Perché non ci sono statue di Hitler? Luoghi, Memoriali e Memoria nella Germania di oggi

Il dibattito recentissimo attorno alla statua di Indro Montanelli non rimanda solamente allo scontro attorno all'opportunità o meno della sua rimozione, ma offre l'occasione per riflettere sulla genealogia, l'evoluzione e gli evidenti limiti di una certa memoria collettiva italiana. Visti i vari articoli che in questo periodo sono stati ri-postati sui social media riguardo al "perché non ci siano statue di Hitler in Germania", un breve riferimento ai meccanismi della memoria collettiva tedesca può aiutare a contestualizzare anche l'"affare Montanelli" all'interno dell'incompiuto dibattito italiano sul rapporto tra passato colonial-fascista e memoria.

di Tommaso Speccher - 27 giugno 2020

La svastica esplode a Norimberga, 1945.
La svastica esplode a Norimberga, 1945.

La cultura della memoria in Germania

Quella della riflessione e ricostruzione del passato nazi-fascista tedesco è una lunga battaglia che, nonostante l'immediata distruzione fisica dei simboli celebrativi del Terzo Reich, non nasce subito a ridosso della seconda guerra mondiale. Infatti, durante i primi quattro anni del dopoguerra impiegati nella denazificazione del paese, alla meticolosa rimozione dei segni fisici del nazismo nella toponomastica e nell'arredo urbano non corrisponde l'avvio del dibattito su come riempire di senso politico quella necessaria cesura. L'iconoclastia verso svastiche di pietra e cartelli stradali è infatti accompagnata solo dall'esposizione forzata dei civili agli effetti più repellenti dei crimini di guerra, tramite ad esempio l'obbligo di escavare fosse comuni o di visionare filmati dei campi di concentramento, come se l'orrore così suscitato potesse da solo costituire un eterno deterrente di atrocità future. Già però negli anni Cinquanta e Sessanta, la questione del recente passato nazista investe direttamente lo spazio pubblico, in modo dapprima marginale - grazie a piccoli gruppi sociali e a singoli pionieri, tra cui lo storico Joseph Wulff e il pubblico ministero Fritz Bauer - per acquisire poi, nel corso dei decenni, una dimensione sempre più "collettiva".

L'appropriazione collettiva della memoria dei crimini nazisti non è avvenuta in maniera organica e soprattutto è stata il frutto di dibattiti lunghi ed estenuanti. A livello politico, innanzitutto, ci si deve ricordare che per decenni uno dei grandissimi ostacoli all'emersione di questo dibattito è stato rappresentato dalla continuità egemonica di interi strati della società tedesca nel passaggio dittatura-democrazia. Il nazismo, come del resto il fascismo italiano, è stato una "dittatura maggioritaria", sostenuta da quella maggioranza silenziosa di spettatori conniventi se non volenterosi protagonisti, fatta di semplici cittadini, forze dell'ordine, apparati statali giuridici e amministrativi, sopravvissuti dopo la guerra a qualsiasi opera di epurazione. Basterebbe indicare in tal senso la figura di Hans Globke, firmatario delle Leggi di Norimberga nel 1935 e segretario di stato generale del governo Adenauer per ben dieci anni, dal 1953 al 1963: una carriera inconcepibile con la prospettiva politica di oggi.  

Il frontespizio delle leggi razziali sottoscritte da Hans Globke, futuro Segretario di stato per Adenauer.
Il frontespizio delle leggi razziali sottoscritte da Hans Globke, futuro Segretario di stato per Adenauer.

La "cultura della memoria" in Germania è stata quindi una "battaglia per la memoria", in cui a scontrarsi sono state due anime della società: una omertosa, complice e mal disposta al confronto con il passato, l'altra progressista e furente verso i crimini inaccettabili del nazismo. Questo scontro ha avuto anche dei picchi inauditi di violenza (basti pensare all'interpretazione degli "anni di piombo tedeschi" come espressione stessa dello scontro intergenerazionale tra sessantottini e generazione nazista), ma ha sempre continuato a svolgersi apertamente, alla luce del sole, permettendo a un discorso di nicchia di allargarsi e diventare così egemonico e maggioritario, tanto da occupare alcuni dei luoghi centrali della democrazia tedesca. Come si è realizzata questa presa di coscienza e questa acquisizione di consapevolezza collettiva progressiva?

Il Memoriale alle vittime della Shoah

Il caso del Memoriale alle vittime della Shoah - 19.000 metri quadrati tra la porta di Brandeburgo e Potsdamer Platz occupati da 2.711 steli di cemento - è forse uno degli esempi più lampanti di questo processo storico. Nato a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, il progetto viene inizialmente sostenuto dal conservatore Helmut Kohl, con l'idea però di erigere un "memoriale per tutte le vittime della guerra". Quella di Kohl è sostanzialmente una prospettiva omertosa e "benaltrista" tesa a dissolvere i crimini del nazismo nel generico orrore della guerra; una prospettiva che avrebbe aperto la strada a un'opera di mistificazione storica. Gli anni che seguono vedono un faticoso processo di conquista storiografica, lessicale e simbolica nel segno della differenziazione delle vittime, processo per cui il concetto di giustizia storica deve accompagnarsi al consenso sulla "giusta memoria". Quel dibattito è stato sostenuto innanzitutto - e, va sottolineato, faticosamente - da associazioni della società civile (una per tutte: Perspektive Berlin, composta da storici e sopravvissuti), è stato abbracciato poi da rappresentanze politiche (i partiti della sinistra) e infine è stato sugellato dal voto in parlamento, a più riprese. La decisione di costruire il Memoriale proprio sopra i luoghi del potere nazista, nella zona del bunker e del governo hitleriani, e di dedicarlo ufficialmente nel suo nome tedesco, agli ebrei "assassinati", non astoricamente "caduti", è ben lontano dall'essere un passaggio obbligato: è una conquista. Il peso di questo risultato ha permesso di risignificare altre tracce fisiche quasi invisibili del passato nazista, focalizzando il loro rapporto con il presente e dando vita al nuovo centro della capitale berlinese: il parlamento tedesco è oggi circondato e protetto dai monumenti alla memoria delle vittime Sinti e i Rom, dei dissidenti politici, dei perseguitati omosessuali, dell'Operazione eutanasia e infine delle vittime ebraiche.  

Il Memoriale alle vittime Sinti e Rom a ridosso della sede del parlamento a Berlino
Il Memoriale alle vittime Sinti e Rom a ridosso della sede del parlamento a Berlino

La Casa della Conferenza di Wannsee

Un altro caso abbastanza emblematico del laborioso sviluppo della cultura della memoria storica in Germania è quello della Casa della Conferenza di Wannsee - l'edificio dove il 20 gennaio 1942 quindici alti rappresentanti dello Stato nazista si trovarono a firmare il documento che sanciva la scelta della "soluzione finale della questione ebraica". Il luogo storico di questa conferenza è una graziosa villa in stile italiano che si affaccia sul lago di Wannsee. Costruita da un imprenditore franco-tedesco finito poi in disgrazia negli anni della Repubblica di Weimar, l'edificio venne confiscato dalla Gestapo nel 1938, finendo sotto il controllo di Reinhard Heydrich, il quale avrebbe voluto farne la sua residenza privata. La Conferenza si tenne qui proprio perché Heydrich era in un momento chiave della sua carriera e cercava di profilarsi come il nuovo Himmler (e se non fosse stato ucciso in un attentato a Praga nel 1942 probabilmente ce l'avrebbe fatta). Fatto sta che, finita la guerra, per qualche decennio non c'è stato nessuno che fosse disposto nemmeno a nominare il passato di questo luogo. Fino agli anni Ottanta inoltrati l'edificio è stato utilizzato come colonia estiva per i bambini del quartiere di Neukölln e neppure il lavoro estenuante dello storico polacco e sopravvissuto ad Auschwitz Joseph Wulff (a cui è dedicata la biblioteca odierna del centro educativo) è riuscito a smuovere minimamente il dibattito pubblico. Solo nel 1982 compare la prima targa, più volte vandalizzata, a ricordare la Conferenza lì svoltasi, e quattro anni più tardi ha timidamente inizio il progetto che avrebbe trasformato l'intero luogo in uno dei centri commemorativi, didattici e formativi sulla storia del nazismo più importanti del paese. Anche in questo caso l'approfondimento del passato nazionalsocialista ha fatto da grimaldello, generando un allargamento progressivo dei temi connessi alla storia dei crimini nazisti. Questo lo si può evincere anche dall'evoluzione delle tre mostre permanenti susseguitesi negli ultimi 25 anni: la prima del 1995 concentrata sul tema della "distruzione nei campi di concentramento"; la seconda del 2005 su quello delle carriere dei criminali nazisti qui presenti; la terza - inaugurata il 20 gennaio 2020 - molto più orientata a una considerazione vasta delle varie complicità della società civile al tempo del nazismo, riflettendo sul rapporto maggioranza/minoranza, sulla radicalità dell´ideologia razzista nella storia europea, sul tema della persecuzione della diversità negli anni del nazismo, non solo quella ebraica ma in un senso più esteso di tutti gli altri gruppi di vittime della furia nazi-fascista.

Il passato come presente

La topografia berlinese di oggi è il risultato di questa evoluzione progressiva in cui la critica del passato nazista ha creato uno spazio urbano e sociale abitato da temi quali le battaglie contro il razzismo, contro il patriarcato, e quelle per i diritti di ogni minoranza, dal movimento LGBTQ alla comunità Sinti e Rom. Questo non ha immunizzato la società tedesca da rigurgiti e fascinazioni neonaziste: quello che è rimasto è però un certo rigore trasversale nella considerazione del rapporto tra storia, memoria e spazio pubblico. Fondamentalmente, in questo paese, negli ultimi trent'anni, non viene posta pietra commemorativa senza un'indagine puntigliosa di cosa o chi viene commemorato e soprattutto della limpidezza civile e legittimità giuridica di questa commemorazione. Questo tipo di rigore non è per nulla scontato, anzi, è di certo inviso tacitamente a una grande parte della destra conservatrice ed, in maniera ancora più esplicita, negato da certi esponenti del partito di estrema destra AFD (Alternative für Deutschland) di chiara ispirazione negazionista e di influenza neonazista: esso è però frutto di un processo storico che ha visto nascere e diffondersi nei decenni una cultura progressista, attenta ai temi della memoria storica, che al momento attuale rappresenta il discorso egemonico tedesco sul passato della Germania.   

La riflessione sulla significazione degli spazi pubblici è tuttavia un fenomeno trasversale molto più vasto, che esprime il bisogno quasi fisiologico di guardare al proprio spazio pubblico interrogando le narrazioni collettive che vi sono state inscritte. Le proteste negli Stati Uniti delle ultime settimane ed i conseguenti attacchi globali alle statue di schiavisti e icone coloniali sono anche il frutto di un processo di appropriazione collettiva dei discorsi e delle storie. In modo simile anche in Italia alcuni gruppi hanno evidenziato, più volte dalla sua erezione, l'inaccettabilità della statua celebrativa di Montanelli in quanto alfiere dei trascorsi coloniali italiani, nonché autore della mai rinnegata violenza sessuale su una bambina africana, e subito sono stati tacciati di moralismo e miope furia iconoclasta. Dietro a questa accusa, frutto di un certo gattopardismo italiano, si nasconde il rifiuto di ragionare sul significato per nulla neutrale di una statua celebrativa di un personaggio del genere. Ironico, per una statua eretta con l'obiettivo dichiarato di "invitare a leggere e pensare" - stando al discorso inaugurale del sindaco Albertini nel 2006.

L'esempio tedesco ci mette chiaramente di fronte alla realtà che l'unico modo per onorare il passato non è certo quello di celebrarlo; bisogna invece raccontarlo senza sconti per generare un senso del presente, per costruire un linguaggio che parli all'oggi. E questo dovrebbe essere anche l'obiettivo di ogni politica della memoria.

Il Memoriale alle vittime della Shoah
Il Memoriale alle vittime della Shoah