Quando i sacerdoti potevano sposarsi. Un nuovo scisma per una vecchia questione?

26.10.2020

Recentemente si è riaperto il dibattito intorno alla questione del celibato ecclesiastico: è in particolare la chiesa tedesca ad apparire in fermento riguardo alle esigenze di modificare la norma cattolica che vieta le unioni matrimoniali per i membri delle gerarchie ecclesiastiche. Da dove arriva questo divieto? È al cuore del Millennio medieviale, al secolo XI, che dobbiamo guardare per individuare la genesi di questa legislazione. Prima di allora la situazione era giuridicamente assai complessa e il matrimonio dei chierici fu per lungo tempo considerato lecito.  

di Caterina Ciccopiedi - 26 ottobre 2020

Novità dalla Germania

Il cardinale tedesco Reinhard Marx è stato il protagonista principale delle assemblee sinodali della conferenza episcopale tedesca il cui obiettivo era quello di imprimere una riforma alla struttura ecclesiastica attuale. Nella riunione dei vescovi tedeschi riunitisi a settembre sono state due le più importanti questioni a essere trattate: il celibato ecclesiastico e il sacerdozio femminile. I temi sono stati oggetto della riflessione di due commissioni dedicate, la cui denominazione è esplicita: "Donne nei servizi e ministeri della Chiesa" e "Vivere in relazioni riuscite". Si tratta, com'è facile intuire, di temi tra i più delicati e al tempo stesso più radicati nella tradizione cattolica. Tanto che qualcuno, il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, ha evocato una parola netta - per ora solo come possibilità da scongiurare: scisma. Quando si parla di scisma e quando tra i contenuti della frattura c'è la questione del celibato ecclesiastico è facile rievocare il terremoto che scosse e spezzò la cristianità nel corso del Cinquecento che conosciamo come Riforma Protestante. Le varie declinazioni di quella riforma religiosa - luterana, zwingliana, calivinista, anglicana - negarono il celibato ecclesiastico e considerarono leciti per i loro ministri, non più sacerdoti, le unioni matrimoniali.

Pensare però che Martin Lutero fu il primo a mettere in discussione questo divieto o che il matrimonio dei chierici fosse da sempre vietato dalle norme cristiane è però un errore: per lungo tempo il matrimonio del clero era infatti non solo praticato ma anche legittimo. E se vogliamo rintracciare una presa di posizione netta delle gerarchie ecclesiastiche contro il matrimonio dei sacerdoti dobbiamo volgere la nostra attenzione al cuore del Medioevo. Al secolo XI, quello della cosiddetta riforma gregoriana.

Il primo concilio di Nicea in un'icona ortodossa
Il primo concilio di Nicea in un'icona ortodossa

I primi secoli del cristianesimo

Prima di allora le cose erano andate diversamente: per tutto il IV secolo il diritto del clero di ammogliarsi prima di accedere al primo gradino della gerarchia ecclesiastica (il diaconato) e di non interrompere il rapporto matrimoniale non viene mai messo in dubbio. Durante il concilio di Nicea (325) la proposta di alcuni Padri di imporre a vescovi, preti e diaconi di astenersi dal frequentare le mogli, che avevano legittimamente sposato quando erano ancora laici, suscitò la vibrata protesta di un vescovo, Pafnunzio, che la percepiva come una pericolosa novità. Contro coloro che pretendevano di «introdurre nella Chiesa una legge nuova», Pafnunzio obiettava che non si poteva separare un uomo dalla moglie che aveva legittimamente sposato, e che il legame matrimoniale doveva essere considerato, perché così l'aveva voluto Dio, indissolubile. Persuasa dalle sue argomentazioni, l'assemblea non deliberò in materia e lasciò alla libera volontà di ognuno di scegliere o meno la via della castità.

A essere condannata era invece la frequentazione di donne al di fuori del rapporto matrimoniale, considerato un vero e proprio scandalo, ma le assemblee vescovili a partire da Nicea non toccarono il problema del rapporto coniugale, considerato perfettamente legittimo. Vi fu, certo, uno sforzo all'interno della chiesa verso la regolamentazione, ma non verso il divieto, del matrimonio: ancora nel secolo VIII con il titolo di «episcopissae», «presbitarae», e «diaconae» troviamo diverse donne a reggere le case dei sacerdoti, donne che erano pubblicamente onorate benché non risulti avessero ruoli istituzionali all'interno della gerarchia ecclesiastica.

È in età carolingia, con lo sforzo concorde delle autorità sia ecclesiastica sia civile, che emerge un nuovo ideale che proponeva una vita casta nel claustrum. Parallelamente le norme che regolavano la coahabitatio (la convivenza) si fecero sempre più intolleranti finché questa non fu completamente vietata. Lo scopo era perseguito in due modi: con l'esortazione per i chierici, senza distinzione di grado, di abitare nel claustrum presso la chiesa e non nelle abitazioni proprie, e con il divieto assoluto a preti, diaconi e suddiaconi di abitare con donne.

Gli sforzi dei legislatori carolingi sortirono qualche effetto: a partire dal secolo X, infatti, le testimonianze di chierici ammogliati si fanno sporadiche, quasi nulle, anche se proporzionalmente aumentò il numero delle unioni concubinarie, da sempre condannate. Va comunque ricordato che le chiese locali avevano un ampio margine di autonomia, considerato soprattutto che, legalmente, il matrimonio non era vietato. Se, insomma, lo sforzo dei legislatori andava verso una regolamentazione più stringente dei legami matrimoniali l'incertezza che vigeva era ancora molta e una dottrina unitaria del celibato ecclesiastico fu elaborata solo nel corso del secolo XI: la lotta contro il clero ammogliato (e concubinario) è infatti uno dei cardini ideologici del programma della riforma centralistica romana. Ed è solo nel secolo XI che si arrivò al divieto del matrimonio del clero.  

I figli dei chierici: la dispersione del patrimonio ecclesiastico

Cosa portava i legislatori a vietare il matrimonio? Una delle motivazioni era certamente la volontà di distinguere lo stato di vita sacerdotale da quello laicale e l'idea - ben esplicitata in Pier Damiani, uno dei più importanti intellettuali del secolo XI - della paternità spirituale del vescovo che si esercitava sulle comunità a lui affidate, da cui derivava l'idea che se il vescovo, padre spirituale, avesse avuto un rapporto con uno/a dei suoi figli si sarebbe trattato di un rapporto incestuoso. Il vescovo non poteva avere una moglie, insomma, giacchè la stessa sarebbe stata in primo luogo una delle sue figlie.

Ma c'era un'altra questione che suscitava le preoccupazioni delle gerarchie ecclesiastiche, una questione puramente patrimoniale: erano infatti molti i figli di chierici che, pur non seguendo la professione paterna, ottenevano l'investitura di beni ecclesiastici ma anche di chiese di cui dovevano occuparsi.

Verso la soluzione di questo problema si proposero di agire gli imperatori tedeschi e i pontefici romani uniti, almeno al principio del secolo XI, in un comune sforzo di riforma del papato. Ecco quindi che nella sinodo del 1022, convocata dall'imperatore Enrico II e presieduta da papa Benedetto VIII, leggiamo una condanna del matrimonio e del concubinato del clero. Proprio durante la riunione sinodale del 1022 un canone, il secondo, ci consente di immaginare una realtà in cui non solo i livelli più bassi della gerarchia ecclesiastica erano sovente coinvolti in legami matrimoniali ma anche i più alti gradi, come i vescovi. È proprio al vescovo che nel canone 2 si faceva divieto di abitare con una donna, pena la scomunica: il che può essere letto come una testimonianza di una situazione possibile e ricorrente - ovvero il caso di un vescovo sposato - che il concilio condannava senza riserve.

Il concilio romano del 1059, presieduto da papa Nicolò II, rappresentò un'importante tappa nel processo di stigmatizzazione (prima di questo la condanna della coabitazione con donne era stata ribadita nei concili del 1049 e del 1057): anche se solo come ipotesi e non come obbligo, fu proposta un'alternativa per contrastare il matrimonio del clero: la vita in comune del clero.

Facciamo attenzione: nei canoni dei concili che abbiamo citato si parla sempre di «concubina» e di «subintroducta mulier» ma non di «uxor» (moglie): si ha l'impressione, seguendo l'attività del gruppo riformatore romano nel periodo 1050-1060, di una notevole incertezza tra vecchie disposizioni canonistiche e la nuova sensibilità che stava sorgendo nel gruppo dirigente della chiesa di Roma.

Il decreto di Nicolò II fu ripetuto identico nella sinodo convocata da Alessandro II nel 1063. Nei canoni conciliari e nelle numerose lettere, Gregorio VII - il pontefice forse più noto del secolo XI - si dimostrava in linea con i predecessori: nella sinodo del 1075 proibì a presbiteri, diaconi e suddiaconi che avevano una moglie o una concubina di svolgere il ministero, privandoli del beneficio a meno che, lasciata la donna, questi non facessero una congrua penitenza. Gregorio VII condannò e denunciò a più riprese la poca efficacia di vescovi e arcivescovi nell'applicazione dei decreti antimatrimoniali e anticoncubinari: è bene ricordare che la debolezza di vescovi e arcivescovi può essere interpretata sia come un'oggettiva difficoltà dei presuli nell'operare in situazioni locali in cui la consuetudine del matrimonio era largamente accettata e aveva condotto a situazioni inestricabili, soprattutto a livello patrimoniale non facilmente risolvibili, sia come una vera e propria difesa del matrimonio da parte delle gerarchie vescovili.  

Difendere il matrimonio, e perdere

Non mancano, infatti, gli esempi di difesa dell'istituto matrimoniale: a Milano, per esempio, il matrimonio del clero era una peculiarità 'ambrosiana' che le gerarchie difendevano contro l'intrusione romana, e a Imola, intorno al 1060, il vescovo Ulrico scrisse un'esplicita presa di posizione a favore del matrimonio del clero - l'Epistola de continentia clericorum - in cui il prelato proponeva non la rigorosa osservanza del celibato, ma dei «casta clericorum coniugia» ovvero di quei legami matrimoniali regolari che potevano, per Ulrico, estirpare mali come l'adulterio o l'omosessualità.

La linea di Ulrico e dei vescovi lombardi si rivelò, nel corso dei secoli XI e XII, una linea perdente o in ogni caso minoritaria. Prevalse, nonostante diffuse resistenze, la tesi del gruppo riformatore romano e i concili successivi a quelli di Gregorio VII lo confermano. Tra il primo e il secondo concilio lateranense si ebbe anzi un inasprimento della legislazione: il concilio del 1123 condannò con chiarezza il matrimonio e il concubinato dei chierici minacciando di scomunica chi non rispettasse le decisioni sinodali: chi aveva precedentemente contratto matrimonio era tenuto a separarsi dalla moglie e fare penitenza. Il concilio del 1139 rinforzava i precedenti prevedendo che i matrimoni dei chierici dovessero essere sciolti e privando del proprio ufficio chi rifiutava di separarsi dalla moglie.

Con il IV concilio lateranense si arrivò a una parziale sistemazione della questione del celibato ecclesiastico: i chierici incontinenti erano puniti secondo le sanzioni canoniche; se continuavano a celebrare gli uffici divini il beneficio gli era tolto ed era prevista la deposizione. La costituzione conciliare prevedeva anche che se l'autorità ecclesiastica deputata al controllo - il vescovo - si dimostrava permissiva questa fosse soggetta alla medesima pena (privazione del beneficio e deposizione).

Il dibattito sul celibato ecclesiastico appariva dunque, all'inizio del XIII secolo, terminato e il matrimonio, da vincolo legale (e poi vincolo legale ma avversato) era diventato un crimine. Secoli dopo un frate agostiniano tedesco, Martin Lutero, sarebbe stato destinato a riaprire quel dibattito e, anzi, a farlo esplodere: a lui oggi si ricorre giornalisticamente e in modo sensazionalistico quando si solleva lo spauracchio di un nuovo scisma tedesco (Chiesa, ora i cattolici tedeschi cercano un "nuovo Lutero", titolava il quotidiano 'Il Giornale' nel maggio 2020).

Come abbiamo visto, però, ben prima di Lutero, c'era stato un tempo, un lungo tempo, in cui parlare di matrimonio del clero era considerato normale.