"Noi ti daremo un'altra legge e un altro Re". Razzismo e violenza del colonialismo fascista

Il 9 maggio 1936 Mussolini a Roma, in una piazza Venezia gremita di folla, pronuncia il discorso di proclamazione dell'Impero: l'invasione dell'Etiopia permette di dare uno sguardo d'insieme sul colonialismo italiano, sulle sue conseguenze e sulle rimozioni che lo accompagnano. Il tema, profondamente trascurato nella memoria pubblica, risulta nel migliore dei casi sotto-rappresentato e ridotto a pochi elementi stereotipici nella storiografia e nel canone scolastico.

di Enrico Manera - 9 maggio 2020

Uno sguardo di insieme

Il colonialismo liberale e l'imperialismo fascista, in Africa settentrionale e orientale (Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia), nei Balcani, nel Mediterraneo ed Egeo, hanno avuto scarsa rappresentazione proprio in quanto operazioni coloniali: non sono stati cioè adeguatamente percepiti e raccontati rispetto al loro specifico portato di violenza estrema e connotata in senso razzista.

Per parlare solo dell'Africa e del fascismo, dagli anni Trenta in Libia, dove erano attivi diversi campi di concentramento, la repressione delle popolazioni locali fu durissima; l'intensità della violenza aumentò ai livelli massimi con l'invasione dell'Etiopia nel 1935 e la militarizzazione del Corno d'Africa, su cui questo articolo si concentra maggiormente individuando in quell'area un paradigma compiuto. Oltre allo sfruttamento delle risorse e alla distruzione sistematica delle culture locali, sono chiaramente documentati stragi di civili e utilizzo di gas tossici: eppure nel tempo si è consolidato uno stereotipo di lunga durata che considera gli "italiani, brava gente", diversi dagli altri europei e portatori di colonialismo bonario, civilizzatore e costruttore di strade e infrastrutture. Un'immagine che, come ha anche ribadito Francesco Filippi, è figlia diretta della propaganda fascista presa come affidabile fonte di informazione storica. Tutto questo ha avuto e continua ad avere grande effetto su diverse generazioni di italiani e sul loro modo di immaginare e rapportarsi con le persone di provenienza extraeuropea.

Nel posto che al tema viene assegnato nella narrazione dominante inoltre manca una consapevolezza, tanto nell'opinione pubblica quanto nella scuola, di quanto la violenza razzista e coloniale siano i prodromi della violenza politica di massa nella "guerra dei trent'anni" del Novecento. Le pratiche del colonialismo europeo risultano infatti dei precedenti per dell'internamento dei civili e degli eccidi di massa che trovano un apice nel sistema concentrazionario e sterminazionista nazista nel cuore della seconda guerra mondiale. Si tratta di guardare al "lungo Ottocento" per individuare lì lo sbocco di politiche moderne di dominio e di amministrazione dei viventi di lungo periodo e al tempo stesso di trovare nelle colonie gli antefatti di una violenza tale da detonare in Europa, a partire dalla Grande guerra. Qualcosa di analogo avviene sul piano culturale in quel tempo, con l'elaborazione concettuale di "nazioni", "razze" e dei diversi immaginari come correlato cognitivo delle pratiche di violenza reale e simbolica, sorto dalla sintesi di darwinismo sociale, ideologie reazionarie e imperialismo aggressivo inseparabili dai vari saperi che l'Europa generava.

Roma, Piazza Venezia, 9 maggio 1936
Roma, Piazza Venezia, 9 maggio 1936

Libia, tra repressione e opportunismo

Dopo l'esordio liberale di fine Ottocento, un'impresa fallimentare e da "ultimi arrivati", lo scenario nordafricano del colonialismo italiano si riapre in grande stile con la Guerra di Libia - la guerra italo-turca, 1911-1912 -, voluta dall'Italia nazionalista, liberale e Giolittiana che celebrava il primo cinquantennio di unità: un'area di proiezione che vede diversi momenti di ripresa, dal 1922 con l'affermazione del fascismo e poi dal 1930, con un progressivo radicamento che segue il fascismo totalitario. Tra il 1930 e il 1931 il governatore Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani saranno figure chiave della politica coloniale fascista, caratterizzata dallo sforzo militare e organizzativo per una vera e propria occupazione imperialistica, anche per marcare una discontinuità con le sconfitte dell'Amba Alagi (1895) e di Adua (1896), percepite come vergogne della precedente fase liberale.

La repressione è particolarmente intensa in Cirenaica, dove resisteva una diffusa guerriglia capeggiata da Omar al-Mukhtar, leader della confraternita senussita catturato e impiccato nel 1931: la resistenza libica è piegata tramite una spietata controguerriglia e una strategia di rappresaglia rivolta contro le popolazioni civili. Una barriera di filo spinato lunga 270 chilometri, dal porto di Bardia sul mediterraneo all'oasi di Giarabub, presidiata da truppe italiane isolava le basi logistiche della resistenza e impediva contatti e rifornimenti dall'Egitto.

Nei tredici campi di concentramento (el Abiar, Soluch, Sidi Ahmed el-Magrun, Marsa Brega, Agedabia, el Agheila, Apollonia, Barce, Derna, Driana, en-Nufilia, Sidi Chalifa, Suani el Terria e due a Bengasi) gli studiosi sono concordi nel quantificare i deportati in non meno di 100.000 persone, tra le vittime soprattutto donne e bambini. Un terzo della popolazione cirenaica scompare, vittima della repressione e del tifo; l'economia, agricola e pastorale, tracolla, e più in generale un libico su otto - come ha rilevato Angelo Del Boca - perde la vita a causa del colonialismo italiano. Dal 1934 la Libia italiana, con Italo Balbo come governatore generale, nasce sotto il segno di una colonizzazione non ostile all'Islam e favorevole ai "musulmani italiani della quarta sponda d'Italia", in nome di una alleanza opportunistica tra il fascismo e alcuni settori del mondo islamico contro un comune nemico francese e inglese.

Etiopia. L'aggressione imperialista

La guerra all'impero etiope, uno stato africano cristiano e appartenente alla Società delle Nazioni, è stata una guerra nazionale e di massa, voluta da un regime all'apice del consenso.

Le truppe italiane muovono su due fronti, dalle precedenti colonie dell'Eritrea e della Somalia, verso l' "Abissinia", nell'ottobre 1935, senza dichiarazione di guerra. L'impresa è colossale e prevede la mobilitazione di 200.000 soldati, fascisti militanti e forza lavoro inoccupata, appoggiati da un ulteriore contingente di circa 100.000 "ascari", truppe coloniali arruolate nell'area: in Eritrea i mercenari sono il 40% della forza-lavoro locale, con conseguenze disastrose di lungo periodo per l'economia locale e le relazioni nella regione.

La costruzione di strade - quella tanto celebrata dai paladini della civiltà bianca esportata in Africa - è stata indispensabile per lo spostamento di uomini e mezzi motorizzati: seicento cannoni, oltre cinquanta carri armati, duecentotrenta autoblindo e quindicimila autoveicoli, ventimila tonnellate di legname e trentamila di cemento, ottocento milioni di cartucce per fucili e mitragliatrici e quattro milioni di proiettili per artiglieria sono trasportati dall'Italia. Più di quattrocento gli aerei presenti nel teatro coloniale, portati via mare, per non sorvolare lo spazio aereo egiziano e sudanese sotto il controllo inglese. È stato calcolato che tra il 1935 e il 1939 per l'impresa etiope siano stati spesi circa 73 miliardi di lire. Una cifra folle per un'impresa velleitaria, fallimentare e fuori tempo massimo le cui conseguenze sul regime saranno pesanti, anche senza considerare ogni aspetto etico, in vista della seconda guerra mondiale.

Le azioni di guerra, anche in forza del significato simbolico che gli era attribuito per la marcata vocazione totalitaria e guerriera degli anni Trenta, si svolgono in un clima di competizione tra Graziani e Emilio De Bono, a cui presto si aggiunge Badoglio in sostituzione di quest'ultimo. Tra gli Etiopi si contano più di 250.000 vittime, molte delle quali uccise da gas tossici, proibiti dalle convenzioni internazionali, ma utilizzati con la copertura politica di Mussolini che autorizza «politica del terrore et dello sterminio» contro ribelli e civili.

Nel corso del conflitto contro la popolazione etiopi saranno utilizzate 600 tonnellate di iprite, gas vescicante, che veniva lanciato dagli aerei lontano dalle prime linee del fronte e dalle truppe italiane (che rischiavano di subirne gli effetti nell'atmosfera). La compresenza di motivi logistici legati all'esigenza di non colpire con il "fuoco amico" i propri soldati, la relativa segretezza dei "plotoni chimici" e la stretta censura del regime sono le cause principali della rimozione dell'uso dei gas tra i reduci. Un fenomeno di elisione del ricordo che nel corso del tempo, nella complessiva memoria condivisa della seconda guerra mondiale, avrebbe contribuito a consolidare la figura dell''"italiano buono" sovrapponendosi alle retoriche sul "cattivo tedesco", occupatore e stragista dopo il 1943 e sul periodo ancora più lungo, principale protagonista dei crimini di guerra e unico responsabile delle politiche concentrazionarie e sterminazioniste culminate nella Shoah.

Da questo punto di vista non si può dimenticare la polemica che Indro Montanelli ha aperto negli anni Novanta contestando gli studi di Del Boca, fondamentali ancora oggi per documentare sistematicamente violenze, uso di armi improprie e crimini di guerra: una polemica giornalistica e connotata da un pesante uso pubblico della storia, condotta sulla base di ricordi e di esperienze personali che sembravano appartenere più a un'avventura esotica di gioventù (segnata dal concubinaggio con una dodicenne locale) che a un'impresa coloniale e imperialistica di massa.

Mussolini riceve Graziani di ritorno dall'AOI
Mussolini riceve Graziani di ritorno dall'AOI

Resistenza etiope e stragismo italiano tra realtà e propaganda

Nonostante la presa di Adis Abeba (5 maggio 1936), la dichiarazione dell'Impero e le fanfare della vittoria della "volontà", quasi il 70% del territorio etiope resistevano all'invasione fascista. Mentre il negus Hailé Selassié, che aveva denunciato l'aggressione italiana alla Società delle nazioni, è in esilio volontario in Gran Bretagna, almeno centomila Arbegnuoc, patrioti, mal armati e in grave inferiorità tecnologica combattono una guerra per bande e assediano costantemente la capitale.

Sarà ancora Graziani, viceré, governatore generale e capo delle forze armate a impegnarsi per liquidare la resistenza etiopica, con numerose fucilazioni, impiccagioni e il continuo uso dei gas. Campi di concentramento vengono allestiti a Nocra, in Eritrea, e a Danane, in Somalia. Tra i crimini di guerra di cui nessuno verrà chiamato a rispondere si ricordano principalmente la rappresaglia per l'attentato a Graziani ad Addis Abeba, il massacro di Debrà Libanòs, di Zeret, dell'Ambaradan, tra l'altro un episodio all'origine dell'uso in italiano di un termine colloquiale che sarebbe opportuno smettere di usare.

Tra le azioni degli «italiani, brava gente» è annoverata anche quella di tagliare la testa ai capi guerriglieri, esporla su picche o in scatole di cioccolatini. Lo stragismo, con coinvolgimento di donne, bambini, anziani, l'uso dei mezzi militari e la sproporzione di forze, il non fare prigionieri, continuerà a essere documentato anche a carico di militari nel tempo considerati meno brutali, perché dal passato illustre, onesti e romantici esploratori. 

La guerra è stata ricoperta da subito da una rete discorsiva di retorica di propaganda che ha mobilitato come mai prima i mezzi di comunicazione di massa del regime. Sei edizioni giornaliere dei radiogiornali, oltre 20% dei programmi, coprivano l'impresa abissina e ancora di più i cinegiornali con il loro potere visivo. Il razzismo imperialista trionfante invadeva la scuola: una scuola in cui si insegnava fin dalle elementari un'aritmetica con esempi tratti dalla guerra e dalla gestione dei prigionieri dei campi; in cui si specificava che i sudditi italiani delle colonie non potevano essere considerati fratelli come gli altri italiani e in cui si leggevano i fumetti con il piccolo selvaggio Pancetta nera.

Nel paese la surreale guida turistica dell'Africa Orientale Italiana veniva stampata con una tiratura impressionante e ingiustificata. Romanzi di viaggi, avventure, biografie eccellenti, narrazioni di grandi imprese e riferimenti all'esotismo di sapore coloniale sono tra i classici di una letteratura convenzionale e dai plot narrativi semplificati. Le ambientazioni di Arnaldo Cipolla, Guido Milanesi, Mario Appelius raccontano con ottimismo nazionalista la volontà fascista di ridare all'Italia il "posto al sole" - altro cliché avvelenato - che le spettava: in quelle storie l'eroe fascista compie imprese avventurose, esplora mondi lussureggianti e sovrabbondanti di una natura soverchiante, si esercita nelle "palestre" africane per creare la nuova Italia sulla base del desiderio di grandezza, di gloria, di potenza. Il fascista, giovane per definizione e valoroso per essenza, si può accompagnare a una "faccetta nera" senza innamorarsene ma si unirà poi stabilmente a una donna europea, proclamando un franco razzismo tale da giustificare il dominio del bianco sul nero: l'Africa, la donna e gli africani, sono oggetto da dominare e di cui godere senza legame affettivo, forme di mondo deumanizzato e degradato che consente la violenza e chiede la civilizzazione bianca.

Le illustrazioni della "Domenica del Corriere" e de "Il Corriere dei piccoli" appartengono a una vera e propria inondazione di cultura visuale che prende corpo con manifesti, vignette e cartoline postali, prodotte in milioni di esemplari. Tra queste le più note sono certamente le otto immagini "satiriche" di Enrico De Seta. L'Etiopia, qui come altrove, era rappresentata come un paradiso esotico in cui è facile trovare sesso, prestigio, potere. Gli uomini sono raffigurati più piccoli, selvaggi dai tratti animaleschi, camusi e semiti, battuti e in rotta scomposta, equiparati a insetti da eliminare con uno spruzzatore - quasi una spettrale controfigura del gas; le donne sono ingenue, nude e conturbanti, merce e carne fresca, prede da consumare e spedire come pacchi postali.

Da questo punto di vista, se il regime disapprovava l'aspetto erotico e sessuale della questione, disincentivando mescolanze e avvicinamenti di sorta, di fatto tollerava in loco comportamenti vietati sulla carta. Il fascismo degli anni Trenta intendeva infatti nella sua fase imperiale rieducare gli italiani modellandone il carattere in senso nazional-fascista per costruire l'"uomo nuovo" conquistatore, padrone, superiore: in perfetta sintonia con la doppia morale e le contraddizioni insanabili tra l'uomo pubblico e quello privato che lo stesso Mussolini incarnava, in AOI una legislazione di sostanziale apartheid, nei fatti non recepita e applicata, vietava i matrimoni misti e demonizzava le unioni razziali, contrarie all'onore e alla purezza.

Arbegnuoc, partigiani della Resistenza etiope
Arbegnuoc, partigiani della Resistenza etiope

Questione di razza, genere, nazione

Sorprende come per molti, in anni di proliferazione di storia pubblica e di usi pubblici della storia, non sia ancora chiaro il legame che una canzone-simbolo del fascismo come Faccetta nera intrattiene con il razzismo coloniale: proprio questa patente evidenza rimossa presenta i tratti tipici di una pesante denegazione. Oltre al duce e al re che sarebbero stati portati alla bella abissina della canzone, la canzone nasconde, dichiarandolo apertamente, quanto il colonialismo italiano in Eritrea e in Etiopia sia stata una faccenda di genere maschile. La prostituzione, a fronte di un numero impressionante di soldati, operai o coloni, era un fenomeno di massa e si associava al fenomeno vietato-ma-ammesso del madamato, un misto di servitù e concubinaggio privo di riconoscimento e vincoli. Senza dimenticare i figli meticci, tra i primi italiani neri, i mancati riconoscimenti e la gestione dell'orfanismo, si tratta di una violenza e una rimozione addizionali che si rivelano chiaramente all'analisi intersezionale delle discriminazioni e delle oppressioni.

Se si prende in considerazione la storia del razzismo il 1935 è un anno chiave, perché il regime decide di iniziare la propaganda che porterà anche sul lungo periodo alla politica di discriminazione ed esclusione fondata su base biologico-"razziale", una parte centrale del fascismo al fondo della quale sta il lager, come ricordava Primo Levi. Funzionale all'imperialismo in Africa, la propaganda a favore della "razza italica" si associa alla propaganda anti-africana e a quella antisemita realizzata nel 1938 e si mischia con le politiche anti-femminili e demografiche e di igiene sociale: diverse declinazioni di una medesima forma mentis, a partire dalla quale si stratificano i precedenti della scienza positivista e i motivi della rimozione, durata almeno fino agli anni Ottanta, del razzismo fascista e di un problema-razzismo in Italia, esiti di un'antropologia "fantasma" che sorregge saperi vaghi, comuni e diffusi.

Il razzismo antinero e quello antiebraico, di Stato dal 1938, oltre a presentare un imparentamento giuridico-istituzionale, sono alla base di immagini, schemi mentali e pseudo conoscenze che attraverso le scuole del regime hanno permeato le credenze di base delle generazioni successive, nascendo da quel programma di trasformazione dello Stato, della società e del regime in una fase decisiva della sua vita interna e della politica internazionale, caratterizzata dalla volontà di accelerare la realizzazione del progetto totalitario e di avviare un disegno di espansione imperiale accanto alla Germania nazista.

Ora, qualsiasi ragionamento sulla memoria pubblica e sulla conoscenza diffusa della storia non potrà prescindere, oltre che da precise volontà politiche, dal problema centrale di un canone scolastico della storia, all'interno di una più estesa e coerente enciclopedia comune, che continua a essere a portare l'etichetta "Europa" oltre a ignorare gli scaffali meno frequentati dell'archivio. La world history nelle programmazioni scolastiche come nella storia pubblica è tutta da costruire nel suo rapporto con la geografia e con l'antropologia contemporanea. Forse per il Novecento va meglio, in considerazione di una prima ricezione di temi post-coloniali, ma affrontare sistematicamente la decolonizzazione alle scuole superiori rimane un miraggio. Gli altri periodi della storia scontano un ritardo ulteriore, rispetto alla ricerca e alle acquisizioni storiografiche specialistiche e internazionali. C'è poi il rischio che un racconto ingenuo e poco consapevole si inscriva ancora una volta nel palinsesto della mitologia bianca costruttrice di storia, relegando il corpo nero al ruolo di semplice vittima e lo neghi in quanto soggetto produttore di storia: da questo punto di vista la storia del "commercio triangolare" e il racconto standard della schiavitù è un esempio molto chiaro di come si proceda per miti semplificati, anche con buone intenzioni valoriali ed educative.

La storia della schiavitù, nelle Americhe ma anche in Africa, e della tratta degli schiavi, non solo nell'Atlantico ma anche nel Mediterraneo in età moderna; i vari segni di memoria coloniale nella cultura italiana; una sistematica conoscenza dei problemi di storia delle idee legati alla "classificazione" e alle costruzioni di identità e alle invenzione delle tradizioni, sono temi che paiono ampiamente trascurati

Si pone su tutto un problema di cornici e trame del racconto storico: c'è magari l'istituzione della schiavitù, ma non la storia dello schiavo in Africa - un'entità mitica e opaca a partire dalla connotazione geografica del continente - prima di essere tale. Oppure, c'è la violenza fascista ma non ci sono la storia del regno d'Etiopia e quella dei resistenti etiopi all'invasione italiana, i primi a tenere testa al fascismo e in condizioni estreme. Anche questo può essere un modo sottile e inavvertito di continuare la narrazione standard dell'Europa, che guardando soprattutto se stessa rischia di considerare l'altro in quanto "nemico" da distruggere o ancora una volta come "selvaggio" o "primitivo" da civilizzare, catalogare, musealizzare, aiutare, soccorrere, raccontare.


Bibliografia recente

F. Colombara, Raccontare l'impero, Milano-Udine, Mimesis, 2019

A. Del Boca, L'Africa nella coscienza degli italiani, miti, memorie, errori, sconfitte, Roma-Bari, Laterza, 1992

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A. Del Boca, N. Labanca, L' impero africano del fascismo. Nelle fotografie dell'Istituto Luce, Roma, Editori Riuniti, 2001

A. Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, 2005

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N. Labanca, Una guerra per l'impero. Memorie della campagna d'Etiopia 1935-36, il Mulino, Bologna 2015.

N. Labanca, La guerra d'Etiopia. 1935-1941, Bologna, Il Mulino, 2015

C. Vercelli, Il dominio del terrore, Deportazioni, migrazioni forzate e stermini nel Novecento, Roma, Salerno ed., 2016