Ombre sulla scienza. Lo zelo complice dei professori fascisti

di Gianmarco Galfano - 28 marzo 2020

L'Italia del dopoguerra fece fatica a fare i conti con il proprio passato fascista e con la legislazione antisemita. Vicende come quella di Azzo Azzi, rettore dell'Università di Torino, ce lo dimostrano.

Il n. 19 della rivista fascista "La difesa della razza"
Il n. 19 della rivista fascista "La difesa della razza"

Vittime e carnefici sullo stesso scranno

Uno dei passaggi più difficilmente interpretabili della storia del nostro Paese è quello dettato dal ritorno all'insegnamento dei professori universitari all'indomani del secondo conflitto mondiale.

Durante il ventennio mussoliniano c'erano stati docenti epurati per ragioni politiche, altri cacciati per motivi razziali. Dopo la guerra chi ce l'ha fatta a sopravvivere è reintegrato, ma spesso trova a occupare il proprio posto esattamente chi, durante la dittatura, aveva beneficiato di un avanzamento di carriera e ora chiede, più o meno spudoratamente, di non essere spodestato dallo scranno ottenuto.

Una situazione delicata che induce chi doveva prender decisioni scomode a dar un colpo al cerchio e uno alla botte, adottando uno spregiudicato equilibrismo che si ritroverà spesso nella storia repubblicana. Nessuno viene esautorato, e quindi, di per sé, nessuno avrebbe ragione di essere scontento. Ma non facendo altresì giustizia di sorta, a essere scontenti sono soprattutto coloro che del fascismo hanno patito le peggiori conseguenze.

È la tristemente famosa stagione dei professori soprannumerari, delle cattedre sdoppiate, delle rivalità tra vicini di ufficio nello stesso dipartimento e facoltà: chi prima parteggiava per il duce siede a fianco di chi il duce mandava al confino e in seguito avrebbe spedito a Fossoli. Sul difficile e a volte terribile ritorno alla normalità degli ebrei italiani dopo il 1945 un primo punto di riferimento è lo storico Roberto Finzi, le cui ricerche documentano le contraddizioni dell'Italia del dopoguerra.

Più recentemente nel dibattito italiano sono stati discussi anche i saggi di Robert S.C. Gordon e Simon Levis Sullam.

L'obbrobrio giuridico delle leggi razziali ha avuto ripercussioni dure e profonde sulla vita di tanti uomini e donne del secolo scorso. Non possiamo esimerci dal chiederci come e perché esponenti del mondo scientifico, talvolta di comprovata e apprezzata reputazione a livello internazionale, siano stati cacciati dal proprio ruolo.

Com'è stato possibile ridefinire la veridicità di un enunciato di uno specialista, di uno studioso, di uno scienziato solo in base alla sua presunta appartenenza razziale? Perché - assecondando il crescente peso che, dalla metà degli anni Trenta, l'antisemitismo assume all'interno del fascismo - l'essere ebrei per credo religioso, per origine, per biologia (nella follia della purezza della razza hitleriana e mussoliniana) arriva a comportare l'essere reietti, espulsi, inascoltati nell'odio e nell'indifferenza generale?

Il professore Azzi nella foto ricordo del suo necrologio sull'annuario dell'Università 1961/62
Il professore Azzi nella foto ricordo del suo necrologio sull'annuario dell'Università 1961/62

Uno zelante burocrate: Azzo Azzi, rettore dell'Università di Torino

Per provare a dare una risposta a questi quesiti si potrebbe prendere la storia non di petto, ma di sbieco. Si potrebbe partire da una storia particolare e comprendere poi come essa altro non sia se non uno dei tanti casi simili che hanno interessato la storia d'Italia in quegli anni difficili.

La nostra storia è dunque quella di Azzo Azzi, nato nei pressi di Bologna sul finire del 1887, prima brillante professore di Microbiologia e poi di Igiene nel regio ateneo torinese a cavallo tra gli anni '20 e '30, dunque in pieno regime fascista. La ricostruzione della sua vita professionale può avvenire grazie ai documenti conservati presso l'Archivio Storico dell'Università di Torino.

Nel novembre 1937 Azzi è nominato Rettore dell'Università di Torino, carica che manterrà fino alla Liberazione del 1945 con una sola breve parentesi quando, nel complicato periodo immediatamente successivo all'8 settembre 1943, Azzi lascia per qualche mese il posto a Luigi Einaudi, per poi riprenderlo prima in qualità di Prorettore e poi di Rettore a tutti gli effetti. Durante il periodo del suo rettorato Azzi applica implacabilmente in ambito accademico le leggi antiebraiche decise dal fascismo. È bene osservarne lo zelo burocratico: già dal 4 agosto 1938 dispone che non siano più accettate domande d'iscrizione di studenti stranieri ebrei, con immediata adesione al comunicato apparso solo sui giornali, anticipando di due giorni la disposizione ministeriale di Bottai (circolari 33-34 del Ministero dell'Educazione Nazionale del 6 agosto 1938), che aprirà la buia stagione dell'esclusione degli ebrei dalle università e scuole italiane dell'estate e autunno 1938.

Non di rado le disposizioni normative peggiori sono emanate d'estate, quando una parte della popolazione è in vacanza, negando la possibilità a chi si sarebbe potuto opporre di accorgersi che le cose stanno cambiando, e che stanno cambiando a un ritmo incredibilmente veloce. Si sanciscono così l'esclusione di una componente del paese dal diritto all'istruzione e l'allontanamento dalle cattedre d'insegnamento.

Nel settembre dello stesso anno Azzi sollecita il personale e i docenti dell'Università a restituire debitamente compilate le schede relative all'appartenenza o meno alla "razza ebraica". In Senato Accademico il rettore torinese fa approvare la decisione di istituire un corso di Biologia delle razze umane e contribuisce a organizzare alcune conferenze sul "problema della razza". Tutto questo avviene a ridosso dell'uscita del Regio Decreto Legge n° 1779: "Integrazione e coordinamento in unico testo delle norme già emanate per la difesa della razza nella Scuola italiana" del novembre 1938. Di lì a un mese Azzi infine comunica al Ministero di aver ritirato i tesserini ferroviari del personale dispensato dal servizio per questioni razziali.

La firma di Azzi nella circolare che anticipa le disposizioni di Bottai (documento riprodotto su autorizzazione dell'ASUT)
La firma di Azzi nella circolare che anticipa le disposizioni di Bottai (documento riprodotto su autorizzazione dell'ASUT)

Un uomo di regime

Presentati questi sintetici fatti, bisogna ora soffermarsi per provare a comprendere un primo passaggio fondamentale della storia di quel terribile 1938. Gli storici discutono se ancora debba essere considerata valida la tesi secondo cui la volontà fascista di adottare una legislazione antiebraica sia stata dettata dal semplice interesse politico di andar dietro all'alleato nazista o se, invece, come suggeriscono studi più recenti, a partire dalla guerra d'Etiopia, le tendenze antisemite in seno al movimento fascista - minoritarie seppur presenti sin dalle origini - abbiano saputo imporre la propria agenda.

L'interrogativo più profondo che ci può scuotere riguarda l'adesione della società alla malsana ideologia antisemita. La vicenda di Azzi può essere a suo modo esemplificativa. Il professore torinese era un indiscusso specialista nel suo campo: aveva ricevuto numerose onorificenze specifiche e si era distinto per competenza ed efficienza sia a livello nazionale che internazionale. Era insomma un uomo di scienza che, come molti e nei più svariati campi, vedeva davvero in Mussolini, nel "Duce degli italiani", l'uomo del destino. La fiducia riposta da Azzi nel regime è documentata nelle sue relazioni ufficiali. Se leggiamo quelle scritte e discusse in occasione delle inaugurazioni degli anni accademici 1937-1940, ci accorgiamo che Azzi in particolare sottolinea l'importanza per gli studenti della cura del proprio fisico unitamente allo sforzo di preservare fresca e lucida la mente: ecco qui, anche nel contesto universitario, l'adesione alla massima fascista del "libro e moschetto". Ci sono poi le lodi alla Legione Universitaria, i cui iscritti gli ricordano il caro figlio Francesco morto in battaglia in Africa Orientale solo qualche anno prima. Azzi si spende poi in evidenti richiami alla forza e alla fiducia nel Duce, "grande capo donato da Iddio stesso" per portare alla Patria solo miglioramenti e l'unico capace di traghettare l'Italia attraverso la guerra. Nel 1940 giunge a vedere la guerra come uno stato naturale utile al passaggio alla migliore civiltà sociale fascista. Ci troviamo di fronte al profilo di un uomo di scienza che, però, come molti altri e in molti altri campi, riduce la scienza ad ancella di una politica della peggior specie, giungendo a manovrare la vita delle persone grazie alla propria posizione di potere accademico. E ciò accade non in maniera che potremmo definire obbligata, sospinto dall'impossibilità di interrompere la catena degli avvenimenti circostanti e la pioggia di ordini che giungono dall'alto. E nemmeno in maniera subitanea, per dimostrare il proprio ligio attaccamento al ruolo e al lavoro da svolgere. Ma avviene con scelte dai tratti anticipatori, preventivi, addirittura quasi speranzosi. La scelta autonoma di bloccare le iscrizioni agli ebrei stranieri - solo in base al "sentito dire", alle impressioni lette sul giornale e sulla base di semplici dichiarazioni dell'allora ministro Bottai non ancora tradotte né in legge né in circolare ministeriale - è rivelatrice di un'adesione cieca e fiduciosa al fascismo più nero. Il proporre una cattedra di insegnamento di Biologia delle razze umane - pur in un quadro in cui il razzismo di matrice positivista dilaga anche in altri paesi - pare poi corroborare questa ipotesi, oltre a sottolineare ulteriormente come la scienza e i suoi fondamenti epistemologici siano bellamente calpestati per doveri di apparenza e convenienza politica.

Ma proseguiamo nella ricostruzione della vicenda. Durante gli anni di rettorato, il professor Azzi partecipa a un vasto tour di conferenze e congressi internazionali: lo incontriamo a Vienna per il Congresso Internazionale di Microbiologia nel marzo 1939; lo ritroviamo a New York, dove è vicepresidente del Congresso Internazionale di Microbiologia, nel settembre dello stesso anno. Riceve diverse onorificenze e incarichi direttivi di prestigio, alcune da parte delle istituzioni fasciste: nel 1938 è nominato "Presidente della sezione piemontese dell'Associazione Italo-Germanica di Cultura"; nel 1939 diventa socio corrispondente della "Società dei Microbiologisti tedeschi"; dal 1940 è membro della "Deutsche Akademie" di Monaco; nel dicembre dello stesso anno è designato come comandante interinale della Legione Universitaria "Principe di Piemonte", mentre parallelamente gli viene assegnata l'onorificenza dell'aquila tedesca con stella da parte del governo del Terzo Reich. E ancora: il re lo nomina prima Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia nel 1941 e poi Cavaliere dell'Ordine Mauriziano nel 1942. Negli stessi anni l'attivismo politico di Azzi è all'altezza dei ruoli ricoperti: tiene contatti con i segretari del Partito Nazionale Fascista, con il console di Germania a Torino, con i diplomatici di Svezia a Roma, con i rappresentanti della Gioventù Fascista; è console medico della M.V.S.N., partecipa al Convegno Augusteo del 1938 e alle Inaugurazioni Littoriali a Trieste nel 1939. Un vero fascista sulla carta e nell'animo, verrebbe da dire.  

Un raduno di balilla: "libro e moschetto" era la massima fascista per l'educazione delle nuove generazioni
Un raduno di balilla: "libro e moschetto" era la massima fascista per l'educazione delle nuove generazioni

Dopo la guerra: epurato, anzi no

Dal 1940 al 1945, a guerra in corso, le notizie su di lui si fanno più rade, anche se è risaputo che a partire dal 1943 si impegna per salvaguardare l'Università e i suoi beni materiali, trasferendo in vari luoghi della provincia di Torino e Cuneo le biblioteche e le strumentazioni scientifiche più preziose dell'Ateneo. Egli cerca finché è possibile di garantire il regolare svolgimento delle lezioni malgrado il conflitto imperversi: questo suo comportamento gli porta il plauso dei colleghi in sede di Senato Accademico. Più ricche di sfumature le sue azioni all'indomani dell'8 settembre: Azzi cerca di salvaguardare non solo i beni materiali dell'Università, ma cerca anche di mettere in salvo le vite di alcuni docenti ricercati dalle SS naziste; così almeno risulterebbe dai ringraziamenti ricevuti dopo la Liberazione dal futuro Rettore, il giurista Mario Allara.

Dal maggio 1945 Azzi cessa di ricoprire la carica di Rettore dell'Università, compito che passa per brevissimo tempo a Einaudi e poi ad Allara, il quale si impegna fin da subito per proteggere Azzi dalle richieste di epurazione. Le indagini sul conto di Azzi da parte della Commissione di Epurazione del personale universitario evidenziano la sua adesione al fascismo prima e dopo gli eventi dell'8 settembre 1943. Per questo sul finire del maggio 1945 viene sospeso dalle attività di insegnamento in attesa di giudizio; nel febbraio dell'anno successivo, per volere di Allara e con l'assenso del Ministero, la sospensione gli è revocata, pur non essendo ancora stato emanato un giudizio definitivo. Il giudizio arriva nell'aprile del 1946: il Ministero della Pubblica Istruzione, secondo il benestare dato dalla Sottocommissione Alleata per l'Educazione, in accordo con la Commissione Interna di Ateneo sull'Epurazione, ritiene che non esistano elementi tali da giustificare l'eccezionale provvedimento di sospensione dall'insegnamento, anche perché la presenza del prof. Azzi risulta utile agli scopi scientifici dell'Università di Torino. Pertanto Azzi non viene epurato, cosa che invece accade ad alcuni suoi colleghi di Torino.

E qui è necessario porsi ancora delle domande. Perché quello che agli occhi di molti appare come un esponente dal profilo "fascistissimo" del mondo accademico italiano non subisce l'epurazione dal proprio ruolo? Com'è possibile che ciò non avvenga, anche una volta conosciuto quanto da lui perpetuato ai danni degli studenti e dei professori ebrei? Vale anche solo la pena ricordare che, tra coloro che dovettero subire l'allontanamento dall'ateneo torinese perché ebrei, ci furono personaggi che, scampata la persecuzione, sarebbero diventati poi protagonisti del mondo scientifico e culturale nei decenni successivi, come Primo Levi e Rita Levi Montalcini.

Queste sono le domande della storia che tanto premono e tanto fanno male, ma che, purtroppo, non sempre riescono a trovare risposta. Nella storia dell'Italia del dopoguerra abbondano vicende simili: chi è stato complice del regime rimane lì dov'è sempre stato e non gli viene chiesto il conto del proprio agire. Chi dovrebbe pagare viene salvato dall'amnistia Togliatti, sulla cui controversa genesi si è soffermato in una documentatissima ricerca Mimmo Franzinelli.  

Su "La difesa della razza" un manifesto antisemita ricorda chiaramente che gli ebrei devono essere esclusi dalla scuola italiana
Su "La difesa della razza" un manifesto antisemita ricorda chiaramente che gli ebrei devono essere esclusi dalla scuola italiana

Lontano dagli occhi: la fuga all'estero di chi è compromesso

Ma che fine fa Azzo Azzi mentre l'Italia della Repubblica muove i suoi primi passi? Tra l'estate del 1946 e l'inverno del 1948 le fonti da interrogare tacciono. Siamo costretti a fare un salto di qualche anno e di qualche migliaia di chilometri: ritroviamo il "nostro" in Argentina nei primi mesi del 1948, in qualità di professore di Epidemiologia e Profilasi presso l'Università di Santa Fe. Azzi è messo infatti a disposizione del Ministero degli Affari Esteri con missione d'insegnamento nel grande paese latino-americano in cui è presente una folta comunità italiana. Gli viene sottoposto un contratto dell'Università di Santa Fe e lui accetta l'incarico per un tempo massimo di due anni. Del periodo argentino non abbiamo grandi notizie: sappiamo che Azzi in quel biennio scrive alcuni articoli in lingua spagnola e che nell'autunno del 1948 pubblica la terza edizione del suo manuale di "Microbiologia e Immunologia". Al termine del biennio sudamericano Azzi torna in Italia e di lì a poco entra in pre-pensionamento. Tornato a Ponticelli d'Imola, proprio paese d'origine, muore per un incidente in bicicletta nel 1962, a pochi mesi dalla pensione.

Quindi ancora una domanda: perché l'Argentina? E insieme a questo: perché quel vuoto di testimonianze documentali nel biennio immediatamente successivo alla guerra? Il silenzio delle fonti e la lontananza di Azzi sembrano suggerire risposte indirette alle nostre domande. È come se di lui non si debba sapere nulla. Meglio che il suo nome per un po' non attiri la luce dei riflettori. E che quand'anche se ne dovesse parlare ecco pronta la giustificazione del suo ruolo ricoperto laggiù, lontano lontano, quasi ai confini del mondo. Sebbene Azzi sia privo di carichi giudiziari pendenti, anche grazie all'amnistia, nel suo spostarsi agli antipodi del mondo non è difficile scorgere un modus operandi che pare ricalcare le traiettorie biografiche di altre personalità fasciste e naziste. Per evitare grattacapi in patria - e in alcuni casi il patibolo o il carcere a vita - fuggono all'estero e in particolar modo in Sudamerica. E lì rimangono fino a quando le acque non si calmano. Nel caso di alcuni le tracce si perdono per sempre.  

 Il tenente di cavalleria Francesco Azzi, figlio di Azzo, caduto nella guerra d'Etiopia nel 1935 campeggia ancora con la sua posa fascista a Imola
Il tenente di cavalleria Francesco Azzi, figlio di Azzo, caduto nella guerra d'Etiopia nel 1935 campeggia ancora con la sua posa fascista a Imola

La complicità dei molti

Bisogna dunque tornare alla nostra domanda iniziale e passare dai complici del regime alle vittime della persecuzione: com'è possibile che chi - negli anni Trenta - era all'apice del mondo della scienza, delle arti, della letteratura sia stato estromesso dall'Accademia per problemi, per così dire, "razziali"? Come ha potuto il mondo della cultura recepire con una simile immediatezza l'esclusione degli ebrei da ogni diritto di cittadinanza? Come ha fatto a diventare di senso comune l'idea che un ebreo non vale niente, pertanto le sue parole, i suoi studi, le sue ricerche non debbano aver alcun peso?

Ci si potrebbe chiedere se siano davvero bastate le disposizioni impartite da un singolo uomo, o al più dalla sua ristretta cerchia di gerarchi e fanatici tirapiedi, a sradicare i diritti e a distruggere le vite di tanti uomini e donne, illustri e meno illustri, nella storia d'Italia dopo il 1938. La risposta merita di essere articolata.

Non fu Mussolini ad aprire le singole porte di ogni scuola e ateneo del Regno e a cacciare senza scrupolo docenti e studenti. Furono i tanti Azzo Azzi d'Italia, convinti forse di ritagliarsi un posto al sole nero fascista con la loro zelante e pedissequa applicazione di imposizioni calate dall'alto, senza probabilmente mai domandarsi nulla riguardo alla moralità delle disposizioni ricevute. Anzi, anticipando i tempi e credendo forse di esser esempio e stimolo per gli altri, e mostrandosi più fascisti tra i più fascisti. Cieca fede e nessun dubbio hanno generato storie come questa, troppo spesso taciute, rimosse fino a quando non sono cadute nell'oblio.

Ecco la nostra storia. Il percorso biografico di Azzo Azzi apre uno scorcio nella più grande storia italiana. È una storia vista di traverso e che ci rimane anche un po' di traverso. Che non va giù, che resta lì, fa un po' tossire e, a dirla tutta, lascia anche quell'amaro in bocca che solo certe (brutte) storie sanno lasciare.