Per una goccia di sangue nero. Definire il confine fra bianchi e neri negli Stati Uniti segregazionisti

04.06.2020

Attraverso il caso di studio della comunità 'melungeon' è possibile indagare i processi di costruzione delle "linee del colore" nella storia statunitense. 

di Ruggero Pedroletti - 4 giugno 2020

Una questione di sangue

Nel 1967 la Corte Suprema degli Stati Uniti, accogliendo il ricorso dei coniugi Loving, sanciva l'incostituzionalità delle leggi che vietavano i matrimoni interrazziali, abbattendo così l'ultimo baluardo del sistema segregazionista su cui si erano retti fino ad allora gli stati meridionali del paese. I Loving erano stati condannati a un anno di carcere dal tribunale ordinario della Virginia (pena commutata in venticinque anni di esilio dallo stato), in accordo con le Racial Integrity Laws, una serie di provvedimenti presi dallo stato fra il 1924 e il 1930. Oltre a stabilire pene più severe per i matrimoni misti, queste norme innalzavano le barriere d'ingresso all'"identità bianca" a un grado mai visto prima: per la prima volta i colored o negroes erano definiti come coloro che avessero anche solo una goccia di sangue nero, rendendo così un singolo antenato nero, non importa quanto lontano, una condizione sufficiente a classificare una persona come nera. Quella che divenne nota come "one drop rule" colpì anche le comunità indiane della Virginia, che secondo il medico eugenista W. A. Plecker, capo del Bureau of Vital Statistics dello stato fra il 1912 e il 1946 e principale promotore della legge sull'integrità razziale, erano fortemente "contaminate" da sangue nero. Per tutto il suo mandato, Plecker combatté una crociata personale contro le persone dalla dubbia identità razziale e contro gli indiani della Virginia, che smisero di esistere nei registri statali e faticarono, nei decenni successivi, a ricevere dal governo il riconoscimento della propria identità. Negli stessi anni, il credo eugenetico faceva sì che la Virginia portasse avanti programmi di sterilizzazione forzata di persone ritenute mentalmente instabili.

La "one drop rule" di Plecker era solo l'ultimo traguardo di un processo iniziato nel corso del secolo XIX. Come avverrà a più riprese nella storia degli Stati Uniti d'America, e non soltanto nel Sud, la linea del colore serviva da argine per garantire il regolare funzionamento di una società - e di un'economia - fondata su forti diseguaglianze e su tenaci pratiche di sfruttamento. Nel Sud tuttavia, era diffuso un vero e proprio sentimento di terrore per la confusione fra le "razze", considerata una sciagura in grado di minare le basi stesse di una società che, dopo la guerra civile del 1861-1865, aveva ritrovato il proprio ordine in una rigida separazione fra whiteness ("bianchezza") e assenza di whiteness. Non c'è da stupirsi perciò che l'attenzione di Plecker fu attirata dalla piccola comunità melungeon, stanziata appena oltre il confine meridionale della Virginia, nello stato del Tennessee. Scrivendo al segretario di stato del Tennessee nel 1942, Plecker lo metteva in guardia verso quelle famiglie che, rivendicando un'origine indiana o portoghese, riuscivano a farsi passare per bianche: non c'era dubbio, che come gli indiani della Virginia, anche i melungeon avessero "sangue negro" nelle loro vene.

Sulla linea di confine: i melungeon

In effetti i melungeon combattuti da Plecker erano uno dei molti "tri-racial isolate" presenti sul suolo americano durante il XIX secolo: ceppi isolati di popolazioni nate dalle unioni matrimoniali miste fra europei, africani e nativi americani. Lo stesso nome, molto probabilmente affibbiato loro spregiativamente dalle comunità vicine, ricorda da vicino il francese mélange, mescolanza. Verso l'inizio dell'Ottocento, questo gruppo si era insediata in una microregione situata nell'angolo nord-est dello stato del Tennessee, una zona piuttosto montuosa e isolata di nome Newman's Ridge.

Ritratto di donna melungeon. Fotografia di Doris Ulmann (Photograph Collection at the Mills College Art Museum, Oakland, CA).
Ritratto di donna melungeon. Fotografia di Doris Ulmann (Photograph Collection at the Mills College Art Museum, Oakland, CA).

Plecker scoprì che molte famiglie melungeon erano state registrate nel censimento del 1830 come free people of color, categoria che comprendeva gli schiavi liberati e i mulattos, definiti in genere dalle leggi statali come persone "per un quarto di sangue negro" (da cui il termine dispregiativo quadroon). Nei censimenti successivi, tuttavia, le stesse famiglie si erano fatte registrare come "bianche". Quella che per Plecker era la prova di un ignobile abuso di diritto, era in realtà la cartina di tornasole dei cambiamenti sopraggiunti dopo il 1830, quando, sotto il duplice attacco delle rivolte servili e degli abolizionisti del Nord, gli stati del Sud iniziarono a inasprire le leggi che regolavano lo status delle persone libere di colore, ritenute un pericoloso esempio per gli schiavi delle piantagioni. I diritti delle persone di colore di status libero furono via via degradati a quelli degli schiavi, come avvenne ad esempio nella nuova redazione della Costituzione del Tennessee. Nel corso degli anni '50, ben sette stati, compresi la Virginia e il Tennessee, giunsero a imporre alle persone libere di colore di scegliere se emigrare o sottomettersi volontariamente alla schiavitù. 

Razza "negra", nazione indiana.

L'eliminazione della categoria dei "free negroes" all'alba della guerra civile rifletteva un'ideologia ormai egemone nel Sud che voleva la schiavitù necessaria perché connaturata alla "razza negra". Nel 1858 Thomas R. R. Cobb, autore di un trattato sulle leggi regolanti la schiavitù, scriveva: "l'africano, nello stato servile, gode della più grande quantità di felicità e arriva al più alto grado di perfezione di cui la sua natura è capace".

"L'istruzione è ricchezza". Schiavi (dalla pelle chiara e scura) di New Orleans liberati dagli Unionisti, 1864. Foto di Chas. Paxson (Library of Congress Online Catalog)
"L'istruzione è ricchezza". Schiavi (dalla pelle chiara e scura) di New Orleans liberati dagli Unionisti, 1864. Foto di Chas. Paxson (Library of Congress Online Catalog)

I vari gruppi misti presenti lungo la dorsale atlantica del paese cominciarono ad adottare differenti strategie per smarcarsi dallo status di neri. Mentre i melungeon sarebbero riusciti ad affermare una pur precaria identità bianca, altri tentarono di riaffermare un'identità indiana. L'indianness aveva dei sicuri vantaggi sulla blackness: gli indiani erano infatti considerati alla stregua di cittadini di nazioni indipendenti e non, come i neri, cittadini privi di diritti a causa della loro natura inferiore. Ma questo aveva due conseguenze: primo, per essere considerati legittimamente indiani bisognava necessariamente appartenere a una tribù; secondo, la mescolanza etnica poteva, nel giro di pochissime generazioni, far ricadere una persona o un intero gruppo dallo status di indiani a quello di neri: insomma, l'identità indiana era difficile da guadagnare, facile da perdere. Il prezzo che le comunità indiane pagarono per conservare i propri diritti fu, a partire dalla metà del secolo XIX, una crescente chiusura e autoreferenzialità, e spesso dovettero sconfessare quell'attitudine inclusiva che le aveva caratterizzate fino ad allora.  

Prima del sangue: la parola alla comunità

I melungeon, e chi come loro viveva ai margini dei raggruppamenti razziali, dovevano spesso adire ai tribunali per difendere i propri diritti. Come raccontato dalla storica americana A. J. Gross nel suo What blood won't tell, furono diversi i processi, sia prima sia dopo la guerra civile, in cui le giurie furono chiamate a decidere dell'identità razziale di qualcuno. Esse si basavano sul giudizio di esperti, a volte scienziati, a volte proprietari di piantagioni, ritenuti più famigliari con la razza nera; ma, più spesso, le giurie facevano affidamento sul senso comune delle comunità; e queste giudicavano l'imputato in base alle sue performance sociali: "se abbiamo sempre ritenuto che questa persona fosse bianca, se andava in chiesa con i bianchi, se votava, pagava le tasse e prendeva parte alla milizia, allora doveva essere bianca". Se l'imputato era una donna, se ne valutava invece la rettitudine morale e la pudicizia. L'aspetto di un uomo o di una donna poteva trarre in inganno: ma se era un buon cittadino, o una buona moglie, non poteva essere un "negro".

Attraverso i processi, le comunità bianche tutelavano la propria pretesa capacità di tracciare una linea di confine fra sé e la negazione di sé: "noi del Sud", dicevano, "fiutiamo il sangue negro come l'alligatore che fiuta la tempesta tre giorni in anticipo". Ma la Ricostruzione aveva permesso anche ai neri di diventare "buoni cittadini" che pagavano le tasse e partecipavano alla milizia, e i processi iniziarono per questo a valutare soprattutto le frequentazioni dell'imputato: se frequentava neri, era nero; se frequentava bianchi, era bianco. La separazione delle razze diventava l'unico mezzo attraverso cui i bianchi potevano essere sicuri di riconoscere se stessi.

Con il ritiro delle truppe nordiste, terminato solo con il compromesso del 1877, le élite bianche del Sud ristabilivano una normalità basata sulla segregazione razziale, garantendosi così la possibilità di ricostruire una società a guida esclusivamente bianca. La contemporanea diffusione delle teorie eugenetiche fece sì che la whiteness venisse difesa sempre più istericamente: un sedicesimo, un trentaduesimo e, infine come abbiamo visto, una sola goccia di sangue nero furono poste a determinare quella linea del colore che solo la sentenza sul caso Loving - a un secolo dalla fine delle guerra civile - cancellò definitivamente. Dalla legge, si intende.