«Roma, madre ed anima della nostra e vostra latinità»: l'appropriazione fascista della storia sudamericana

30.04.2020

L'uso e abuso del concetto di "latinità" da parte del regime fascista per dare una giustificazione teorico-politica sia alla possibile espansione dei fasci in Sudamerica che al rafforzamento propagandistico nazionale dell'autocrazia cesarista del duce ha rappresentato un'operazione strumentale e una manipolazione storica priva di qualsiasi fondamento.

di Andrea Mulas - 30 aprile 2020

Simon Bolivar (fonte: cronistoria.altervista.org)
Simon Bolivar (fonte: cronistoria.altervista.org)

Sguardi al Sudamerica

Già il 1° gennaio 1919 sulle colonne de "Il Popolo d'Italia" Mussolini aveva scritto che l'imperialismo era «la legge eterna e immutabile della vita. [...] Esso in fondo non è che il bisogno, il desiderio e la volontà di espansione, che ogni popolo vivo e vitale ha in sé» e che - addirittura - poteva «essere democratico, pacifico, economico, spirituale».

Le basi teoriche della futura politica estera del regime già erano state abbozzate. Nell'autunno del 1922 un fedele collaboratore del duce, Ottavio Dinale, aveva accettato di rappresentare il Partito nazionale fascista (Pnf) durante un viaggio in Sud America con l'obiettivo di trovare sbocco alla manodopera italiana attraverso la colonizzazione di regioni dell'Argentina, onde scongiurare l'emigrazione incontrollata, potenzialmente dannosa per gli stessi emigranti, come spesso si era registrato nei decenni precedenti. Tra gli altri mandati, Dinale aveva quello della propaganda del Fascio e - possibilmente - la fondazione di Gruppi fascisti in loco. Si trattava di organizzare il fascismo anche fuori d'Italia e in questa direzione nel febbraio 1923 il Gran Consiglio aveva decretato la costituzione di un Ufficio centrale per i Fasci all'estero all'interno della segreteria del Pnf per «disciplinare e dirigere» il movimento fascista nel mondo.   

La fallimentare missione della Nave Italia

Se nel 1924 alla Conferenza internazionale per l'emigrazione Mussolini aveva auspicato la «più stretta collaborazione affinché il trasferimento degli individui da paese a paese avvenga con soddisfazione reciproca e nel reciproco interesse», all'indomani dei limiti posti alla nuova politica migratoria dagli Stati Uniti, iniziò a volgere la sua attenzione verso le terre sudamericane, nuovo banco di prova delle ambizioni neoimperiali della politica estera mussoliniana, e le «fiorentissime colonie di connazionali» esistenti. Non più emigranti, ma "italiani all'estero": questa divenne la parola d'ordine della retorica fascista che incoraggiava il fenomeno migratorio come movimento collettivo organizzato. In altre parole, l'emigrazione non più solo come una necessità fisiologica, ma puntello dell'espansione morale, politica, economica e demografica degli "italiani nel mondo". Una componente della politica estera e dunque, come tale, uno strumento di propaganda ideologica e politica da sfruttare nella visione di Mussolini, come sostenne lui stesso nel 1923: «Ci sono attorno all'Italia paesi che hanno una popolazione inferiore alla nostra ed un territorio doppio del nostro. Ed allora si comprende come il problema dell'espansione italiana nel mondo, sia un problema di vita o di morte per la razza italiana». Si capisce che gli orizzonti sudamericani avrebbero rappresentato un'invitante terra di espansione politico-economica, e in quest'ottica il deputato fascista Giovanni Giurati (futuro segretario del Pnf) guidò come ambasciatore straordinario la missione della Nave Italia che in otto mesi di navigazione (da febbraio a ottobre 1924) attraccò in tredici stati latinoamericani visitandone le principali città: Lima, Montevideo, Río de Janeiro, Valparaíso, Punta Arenas, Buenos Aires, Cartagena, La Habana e così via. L'Oceano non divideva, ma univa.

Alla maestosa impresa non corrisposero però né gli auspicati risultati economici, né si registrò un particolare amor patrio nei confronti dell'Italia fascista da parte dei connazionali, per lo più legati alla tradizione politica radical-democratica e socialista.

I caratteri dell'egemonismo panlatino verso l'America latina, propri delle direttive indicate dal duce, sono ribaditi da Giuriati in maniera ambiziosa e ingiustificatamente pomposa nel resoconto della missione al Re d'Italia: «l'Italia dovrebbe iniziare una politica di largo respiro, seguendo gli insegnamenti di Roma, suprema costante ispiratrice [...]. La collaborazione feconda stabilirà vincoli indissolubili fra il Campidoglio, cittadella della Latinità e i Latini d'oltre mare. Auguro a Benito Mussolini di essere il disciplinatore della titanica impresa».  

Mussolini inaugura il monumento a Simon Bolivar. Roma, 21 aprile 1934 (fonte: Archivio Istituto Luce)
Mussolini inaugura il monumento a Simon Bolivar. Roma, 21 aprile 1934 (fonte: Archivio Istituto Luce)

La manipolazione storica del regime: il caso del Libertador Simón Bolívar

Era evidente fin da subito, come abbiamo visto, l'interesse del regime per l'America latina che era concretizzato attraverso i costanti legami con i Fasci all'estero sorti dai primi anni Venti. Ma è nel 1930, anno delle celebrazioni del centenario della scomparsa di Simón Bolívar, il Libertador che aveva combattuto vittoriosamente per l'indipendenza delle colonie sudamericane dalla Spagna, che il governo fascista tentò una (infondata) operazione culturale e politica per esaltare il concetto di "latinità" a supporto delle nuove relazioni che Mussolini pretendeva di stabilire con i paesi latinoamericani e in particolare con il Venezuela del dittatore generale Juan Vicente Gomez.

Il precedente storico che a giudizio degli ideologi del regime giustificava tale elaborazione era individuabile nel viaggio che Bolívar aveva compiuto in Italia nel 1805, tappa di un formativo periplo europeo, insieme all'amico e maestro libertador, Simón Rodríguez, e in particolare a Roma - ospitato a casa di Wilheilm von Humboldt (fratello dell'esploratore Alexander) - dove aveva compiuto un gesto fortemente simbolico di origine rivoluzionaria: sul monte Aventino (Mons Sacer, luogo della prima secessione della plebs) aveva giurato di liberare l'America spagnola dall'oppressione. Per il giovane venezuelano nel mito di Roma quindi risplendevano le virtù e le glorie repubblicane contro le ignominie imperiali, e al tempo stesso la storia della città era fonte d'ispirazione delle libertà delle nuove nazioni colombiane.

La pretesa simmetria tra il bolivarismo e il fascismo verrà teorizzata nel 1930 dallo storico di regime Gioacchino Volpe, secondo il quale l'America centro-meridionale non aveva avuto, nel suo processo storico, una formazione soltanto ispanica, ma, al contrario, si potevano osservare nel continente latinoamericano la presenza di componenti etniche e spirituali proprie degli elementi "latini" (europei in genere). Tutto questo - a suo giudizio - lasciava supporre che i rapporti passati tra l'Italia fascista e i paesi latinoamericani avevano avuto radici che risalivano ad una comune tradizione romano-occidentale. Le celebrazioni bolivariane del centenario, di fatto, si trasformarono così in un'occasione di revisione ideologica della storia e di auspicata costruzione di nuovi ponti verso le nazioni sudamericane.

Con uguale enfasi revisionista sia Ezio Garibaldi (nipote di Giuseppe) che Arnaldo Mussolini tornarono a sottolineare il legame dei paesi latinoamericani al fascismo. Ma anche il duce declamò il legame della cultura fascista con Bolívar. L'occasione - conservata anche nell'Archivio dell'Istituto Luce - venne data dall'inaugurazione (21 aprile 1934 nell'ambito delle celebrazioni per il Natale di Roma) della statua equestre del Libertador donata dalle nazioni bolivariane e che, per sua volontà, era stata installata a poche centinaia di metri dalla nuova sede del Pnf. Nell'inconfondibile enfasi autocelebrativa da regime, Mussolini ringraziò i presidenti sudamericani del «dono graditissimo ed altamente significativo» che avevano voluto fare a «Roma, madre ed anima della nostra e vostra latinità».

Occorre chiarire che i caratteri dell'autocrazia cesarista avevano però ignorato i diversi aspetti del bolivarismo che contrastavano con le elaborazioni politico-teoriche del fascismo. Anzitutto il Libertador aveva combattuto contro il dominio coloniale e successivamente non aveva costruito un impero. E, aspetto più importante, il comandante venezuelano, oltre ad essere tra i primi extra-europei a criticare l'eurocentrismo, si era ispirato per le proprie battaglie nell'America ispanica agli ideali delle lotte del costituzionalismo e del liberalismo nel Vecchio Mondo. Insomma, un vero rivoluzionario, diversamente da Mussolini.

Statua equestre di Simon Bolivar a Roma, 21 aprile 1934 (fonte: Archivio Istituto Luce)
Statua equestre di Simon Bolivar a Roma, 21 aprile 1934 (fonte: Archivio Istituto Luce)