Operaie ribelli nell'Urss di Stalin

Spesso le rivendicazioni femminili sono presentate senza legami con le questioni lavorative. Eppure non ci sono problemi di genere che non siano anche problemi di classe e viceversa. Anche le vicende delle operaie sovietiche ce lo dimostrano.

di Marco Meotto - 8 marzo 2020

Manifestazione delle donne durante le giornate di febbraio 1917 (marzo per il calendario occidentale)
Manifestazione delle donne durante le giornate di febbraio 1917 (marzo per il calendario occidentale)

"Urlando come ossesse": le operaie ribelli della fabbrica Falce e Martello

Mosca, 1927. È la "Giornata Internazionale della Donna" ed anche la gigantesca fabbrica metallurgica Falce e Martello ha organizzato celebrazioni ufficiali. L'Unione Sovietica è l'unico paese al mondo in cui quella giornata è una festa del calendario civile. Le orazioni ufficiali dal palco non possono fare a meno di ricordarlo: dieci anni prima la scintilla della rivoluzione di Febbraio si era accesa proprio con la grande manifestazione delle donne di Pietrogrado.

Ecco però che, mentre si alternano gli oratori ufficiali, succede qualcosa di imprevisto. Un gruppo di operaie irrompe nella sala dove si tiene l'assemblea. Le lavoratrici corrono verso il palco "urlando come ossesse" - riferisce un rapporto della GPU - e provano a interrompere il comizio. Interviene il servizio di sicurezza, le operaie sono portate via con la forza.

La scena si ripete uguale, nella medesima occasione, l'8 marzo dell'anno successivo. Le operaie riescono a beffare un servizio d'ordine imponente messo in piedi dalle strutture del Partito affinché non si replichino gli incidenti. È inutile: la rabbia delle ribelli verso la retorica ufficiale è più forte. Le cose non stanno andando affatto bene nella patria del socialismo, il primo paese al mondo a prevedere una legislazione avanzata per le donne. Dietro la propaganda si nascondono realtà molto spiacevoli.

Essere operaie sotto lo stalinismo

Dopo aver eliminato l'Opposizione unificata, Stalin ha varato una grande svolta nella politica economica della Nep che sta, ormai, mostrando tutti i suoi limiti. Bisogna portare l'Unione Sovietica a compiere una gigantesca accelerazione nella produzione: è quella che viene ricordata come l'industrializzazione forzata. A farne le spese sono lavoratrici e lavoratori sovietici che, di certo, all'edificazione del socialismo vorrebbero contribuire non sacrificando le proprie vite.

Non è un caso che nelle settimane precedenti alle contestazioni del 1928, le operaie del reparto bulloni della Falce e Martello abbiano scioperato contro i ritmi di produzione e contro il comportamento del Comitato di fabbrica, ormai solito prendere le parti dell'azienda e non quella delle operaie.

Manifesto di propaganda sovietica dei primi anni Trenta, quando la collettivizzazione delle campagne e l'industrializzazione sono ormai avviate
Manifesto di propaganda sovietica dei primi anni Trenta, quando la collettivizzazione delle campagne e l'industrializzazione sono ormai avviate

Sono questi alcuni degli episodi di resistenza operaia di cui sono protagoniste le donne sovietiche e che è possibile trovare nelle pagine della ricerca di Kevin Murphy Revolution and Counterrevolution: Class Struggle in a Moscow Metal Factory (2005). Il plastico contrasto tra le priorità delle donne lavoratrici - che chiedono di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro, di avere accesso più agevole ai generi di sussistenza, di ridurre i ritmi produttivi - e le esigenze della direzione di fabbrica, per di più in un'azienda a grande prevalenza maschile come la Falce e Martello, è un'eloquente rappresentazione del pieno dispiegarsi della politica produttivistica e del declino dell'egualitarismo nello stato sovietico.

La questione femminile tra le lavoratrici sovietiche

All'indomani della rivoluzione e dopo la guerra civile, il regime bolscevico aveva saputo, non senza contraddizioni, canalizzare le forti spinte di affermazione del soggetto femminile promuovendo organizzazioni di donne lavoratrici in grado di aggiornare l'agenda politica statale attorno alle questioni che maggiormente le riguardavano. Le strutture operaie del partito e i leader sindacali assecondavano pienamente l'attivismo femminile e mostravano di dare più di una sponda alle rivendicazioni delle donne. La ricerca di Kevin Murphy mostra come, almeno fino alla metà degli anni Venti, le lavoratrici della Falce e Martello fossero attive e partecipi nelle assemblee di reparto e di stabilimento: le loro lamentele trovavano spesso ascolto. È, però, a partire dagli ultimi anni della NEP che i quadri di partito e i dirigenti della fabbrica iniziano a ritenere che dare troppa enfasi alle questioni femminili si scontri con le esigenze produttive dell'impianto industriale. Con il varo del piano quinquennale diventa chiaro che le donne sono un ostacolo al raggiungimento dei traguardi fissati. 

Alexandra Kollontaj, fu tra le promotrici dello Zhenodtel
Alexandra Kollontaj, fu tra le promotrici dello Zhenodtel

Il segnale più eloquente è la chiusura nel 1930 dello Zhenodtel, la specifica sezione del Partito che si occupava delle rivendicazioni delle donne. Con l'eliminazione della proprietà privata e la socializzazione dei mezzi di produzione non sussiste più alcuna questione femminile: è questo il parere del Comitato Centrale. Anche le operaie della Falce e Martello erano state parte di questo attivissimo movimento femminile, che era arrivato a contare settecentomila iscritte.

La rivolta delle tessitrici di Ivanovo

Le ricerche sulla resistenza operaia all'industrializzazione forzata dell'Urss - come quella di Kevin Murphy - sono poche e piuttosto recenti, rese possibili solo in seguito all'apertura degli archivi di Mosca, successivamente alla caduta del comunismo nel 1991. Un caso eclatante è ricostruito da Jeffrey J. Rossman in Worker Resistance under Stalin. Class and Revolution on the shop floor (2005). Si tratta della sollevazione delle operaie nel distretto tessile di Ivanovo nel 1932. Siamo alla conclusione del piano quinquennale e gli obiettivi vanno raggiunti a tutti i costi: la produttività deve essere aumentata, le razioni di cibo diminuite. Così quindicimila lavoratrici scendono in sciopero e si scontrano, servendosi di pietre e bastoni, con la polizia sovietica. Dai villaggi circostanti arriva la solidarietà: i contadini si armano rudimentalmente con asce e picconi per dare man forte alle operaie in lotta. La radicalità dello scontro è tale che dal Comitato centrale, ben prima delle misure repressive (che, spietate, arriveranno), giunge l'ordine di provvedere a un aumento delle razioni di cibo. Anche se i rapporti della GPU parleranno di "influenze di elementi trockisti e di nemici di classe" alla base della rivolta, è chiaro che c'è una semplice spiegazione materiale della sollevazione: il costo dell'industrializzazione lo stanno pagando soprattutto le lavoratrici, per le quali sono previste razioni alimentari inferiori rispetto a quelle già scarse degli operai maschi. Nel 1932, anche nel paese che si vantava, insieme all'affermazione del socialismo, di aver definitivamente posto fine alla sottomissione femminile, la questione di classe è sempre anche un problema di genere.

Vale la pena ricordarselo ancora oggi.