«Mayday! Mayday! Gli Indiani sono sbarcati». L’occupazione di Alcatraz (1969-1971)

03.08.2020

Il 20 novembre 1969 più di settanta «nativi americani»* si radunarono di buon mattino su uno dei moli di San Francisco per imbarcarsi verso Alcatraz, distante poco più di un miglio. Ne presero possesso rivendicando il proprio diritto a farlo. L'11 giugno 1971 la polizia federale allontanò pacificamente dall'isola gli ultimi quindici attivisti. In quei diciotto mesi il mondo indigeno era cambiato. 

di Claudio Ferlan - 3 agosto 2020

Arapahoes celebrano la Ghost Dance, 1900
Arapahoes celebrano la Ghost Dance, 1900

La preparazione

Perché un gruppo auto-nominatosi «Indiani di Tutte le Tribù» (Indians of All Tribes - IOAT) decise di occupare Alcatraz, sede di un penitenziario federale di massima sicurezza tra 1934 e 1963? L'iniziativa prese forma all'interno della comunità indigena di San Francisco e si nutrì del clima di ribellione e rivendicazione dei diritti delle minoranze diffuso negli Stati Uniti degli anni Sessanta, specie per merito dei leader afroamericani. Non vi erano però solo i gesti, pacifici e violenti, a determinare quel tipo di clima: vi contribuiva anche il pensiero, ivi compreso lo studio della storia. I nativi americani avevano iniziato a conoscere in maniera più approfondita le complicate vicende del proprio passato, sviluppando una rinnovata auto-comprensione di sé come aborigeni e la consapevolezza della necessità di promuovere un'idea di unità intertribale per garantirsi, come insieme di popoli, un futuro più luminoso. Cresceva l'interesse per tradizioni e cerimonie con radici millenarie che il dominio dei «bianchi» aveva celato ma non cancellato. Per questa nuova prospettiva i punti di riferimento erano soprattutto la menzionata comunità della Bay Area da un lato, Little Big Horn e la Danza degli Spiriti dall'altro. Quanto ai nessi storici, va ricordato come nel primo caso ci si rifacesse alla battaglia (1876) in cui l'unione di guerrieri lakota, cheyenne settentrionali e arapaho aveva annientato il reggimento di George A. Custer (1839-1876); nel secondo, invece, al movimento religioso (1890) guidato dal profeta paiute Wovoka (c. 1856-1932) al quale avevano aderito molti gruppi tribali.

Alactraz era già stata occupata nel 1964 (9 marzo) da cinque sioux, soltanto per poche ore. A fondamento della propria azione essi avevano richiamato il Trattato di Fort Laramie (1868), firmato dagli Stati Uniti con alcune nazioni lakota, dakota e arapaho. Secondo l'articolo VI, infatti, ogni «indiano adulto» aveva diritto di occupare le terre federali acquistate dal governo ma poi abbandonate o dismesse. Dopo la chiusura della prigione, Alcatraz aveva quei requisiti. Come segno di generosità, i cinque offrirono una somma di 47 centesimi per acro, il valore dell'isola ammontava dunque a 5 dollari e 64 centesimi. L'occupazione del 1964 non ebbe grande eco sulla stampa e sull'opinione pubblica, ma servì d'ispirazione.

A progettare la presa di possesso dello Scoglio (The Rock, come veniva e ancora viene chiamata Alcatraz) nel 1969 furono soprattutto Adam Nordwall / Fortunate Eagle (1929), uomo d'affari anishinaabe-ojibwe, originario della riserva di Red Lake (Minnesota) e Richard Oakes (1942-1972), giovane mohawk nato nella riserva di St. Regis (New York) e trasferitosi a San Francisco, dove lavorava come barista e frequentava la San Francisco State University. I due avevano trovato una buona intesa, particolarmente benvista da Oakes, che aveva bisogno della collaborazione di 'anziani' perché i progetti nei quali si impegnava non fossero catalogati come semplici iniziative studentesche. I due riuscirono a creare un piccolo gruppo di lavoro, nel quale maturò l'idea di una nuova spedizione ad Alcatraz. Per prepararla ci si impegnò ad apprendere quanto poteva essere necessario a garantire una lunga permanenza (carpenteria, falegnameria, cucina...) e a ingaggiare avvocati capaci di approfondire i fondamenti dei diritti indigeni. Approfittando delle proprie conoscenze nel mondo della stampa Nordwall organizzò una sorta di campagna e, in occasione di un Halloween Party molto ben frequentato, rivelò che il 9 novembre 1969 un gruppo di nativi americani avrebbe occupato Alcatraz. Il messaggio fu probabilmente una diretta conseguenza dell'incendio che il 10 ottobre aveva distrutto l'American Indian Center di San Francisco, non solo un luogo di ritrovo ma un vero e proprio punto di riferimento per le comunità native della Baia.

Il gesto del 9 novembre non fu certo un successo. Si faticò a trovare un capitano disposto ad accettare il rischio di accompagnare il gruppo fino all'isola. Dopo il ritiro improvviso di un primo marinaio, Nordwall riuscì a ingaggiarne un secondo che acconsentì alla sola circumnavigazione dello Scoglio. Oakes tuttavia, arrivato nelle vicinanze, si buttò in mare e lo raggiunse a nuoto, seguito da quattro compagni. Tra qualche andirivieni, in quattordici trascorsero la notte nel vecchio penitenziario e nei dintorni, acconsentendo poi pacificamente alla richiesta della Guarda Costiera di ritornare sulla terraferma. Il breve tempo trascorso ad Alcatraz però li convinse: un gruppo più numeroso avrebbe potuto prenderne davvero possesso.   

Alcatraz nel 2005
Alcatraz nel 2005

La conquista

Organizzati molto meglio di quanto non fossero dieci giorni avanti, alle prime ore del 20 novembre 1969 settantotto indigeni salparono su diverse imbarcazioni per raggiungere la costa orientale di Alcatraz. Oakes era tra loro con la propria famiglia, mancava invece Nordwood, fuori città per impegni professionali ma sempre vicino alla causa. Il guardiano del faro salutò l'arrivo del gruppo con un proverbiale annuncio alla radio: «Mayday! Mayday! Gli Indiani sono sbarcati». Già il mattino dopo sull'isola arrivarono in elicottero molti giornalisti, ai quali parve subito evidente che gli IOAT si erano preparati per restare, pure se il problema dell'approvvigionamento richiedeva una solida rete di aiuti sulla terraferma, una rete che spontaneamente non tardò a costituirsi. Le barche di supporto agli occupanti apparvero fin dalle prime luci dello stesso 20 novembre e si moltiplicarono rapidamente.

Approfittando dell'interesse dei media e della verve comunicativa di Oakes i nativi americani riuscirono a fare del gesto un evento di forte interesse mediatico. Uno dei colpi più efficaci fu la rivendicazione dei propri diritti sull'isola, immediatamente successiva a un messaggio inviato al presidente Richard Nixon (1913-1994) per evidenziare le intenzioni pacifiche dell'azione. Come avevano fatto i cinque occupanti del 1964, anche quelli del 1969 richiamarono il Trattato di Fort Laramie. Ai tanti mezzi di comunicazione radunatisi per seguire l'evento fu distribuito un proclama diretto al «Grande Padre Bianco e a tutta la sua gente», scritto con un linguaggio sarcastico, pensato per giocare con gli stereotipi e le citazioni, prima fra tutte il reclamo dell'isola «per diritto di scoperta». Per comprarla si offrivano «ventiquattro dollari in perline di vetro e stoffa rossa», ricordando il precedente stabilito «dall'uomo bianco» per prendersi Manhattan. Era una cifra fin troppo elevata rispetto a quanto pagato allora, ma tenendo conto dell'inflazione gli IOAT generosamente offrivano 1 dollaro e 24 centesimi per acro, più di quanto (47 centesimi) i bianchi pagavano allora, nel 1969, per le terre indigene in California. Il testo proseguiva proponendo la costituzione dell'Ufficio per gli Affari Caucasici, ricordando quella dell'Ufficio per gli Affari Indiani (1832), offrendo la disponibilità a fornire missionari per condividere la propria religione e citando i numerosissimi trattati conclusi tra gli Stati Uniti e varie nazioni aborigene tra 1788 e 1868 (poco meno di quattrocento), destinati quasi tutti a essere sistematicamente, e spesso unilateralmente, violati. In conclusione vi erano le richieste; poiché l'Indian Center di San Francisco era andato in fiamme, si pianificava di sviluppare sull'isola quattro istituzioni: un centro di studi nativi americani, uno di spiritualità, uno di ecologia, e una grande «scuola indiana» dove si sarebbero insegnate tradizioni e cultura aborigene, compresa quella alimentare. Non va sottovalutata l'ironia del testo, un tratto peculiare e intertribale del carattere nativo americano, come specificato con efficacia e con il proprio talento di scrittore da Vine Deloria jr. (1933-2005) in un libro di grande successo uscito nel 1969 e tradotto in italiano nel 1972: Custer è morto per i vostri peccati.

Non vi erano leader designati tra gli occupanti, ma presto risaltarono le personalità di Oakes, di LaNada Means(oggi LaNada War Jack), shoshone-bannock (1945) e di John Trudell, sioux-santee (1946-2015). Trudell non era nel gruppo del 20 novembre, aveva raggiunto l'isola in occasione della Festa del Ringraziamento (Thanksgiving), modificata con l'occasione in una Festa del Non-Ringraziamento (Unthanksgiving), quale contro-celebrazione della celebre ricorrenza statunitense nella quale si commemora il pasto condiviso dalla tribù Wampanoag con i padri pellegrini affamati (1621). Oakes fu nominato portavoce e iniziò ad articolare la propria visione attraverso conferenze stampa, interviste alla radio e partecipazione ai notiziari, ciò che lo fece emergere, agli occhi del pubblico, come presunto leader del gruppo. Quella della necessità di identificare un capo era un'esigenza tipica della cultura euro-americana, riportata da numerose fonti anche nell'Ottocento. All'epoca, inviati governativi e rappresentanti dell'esercito individuavano più o meno strumentalmente qualcuno cui fare riferimento, senza preoccuparsi di comprendere la strutturazione sociale delle varie tribù indigene, del tutto differente dalla propria. I bianchi, insomma, non seppero o forse semplicemente non vollero cogliere le sottili differenze tra leader stabili e temporanei, capi spirituali e di guerra. Qualcosa di simile accadde anche ad Alcatraz.

Gli attivisti (il cui numero nei primi mesi crebbe fino ad alcune centinaia) cominciarono a diffondere una newsletter, fondarono una scuola e una stazione radio (Radio Free Alcatraz), che iniziò le trasmissioni il 22 dicembre. Si riceveva in California e a New York, lo speaker più efficace e ascoltato fu John Trudell.  

Scene di vita sull’isola
Scene di vita sull’isola

Yvonne

Le negoziazioni con il governo non portarono a nulla e si tramutarono presto in un estenuante gioco di silenzi e attese: la linea governativa fu attendista e confidò nella perdita di interesse dell'opinione pubblica per la questione. Nel frattempo, ad Alcatraz non tutto filava liscio. Molto presto si insinuarono tra gli attivisti malanimo e litigi. Oakes fu accusato di essersi appropriato di fondi destinati alla collettività. Per quanto i preparativi fossero stati accorti, si dimostrarono imperfetti: mancava sempre qualcosa. Per questa ragione simpatizzanti della causa, alcuni dei quali famosi e facoltosi, erano intervenuti con donazioni anche molto generose, talvolta però non adatte alla situazione o malamente coordinate. In prossimità di Unthanksgiving molti ristoranti della Baia regalarono dei tacchini; nonostante sull'isola fossero presenti più di trecento persone, non si riuscì a cucinarli tutti, né a conservarli adeguatamente. L'immagine dello Scoglio fu così guastata da riprese televisive e fotografie di tacchini congelati lasciati a marcire in terra nei loro involucri di plastica. Episodi come questo, solo apparentemente di poco conto, contribuirono a un cambiamento di tono del racconto mediatico. Fin dal principio gli IOAT si erano preoccupati di sottolineare come alcol e droga fossero banditi dall'isola: era infatti loro ferma intenzione contrastare il sempre vivo stereotipo dell'indigeno ubriaco. Non tutti però furono d'accordo: vi fu chi ritenne Alcatraz un buon posto per disintossicarsi o per aiutare a disintossicarsi, chi attratto dalla cultura libertaria del tempo contestò scelte proibizioniste, chi semplicemente le ignorò. In una delle sue frequenti interviste (6 dicembre 1969) Oakes dichiarò al San Francisco Chronicle che il più grande problema per gli occupanti erano hippies e fotografi freelance: arrivavano, mangiavano e se ne andavano, lasciando dietro di sé i rifiuti da smaltire. Neppure la violenza risparmiò la quotidianità del gruppo, come raccontato in maniera magistrale dallo scrittore Tommy Orange (1982), cheyenne-arapaho di Oakland, nel romanzo There There (2018, tradotto in italiano nel 2019 come Non qui non altrove). Squallore e abbandono, droga e alcol fecero la propria sempre più frequente comparsa in notiziari e articoli, lanciando un messaggio: Alcatraz si stava trasformando in qualcosa di diverso da quanto l'opinione pubblica si era figurata.

Il momento di tragica svolta arrivò nei primi giorni del 1970 (3 gennaio), quando Yvonne (1957-1970), una delle figlie di Richard Oakes e Annie Marufo (1942-2010, nazione pomo), cadde rovinosamente dal terzo piano di un edificio della vecchia prigione battendo la testa, mentre giocava con alcuni bambini. Le sue condizioni apparvero subito gravissime e fu trasportata dalla Guardia Costiera in un ospedale di San Francisco. Qui si spense cinque giorni dopo e subito si diffusero sospetti sulla causa della caduta, ipotizzata come conseguenza di una lite tra figli di rivali; sospetti peraltro mai provati. Devastata dalla tragedia, la famiglia Oakes abbandonò Alcatraz.

Privati del proprio portavoce, gli IOAT non si arresero e l'occupazione proseguì, così come le contrattazioni con il governo. In marzo sull'isola sbarcarono gli inviati di Nixon ma la proposta di farne un parco naturale «di carattere spiccatamente indiano» fu rifiutata. Gli occupanti rilanciarono e chiesero un contributo di 300.000 dollari per fondarvi una propria università, la proposta fu presa in seria considerazione ma venne scartata. Il numero di persone sull'isola andava riducendosi, specie in seguito al massiccio abbandono degli studenti, molti dei quali avevano preferito ricominciare a frequentare i corsi.

Benvenuti ad Alcatraz
Benvenuti ad Alcatraz

Il 3 giugno 1970 il Los Angeles Times diede notizia di un incendio che due giorni prima aveva distrutto cinque edifici sull'isola, tra i quali il più antico faro della Baia, suggerendo che l'incidente potesse essere la conseguenza della faciloneria di alcuni occupanti. Intervistato sulla questione, Trudell instillò a sua volta un altro dubbio: qualcuno aveva forse visto una barca abbandonare l'isola nei minuti in cui l'incendio era divampato. Non vi era alcuna prova, ma diversi credettero che una mano dolosa avesse alimentato il rogo, con l'obiettivo di gettare discredito sugli IOAT. Altri episodi seguirono: in agosto una freccia colpì un'imbarcazione turistica in transito vicino all'isola e pochi giorni dopo due petroliere si scontrarono nei pressi del Golden Gate. In molti diedero la colpa al cattivo funzionamento del faro di Alcatraz, che era stato solo sommariamente riparato. Nel frattempo, l'amministrazione Nixon aveva adottato una serie di provvedimenti per venire incontro alle richieste dei nativi americani. Che cosa ci faceva dunque un pugno di indigeni ancora ad Alcatraz? I più noti tra loro non erano più lì e proseguivano le azioni di rivendicazione e protesta in altri luoghi degli Stati Uniti. Ci volle ancora parecchio tempo prima della fine dell'occupazione: nel giugno 1971 gli ultimi irriducibili abbandonarono l'isola, scortati da un gruppo di poliziotti federali. Erano sei uomini, quattro donne e cinque bambini.   

L'eredità

I nativi americani nel 1969 erano una minoranza poco visibile. Moltissimi negli Stati Uniti ne conoscevano l'immagine diffusa dal cinema e dalla letteratura, ma la grande maggioranza dei cittadini non aveva occasione di stabilire un rapporto continuativo o significativo con uno di loro. Erano percepiti come un retaggio del passato, esempio di un modello di vita ormai perduto. Il bestseller di Dee Brown (1908-2002), Seppellite il mio cuore a Wounded Knee (1970, tradotto in italiano nel 1972) già nelle prime pagine dà conto di questa idea, scrivendo che la fine dell'Ottocento fu un'epoca di violenza, avidità, audacia, sentimentalismo, libertà personale, ma fu «il periodo in cui la cultura e la civiltà degli Indiani furono distrutte». È questo un punto di vista oggi messo in profonda discussione dai nativi americani, come per esempio lo scrittore David Treuer (1970), autore del bellissimo The Heartbeat of Wounded Knee: Native America From 1890 to the Present (2019, non tradotto), libro nel quale si vuole raccontare come sia proseguita la vita degli indigeni dopo la fine delle guerre contro l'uomo bianco. In un articolo scritto per il New York Times in ricordo dei cinquant'anni dall'occupazione di Alcatraz, Treuer ha voluto celebrare l'eredità di quell'azione, scrivendo che gli attivisti si recarono sull'isola per appellarsi alla parte migliore dell'America. Inventandosi una nuova quotidianità portarono avanti la propria lotta, cercando di segnare la rotta per un futuro migliore. Grazie a loro, chiosa Treuer, si può dire che ad Alcatraz sia iniziata la stagione dei nativi americani veramente moderni. È un punto di vista molto convincente. Nonostante le difficoltà e la conclusione non certo gloriosa possano far pensare a un insuccesso, l'occupazione dello Scoglio ebbe delle conseguenze positive per gli indigeni: attirò l'attenzione anche internazionale sulla loro esistenza e sulle loro fondate rivendicazioni. In secondo luogo, contribuì a rinforzare la retorica dell'autodeterminazione e dell'unità intertribale. Infine, influenzò fortemente la decisione del governo statunitense di concludere la cosiddetta Indian termination policy, una fallimentare politica avviata nel secondo dopoguerra nell'intento di assimilare i nativi nella società americana, sostituita nel 1975 dal formale riconoscimento dell'autorità delle «nazioni indiane» su determinate materie e del diritto di controllo sui programmi federali loro dedicati (Indian Self-Determination and Education Assistance Act, 1975).

Di certo la strada da fare è ancora moltissima, ma senza quei diciotto mesi sarebbe ancora più lunga perché, come gli occupanti scrissero nella prima loro newsletter, Alcatraz non è un'isola, ma un'idea.   


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* «Nativi americani» è un termine corretto? Possiamo scrivere «indiani»? Meglio «aborigeni», o «indigeni»? Il dibattito, acceso e irrisolto, pone problemi di coscienza allo storico bianco-europeo,il quale, consapevole della rilevanza della questione, ha deciso di evitare «indiani» se non in citazione, e di usare «nativi americani», «indigeni» o «aborigeni».