmente o totalmente distrutti.

Il ghetto non ha vie d'uscita

Viene istituita una commissione d'inchiesta, presieduta da John A. McCone, industriale e uomo d'affari, che da pochi mesi aveva cessato di essere il Direttore generale della CIA. La Commissione McCone conduce un lavoro a tappeto nella comunità di Watts: oltre cento giorni d'indagine, 64 sedute della commissione in cui si ascoltano i report, le interviste con la popolazione del quartiere, si commentano i censimenti, si analizzano i dati sull'occupazione e sulle richieste di protezione sociale. Ne emerge un quadro chiaro: nessun complotto, nessun piano preordinato. A Watts sono emerse le contraddizioni profonde dell'America: quelle divisioni sociali che spesso sono disegnate proprio sulle linee del colore. Anche se le conclusioni generali dell'inchiesta non si sottraggono a uno schema conservatore, che enfatizza il ruolo negli scontri avuto dai giovani sottoproletari, disoccupati senza particolari competenze e spesso pregiudicati, il quadro generale rende comunque conto di una condizione complessiva di marginalità: il ghetto nero non offre risposte a molti suoi abitanti e la precarietà senza via d'uscita può provocare esplosioni come quella successiva all'arresto di Marquette Frye.   

Due società separate e diseguali

E Watts non resta un caso isolato. Nel 1966 a Chicago per protestare contro gli abusi della polizia si riversa nelle strade la comunità portoricana; nell'estate del 1967 è la volta degli afroamericani di Newark in New Jersey e poi di quelli di Detroit. È in questo clima che il presidente Johnson decide di istituire un'altra commissione, questa volta a carattere nazionale (la National Advisory Commission on Civil Desorders), che diverrà nota sulla stampa come la Commissione Kerner, dal nome del suo presidente, Otto Kerner, governatore dell'Illinois. Quando, dopo sei mesi di lavori, il report finale viene divulgato lo shock è fortissimo.

«Il nostro paese si sta muovendo verso due diverse società, una nera e una bianca, separate e diseguali»: è questa la frase, contenuta nel rapporto, che afferma con chiarezza cosa si cela dietro i tumulti nei ghetti. 

Non basta: 

«Ciò che gli Americani bianchi non hanno mai capito a fondo - ma ciò che la "comunità negra" non può mai dimenticare - è che la società bianca è profondamente implicata nelle faccende del ghetto».

Due mesi dopo la rivolta, le condizioni sociali nel ghetto di Watts non sono mutate
Due mesi dopo la rivolta, le condizioni sociali nel ghetto di Watts non sono mutate

Parole di pietra, che tuttavia Lyndon Johnson, attaccato dalla stampa conservatrice, ma anche dall'ala moderata dei democratici, non vuole ascoltare. È come se il rapporto Kerner dicesse a tutto il paese che le campagne per i diritti civili, che hanno animato il dibattito pubblico statunitense degli anni precedenti, non sono servite a fare dimenticare la miseria e la marginalità dei grandi ghetti urbani, dove l'accesso all'educazione, ai servizi, al lavoro è negato. È nei ghetti che si infrange il mito della "uguaglianza delle opportunità" su cui è costruito l'ideale americano del self-made man. È nei ghetti che anche il sogno del 1963 del reverendo King - per quanta forza evocativa sappia suscitare - si trasforma in un incubo nichilista, che trova linfa vitale scendendo in strada, innalzando barricate, distruggendo vetrine, incendiando palazzi.

Sull'idea che l'approvazione del Civil Rights Act, avvenuta nel giugno del 1964, rappresentasse una svolta epocale per gli Stati Uniti, Johnson aveva giocato la carta della sua rielezione. La strada dei diritti era continuata con il Voting Rights Act, lo strumento legislativo che garantiva un'iscrizione federale degli afroamericani alle liste elettorali, aggirando quindi i tentativi discriminatori degli stati segregazionisti: era stato approvato dal Congresso il 6 agosto del 1965, pochi giorni prima che scoppiassero i tumulti di Watts. Una coincidenza, che, tuttavia sembra suggerire che, per chi vive nelle periferie delle grandi città industriali, i diritti civili sono nulla senza diritti sociali, senza un'uguaglianza reale e non solo formale. Senza che venga posta fine alla brutalità della polizia.

La brutalità dell'agire della polizia fu la causa scatenante di una rivolta che aveva radici profonde
La brutalità dell'agire della polizia fu la causa scatenante di una rivolta che aveva radici profonde

Nel febbraio del 1968 la Commissione Kerner dice a Johnson che non solo non si è fatto abbastanza, ma è come se - di fronte alle disuguaglianze sociali - ci si fosse voltati dall'altra parte. Ma per Johnson e per buona parte dei democratici, incalzati dai repubblicani e dalle elezioni presidenziali dell'autunno, non sembra il tempo di ascoltare queste istanze.

Poco più di un mese dopo la pubblicazione del rapporto Kerner, i ghetti di oltre cento città degli Stati Uniti sono in fiamme. È il 4 aprile 1968, a Memphis è stato assassinato Martin Luther King. La notizia ha fatto il giro del paese in poche ore. I ragazzi della generazione senza sogni sono di nuovo sulle barricate e intanto qualcuno prova a dare forza al loro grido di rabbia.