Quando il papa perse il trono. La breccia di Porta Pia tra memorie e oblio

Il 20 settembre del 1870 l'ingresso dell'esercito italiano in Roma attraverso la breccia aperta nelle mura a Porta Pia sancisce l'annessione della città e del territorio circostante al Regno d'Italia, mettendo fine di fatto al potere temporale del papa. Anche se la memoria di questo evento si è ormai spenta, rievocarne le vicende a 150 anni di distanza ci aiuta a raffinare la nostra consapevolezza rispetto agli indissolubili intrecci tra fatti e percezioni, tra mito e realtà che condizionano il corso della storia.

di Valentina Colombi - 20 settembre 2020

Viale XX settembre a Trieste
Viale XX settembre a Trieste

Via Venti Settembre

«Scusa, tu che sei una storica...»: così normalmente esordisce l'amico di turno che sta per fare alla storica a disposizione una domanda la cui risposta sarà spesso ritenuta comunque insoddisfacente. «Cos'è successo il 20 settembre? C'è una Via Venti Settembre praticamente ovunque in Italia...».

Si era sotto la targa di una Via Venti Settembre di un paesino piemontese, e nel consesso di amici presente quella volta, una decina di persone in tutto, soltanto uno ha saputo rispondere, correttamente e prima che la storica in carica provasse ad aprire bocca.

A parte la piccola prova empirica di quanto la storia del Risorgimento - ma forse questo vale per la storia in generale? - non lasci traccia nella memoria scolastica dei più, questo piccolo aneddoto personale mette bene in luce il divario fra la densità toponomastica della ricorrenza del Venti Settembre e l'oblio a cui essa sembra condannata; a testimonio, tra l'altro, della labilità delle politiche della memoria, del tutto impotenti quando viene a mancare l'urgenza collettiva per cui un fatto storico viene ricordato.

Se dunque nel territorio della memoria il "Venti Settembre" è ormai una landa desolata, in quello della storia è però un evento a cui, con la scusa della cifra tonda del suo 150° anniversario, vale la pena dedicare attenzione e l'intento di questo breve contributo è proprio di spiegare perché.

Michele Cammarano, Bersaglieri alla presa di Porta Pia (1871), Museo di Capodimonte, Napoli.
Michele Cammarano, Bersaglieri alla presa di Porta Pia (1871), Museo di Capodimonte, Napoli.

Il fatto

Ma andiamo con ordine e dedichiamo innanzitutto un rapido cenno a cosa è successo in quel mattino del 20 settembre 1870 che dà il nome a tante vie del nostro paese. Il contesto è quello del processo di unificazione nazionale della penisola italiana guidata dal Regno di Sardegna. A fine estate del 1870 il Regno d'Italia esiste da più di nove anni, essendo stato proclamato il 17 marzo del 1861, e abbraccia quasi tutto il territorio della penisola. Tuttavia, l'area corrispondente all'incirca all'attuale regione del Lazio (esclusa la zona di Rieti) è ancora sottoposta al potere temporale del Papa e costituisce quel che rimane del millenario Stato della Chiesa.

Oltre allo stesso papa in carica, Pio IX, il principale oppositore dell'annessione di Roma al neonato Stato italiano è l'imperatore Napoleone III di Francia, che negli anni precedenti aveva offerto la solida protezione militare dell'esercito francese ai possedimenti pontifici. Nel settembre 1870, però, in seguito alla débâcle francese nella guerra franco-prussiana, Napoleone III è fuori combattimento. È dunque giunto il momento per il governo italiano di agire. A fronte del rifiuto del papa di consentire l'occupazione per via pacifica, re Vittorio Emanuele II dà al generale Raffaele Cadorna l'ordine di attaccare. Il fuoco dell'artiglieria si concentra subito sul tratto di mura compreso tra le porte Salaria e Pia, mentre offensive secondarie avvengono anche in altri punti della cinta muraria. Il generale Kanzler, alla guida del piccolo contingente pontificio, ha ricevuto da Pio IX l'ordine di dichiarare la resa subito dopo i primi colpi: il papa ha costretto il governo italiano alla prova di forza ma vuole evitare un inutile spargimento di sangue. Di fatto, però, le truppe pontificie rispondono al fuoco in più occasioni. Alla fine, secondo le stime ufficiali, i morti di entrambi gli schieramenti saranno 70, i feriti quasi 200.

Una volta aperta una breccia nella cinta muraria nei pressi di Porta Pia, reparti di bersaglieri e di fanti possono entrare in Roma e la occupano senza incontrare più alcuna resistenza.  

Il trasferimento della capitale italiana a Roma in una vignetta satirica
Il trasferimento della capitale italiana a Roma in una vignetta satirica

La forza dei simboli

Il motivo per cui Roma è tanto importante per il Regno d'Italia non è puramente di ordine geo-politico. E non si tratta semplicemente di completare l'unificazione del territorio della penisola: si dovrà infatti attendere ancora mezzo secolo per vedere raggiunti i supposti "confini naturali" dell'Italia unita che cadono in aree meno urgenti e sensibili della città eterna.

Roma è l'oggetto di quel coagulo di attese, aspirazioni e conflittualità noto, appunto, come questione romana: non è una città come le altre, ma un simbolo centrale di tutta la retorica nazionale e patriottica che il Risorgimento ha intessuto per tutto il XIX secolo. È la «primogenita immortale», come la definisce nelle sue Impressioni di Roma (1872) Edmondo De Amicis, che assiste in diretta alla "breccia" in qualità di reporter per diverse testate: luogo di un immaginario di grandezza e potere, complementare e alternativo rispetto a quello forgiato dal ruolo di capitale della cristianità, che può costituire materia mitica su cui ricamare a piacere con un orgoglio nazionale in via di costruzione.

Senza andare tanto indietro, nel 1870 Roma è anche luogo di una memoria ancora recente, quella della Repubblica romana del 1848-49, quando ancora la dinastia dei Savoia non aveva preso in modo netto il suo posto alla guida del processo unitario e tutto poteva ancora accadere; e quando il sogno dei repubblicani di vedere l'Italia unita sotto l'egida del popolo sovrano, senza re o papi-re al comando, aveva preso corpo, anche se per poco, nella "città eterna".

Roma, soprattutto, è la posta in gioco più alta di una visione laica e liberale del potere, in opposizione all'idea autocratica e antiprogressista che ha alimentato per secoli il potere temporale della Chiesa e che è perfettamente incarnata, in quel momento, dalle scelte politiche di Pio IX.

Sono dunque in molti, anche se prendono spunto da opinioni anche molto diverse tra loro, a pensare che Roma sia ineluttabilmente la capitale ideale dell'Italia unita e a vedere nella breccia aperta a Porta Pia il simbolo potente dell'irruzione della modernità nel "medioevo" tenuto artificiosamente e anacronisticamente in vita dal papa-re. E la "Roma dei cesari", la "Roma dei papi", la "Roma del popolo" sono altrettante narrazioni da elaborare per alimentare le proprie convinzioni e interpretazioni riguardo all'occupazione e all'annessione di Roma al Regno d'Italia. Costruendo dunque del 20 settembre 1870 una «memoria collettiva complessa, stratificata, contraddittoria, che al di là dell'elemento relativamente unificante del compimento dello Stato nazionale unitario si è come sezionata in tante memorie collettive di gruppi e di culture, cariche prima di speranze, poi di delusioni», ha scritto Guido Verucci riguardo al Venti Settembre come luogo della memoria dell'Italia unita.

La ricorrenza del Venti Settembre rappresenta dunque un caso di studio molto interessante perché mostra bene l'"effetto prisma" che i fatti storici - come dati reali e come coaguli di retoriche e immaginari - sono in grado di produrre nella memoria collettiva. Se già l'evento dell'annessione di Roma si nutre di miti e di simboli che ne condizionano il corso, la memoria e le celebrazioni successive della ricorrenza del Venti Settembre scompongono il ricordo dell'evento in tante diverse memorie, che alimentano narrazioni e mitologie alternative.

Mura aureliane, targa in memoria della Breccia di Porta Pia
Mura aureliane, targa in memoria della Breccia di Porta Pia

Una festa "divisiva"

Il Venti Settembre diventa spontaneamente una data del calendario civile, un rito da officiare collettivamente, anche se la sua ufficializzazione come festa pubblica avverrà soltanto nel 1895. A Roma e in diversi centri del Lazio il Venti Settembre è infatti fin da subito una festa popolare e anticlericale festeggiata con particolare calore, ma anche nel resto della penisola le associazioni garibaldine, mazziniane, radicali, democratiche, anticlericali danno vita a manifestazioni per celebrare la vittoria del potere laico - e della laicità del potere - su quello religioso.

Accanto a queste celebrazioni dal basso, le istituzioni italiane, da quelle locali a quelle nazionali, mantengono un atteggiamento piuttosto tiepido nei confronti di quella che, pure essendo una ricorrenza tanto importante da generare l'ipertrofia toponomastica che notavamo sopra, resta una festa spinosa. Nel celebrare il raggiungimento del traguardo unitario, il Venti Settembre ricorda ai vinti che sono stati vinti, suscitando sentimenti di lutto e di rivalsa. E il fatto è che i vinti non sono soltanto i cattolici intransigenti, che trascorrono la ricorrenza a recitare preghiere e rosari in favore della restaurazione del potere temporale del papa. Sono, di fatto, vinti anche quanti in Roma capitale italiana vedevano il compimento di un progetto politico ben diverso da quello che poi si è realizzato: sono vinti i tanti moderati cattolici che vivono con sofferenza la perdurante ostilità del papato verso il Regno d'Italia, e che alla breccia di Porta Pia avrebbero preferito soluzioni meno aggressive; e sono vinte le minoranze repubblicane, sempre più disilluse riguardo al prezzo pagato alla monarchia per avere in cambio un'unità fragile e una laicità sempre più evanescente; e infine dovranno darsi per vinti anche i radicali e i democratici che a inizio Novecento devono constatare che effettivamente quanto a laicità la strada sembra proprio smarrita.

Ormai priva di mordente sul piano della partecipazione popolare e snobbata dalle istituzioni, la festa del Venti Settembre è abolita nel 1930 e sostituita dalla celebrazione della conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano fascista, avvenuta con i Patti Lateranensi dell'11 febbraio del 1929. Non sarà più ripristinata nell'Italia repubblicana. Restano le tante targhe di vie e piazze Venti settembre a ricordare a chi sa leggerle che l'Italia è nata anche sulle ceneri del potere temporale del papa.