Non è mai troppo tardi. Alberto Manzi e la “didattica di massa a distanza”

21.03.2020

di Andrea Mulas - 21 marzo 2020

Negli anni Sessanta, grazie alla pionieristica trasmissione del "maestro degli italiani", si impose un'idea di scuola straordinariamente inclusiva in un paese con un alto tasso di analfabetizzazione. È una storia da ricordare, alla quale ispirarsi.  

Alberto Manzi (fonte: tuttoscuola.com)
Alberto Manzi (fonte: tuttoscuola.com)

Un'educazione popolare di massa

Certo non è paragonabile all'Italia degli anni Sessanta, la tv in bianco e nero, un gessetto e un foglio, ma non c'è dubbio che le numerose iniziative mediatiche didattiche che si stanno diffondendo nei giorni dell'emergenza coronavirus richiamino alla mente la pioneristica trasmissione di Alberto Manzi "Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta". Nell'Italia del boom economico il giovane maestro romano tenne un'intera popolazione inchiodata alla Tv per 484 puntate da novembre 1960 a maggio 1968. Voluta dalla Rai e dal Servizio Centrale per l'Educazione Popolare del Ministero della Pubblica Istruzione, imitata in settantadue paesi, nel 1960 la trasmissione ricevette il premio internazionale Onu e nel 1965 venne premiata dall'Unesco come uno dei programmi più significativi nella lotta contro l'analfabetismo.

Curata insieme a Oreste Gasperini e Carlo Piantoni, riproduceva in televisione delle vere e proprie lezioni di scuola primaria, con metodologie didattiche innovative, dinanzi a classi composte di adulti analfabeti o semi-analfabeti. La trasmissione andò in onda per ben otto anni, vennero organizzati 12.000 corsi, frequentati da 150.000 allievi, senza contare gli altri 500.000 partecipanti che seguirono i corsi senza far parte dei gruppi di ascolto: si stima che quasi un milione e mezzo di persone abbiano conseguito la licenza elementare grazie a queste lezioni a distanza, svolte di fatto secondo un vero e proprio corso di scuola serale. Le trasmissioni avvenivano nel tardo pomeriggio, prima di cena; Manzi utilizzava un grosso blocco di carta montato su cavalletto sul quale scriveva, con l'ausilio di un carboncino, semplici parole o lettere, accompagnate da un accattivante disegnino di riferimento. Delle volte utilizzava anche una lavagna luminosa, per quei tempi assai suggestiva. Con quarant'anni di anticipo aveva ideato una lavagna interattiva multimediale.

«Non insegnavo a leggere e scrivere: invogliavo la gente a leggere e a scrivere» precisò il "maestro degli italiani".

Tracciare un sentiero pedagogico

Figlio di un tranviere e di una casalinga, Manzi era arrivato in Rai dopo il suo primo incarico al carcere minorile "Aristide Gabelli", un'esperienza formativa in cui insegnò, a soli 22 anni, a una classe di novantaquattro ragazzi condannati per reati gravi, omicidi, rapina a mano armata. Eppure riuscì a coinvolgere i giovani detenuti e a stampare il periodico "La Tradotta", il primo giornalino scritto in un carcere italiano. Inoltre da questa esperienza nacque il romanzo Grogh, storia di un castoro premiato nel 1948 con il "Collodi" per le opere inedite e due anni dopo pubblicato dalla Bompiani e successivamente tradotto in 28 lingue.

Diventò quindi un "insegnante distaccato" presso la Rai: «Continuavo a percepire il mio stipendio di maestro elementare. Dalla Rai ricevevo un "rimborso camicia" perché il gessetto nero che usavo per fare i disegni era molto grasso, si attaccava ai polsini della camicia e li rovinava».

L'inaspettato successo di "Non è mai troppo tardi"portò Manzi a presentare numerose iniziative televisive e radiofoniche della Rai di cui era autore, indirizzate a un pubblico giovanile, fra le quali: "Snip-Snap", "Il ponte d'oro", "Il mondo è la mia patria", "Programmi per l'estero"(incontri giornalieri per l'insegnamento della lingua italiana), "Finalmente anche noi"(per la sperimentazione dell'uso del mezzo radiofonico da parte dei giovanissimi), "Educare a pensare" (per il rinnovamento totale della scuola dell'obbligo), "Fare e disfare"(per il rinnovamento della scuola dell'infanzia), "Il gioco come sviluppo dell'intelligenza", "Impariamo insieme. L'italiano per gli extracomunitari". Unico e non più ripetuto tentativo della televisione pubblica. Ancora una volta il suo sguardo al futuro aveva indicato una strada da percorrere.

Non c'è dubbio che Manzi sia stato un innovatore didattico, un divulgatore scientifico e culturale. Questa sua propensione umana lo condurrà anche a insegnare a leggere e scrivere ai popoli indigeni della foresta amazzonica boliviana, esperienza che fu all'origine della straordinaria ed emozionante produzione letteraria attraverso la quale il maestro/scrittore fece emergere con chiarezza e semplicità le principali problematiche e specificità del mondo e dei popoli latinoamericani. Mi riferisco a La luna nelle baracche (Salani, 1974), El loco (Salani, 1979), E venne il sabato (Gorée, 2005) e Gugù (Gorée, 2005).  

Alberto Manzi in Rai (fonte: Centro Alberto Manzi)
Alberto Manzi in Rai (fonte: Centro Alberto Manzi)

La "media unica" e la scolarizzazione di massa

Manzi si muoveva in un'Italia che aveva investito sulla modernizzazione. Il 1 ottobre 1963 entrò in vigore la riforma della scuola media unica (legge istitutiva n. 1859 del 31.12.1962) che segnò una svolta storica nella giovane repubblica in quanto dava attuazione al dettato costituzionale dell'obbligo scolastico per la durata di almeno otto anni. Prima della scuola media unica, era stata la scuola elementare a rappresentare il limite dell'obbligo d'istruzione, che si conseguiva con il superamento dell'esame di licenza o con la frequenza scolastica per almeno cinque anni. Con la riforma scolastica prendeva avvio la scolarizzazione di massa che avrebbe avuto pochi anni dopo la sua massima espansione con la frequenza della scuola secondaria superiore e che, in particolare, avrebbe portato anche le donne ai massimi livelli d'istruzione. Per avere un'idea: gli alunni delle scuole medie superiori erano poco più di 400.000 nel 1951 e superarono il 1.400.00 nel 1967.

In questo contesto, il maestro romano fu il primo che dimostrò le enormi potenzialità dello strumento mediatico per fini didattici e la sua didattica a distanza rappresentò il primo utilizzo di uno strumento "multimediale" per diffondere la democrazia. E' questo l'aspetto determinante dal quale partire per comprendere il valore aggiuntivo della "didattica di massa a distanza". 


Didattica a distanza e inclusione

A causa della situazione emergenziale, come negli anni Sessanta, il mondo della scuola si trova di fronte a un radicale cambiamento non solo didattico, ma culturale. Oggi come allora, il processo di modernizzazione nazionale attuale che investe e-learning dà vita a un ampio dibattito dal quale emerge non solo la predominante impreparazione tecnologica degli insegnanti (causata da diversi motivi), ma anche la mancanza di strumenti adeguati per larghe fasce di popolazione. Infatti, al di là delle croniche problematiche e carenze del "Sistema scuola", per numerose famiglie è in atto - a stento - una vera e propria alfabetizzazione digitale che va oltre l'uso consapevole di Internet o delle ICT e che si trasformerà - presumibilmente - in una vera e propria acquisizione delle competenze, anche se probabilmente gli studi su queste settimane dimostreranno il permanere di numerosi casi di digital divide. Alla luce di questo, il "metodo Manzi" dovrebbe, anzitutto, essere da sprone per avviare un piano nazionale di dotazione degli strumenti tecnologici a tutta la popolazione, in ogni piccolo borgo del paese, per garantire l'accesso libero a ogni cittadino alle piattaforme digitali

Oggi 1.200 Comuni non dispongono di una connessione veloce, un quarto degli studenti non ha accesso alle tecnologie basilari con conseguenti e inevitabili ricadute non solo sul compimento dei programmi didattici, ma anche sull'aumento del gap tra quegli studenti che nella situazione emergenziale approfondiscono le loro competenze tecnologiche e coloro che invece ne rimangono tagliati fuori. In questo modo il "Sistema Paese", con una didattica a distanza zoppicante, tanto innovativa quanto vacua, può solo fare passi indietro, aumentare il divario dei livelli di apprendimento e amplificare le differenze di classe sociale. Sarà necessario analizzare se con il passare delle settimane non vengano meno i caratteri propri che disegnano il senso di comunità scolastica, intesa come «corso di formazione per integrare le persone» (secondo la definizione dell'antropologo Marco Aime), che sono la fratellanza, la condivisione, la responsabilità, la complicità.  

Aula vuota (fonte: Repubblica)
Aula vuota (fonte: Repubblica)

Per imparare a pensare

È ancora una volta il maestro Manzi che ci indica la strada da percorrere. La sua era una scuola fatta di integrazione, eterogenea, inclusiva, a favore dei deboli, priva di forme di razzismo, che "impara a pensare" (per dirla con le sue parole). Il suo metodo educativo rimane una sfida: educarsi per educare.

Massimo Bray, direttore generale della Treccani, nei giorni scorsi ha esortato a riscoprire la pedagogia del "Maestro Manzi": «non dobbiamo vergognarci di immaginare che possa essere questo il momento giusto per pensare a una sua attualizzazione, anche perché siamo in una situazione di emergenza non troppo dissimile a quella che si sperimenta durante un conflitto». In poche parole, sarebbe auspicabile un piano nazionale di alfabetizzazione digitale, anche alla luce del recente studio di Oxfam, secondo cui l'investimento in istruzione pubblica di qualità ha dimostrato invece di essere la leva più efficace per ridurre le disuguaglianze e costruire società più eque che sfruttino al massimo i talenti e il potenziale di tutti i bambini.

In una delle sue ultime interviste il maestro tornò sul ruolo fondamentale e incisivo della scuola: «Ai bambini, ai preadolescenti, a questo prezioso materiale umano in formazione, occorre fornire gli strumenti per interpretare la realtà». ("l'Unità", 14 aprile 1994).

Mutatis mutandis l'analisi del pedagogista Roberto Farnè aiuta a comprendere la fase che attraversa il "Sistema scuola": 

«la classe di Manzi era davvero un "laboratorio" di pedagogia attiva, dove la didattica seguiva il metodo della ricerca scientifica. Due principi governano gli insegnamenti di Manzi: il primo è cercare di mantenere nei soggetti, bambini di una classe o adulti davanti la televisione, una "tensione cognitiva" (Manzi usa precisamente questo concetto) che li spinge a voler sapere, ad aver voglia di scoprire qualcosa di nuovo. Il secondo è che prima di insegnare qualunque cosa è necessario sapere ciò che il bambino sa di quella cosa. Solo partendo dal suo "sapere" l'insegnante può costruire un percorso didattico che diventi significativo per il bambino, altrimenti ciò che insegna, anche se i bambini lo imparano, rimane astratto e superficiale, una conoscenza generica che non aiuta la formazione». 

Aula vuota (fonte: Orizzontescuola)
Aula vuota (fonte: Orizzontescuola)

Il maestro Manzi e il "sistema dei voti"

Ma c'è anche un altro aspetto dell'impegno di Manzi che offre spunti di riflessione visto il protrarsi della riapertura delle scuole e il ritorno tra i banchi in un anno epocale e irregolare, ovvero la valutazione di fine anno. Nella metà degli anni Settanta il maestro iniziò una sua personale battaglia contro il sistema dei voti, rifiutandosi di compilare le pagelle dei suoi allievi e finendo per otto volte sotto il Consiglio di disciplina. Venne sospeso dall'attività con un decreto del Provveditorato agli studi di Roma e denunciato alla Procura della Repubblica. La tesi del maestro, estremamente attuale, era la seguente: 

«Nella mia lettera al ministro, io gli spiegavo per quale motivo non volevo valutare alla fine dell'anno: perché la valutazione è sempre legata a una situazione particolare dell'alunno, a come egli è in quel momento. Il giorno dopo potrei fare una valutazione diversa... Alla fine dell'anno basterebbe dire per ogni ragazzo se è pronto per passare alla classe superiore». 

Su questo argomento si sta aprendo un fiorente dibattito e il "Sistema scuola" non dovrà perdere l'occasione di premiare il valore dell'apprendimento e dello studio in un anno scolastico inimmaginabile e difficile per gli studenti.

Come ancora ci insegna il maestro Manzi, non è mai troppo tardi per imparare e crescere.