Maria Giudice, il ritratto di una donna straordinaria

Il 27 aprile del 1880 nasceva la futura protagonista di una lunga stagione di lotte per gli oppressi di tutta la penisola. 

di Andrea Alba - 27 aprile 2020

Tri voti apristi l'occhi

pri mi guardari.

Tri voti suspirasti

stirasti i vrazza

scusannuti

e senza parrari

ti sfilasti a vita

com'un cappottu

ca pisa quannu veni

a bedda stagiuni.

Questi versi evocativi sono di Goliarda Sapienza e sono dedicati alla madre, Maria Giudice. Sono scritti nella lingua del padre, Giuseppe, avvocato socialista libertario catanese, il cui studio, negli anni Venti, era sempre affollato, pieno fino all'inverosimile di contadini e operai, diseredati e poveri cristi in attesa del suo gratuito patrocinio. Si era guadagnato così il titolo di "avvocato dei poveri".

Tre volte apristi gli occhi

per guardarmi.

Tre volte sospirasti

stendesti le braccia

scusandoti

E senza parlare

ti sfilasti la vita

come un cappotto

che pesa quando viene

la bella stagione.

Maria Giudice con la figlia Goliarda e il compagno Giuseppe Sapienza
Maria Giudice con la figlia Goliarda e il compagno Giuseppe Sapienza

Una precisa idea di libertà

Maria e Peppino - lo chiamavano così i compagni - si erano conosciuti nel 1919, quando il Partito Socialista Italiano l'aveva inviata in Sicilia a fare propaganda e a occuparsi della campagna elettorale. Maria non aveva ancora compiuto quarant'anni, ma il suo percorso umano, politico e culturale era già stato lungo e avvincente. Non era siciliana, anche se sull'isola trascorse vent'anni tra i più intensi. Era nata il 27 aprile del 1880 a Codevilla, un comune di pochi abitanti che si adagia tra la collina e la pianura, in provincia di Pavia. La sua prima formazione politica era avvenuta in casa: il padre, Ernesto Giudice, era un reduce garibaldino di idee radicali e progressiste. La madre la sollecitò alla lettura di romanzi "sociali". Terminati gli studi elementari a Voghera, si iscrisse alla Regia scuola Normale di Pavia, dove conseguì il diploma magistrale. Divenuta maestra, ritornò a Voghera e lì cominciò a frequentare i primi circoli socialisti, introdotta da Ernesto Majocchi, uno dei più straordinari animatori culturali della provincia italiana. Maria dimostrò subito di essere un'infaticabile attivista per i diritti delle contadine e dei contadini dell'Oltrepò pavese e nel 1902 era già diventata segretaria della Camera del Lavoro di Voghera. Nel frattempo scriveva delle condizioni delle classi subalterne, della misera vita dei contadini della pianura padana e cominciava a collezionare le prime condanne per propaganda antimilitarista, pacifista, anticlericale. Poi, stando alla morale di allora, fece di peggio: si unì, ma senza sposarlo, a un sindacalista rivoluzionario e di idee anarchiche, il contadino Carlo Civardi, da cui Maria avrà sette figli. Uno scandalo per l'epoca, ma Maria assecondava una idea precisa di libertà che caratterizzerà la sua intera esistenza.  

In Svizzera

Era incinta del primo figlio, nel 1903, quando scrisse un articolo durissimo contro la repressione e l'eccidio di contadini e operai avvenuto a Torre Annunziata per mano della polizia. L'articolo le valse una pesante condanna che prevedeva l'arresto, ma Maria, che non voleva partorire in galera, allora decise di scappare, esule, in Svizzera. Anche lì continuò il suo lavoro pedagogico per i diritti dei più deboli, degli ultimi: i lavoratori italiani emigrati che vivevano in condizioni estreme e che si lasciavano infiammare dalle parole di questa giovane maestra. In Svizzera ebbe anche modo di conoscere Lenin e Mussolini, allora ancora socialista, e soprattutto Angelica Balabanoff, che diverrà l'amica di sempre, con la quale diede vita alla rivista quindicinale "Su compagne!". Questa fu per Maria occasione per indagare la condizione femminile e interrogarsi sulla necessità di creare un'organizzazione femminista. In realtà la maestra lombarda era convinta che il femminismo cosiddetto borghese si accontentasse di battaglie di principio, mentre il socialismo, teorizzando e praticando insieme la liberazione dal dominio maschile e da quello capitalista, era la strada che le donne avrebbero dovuto percorrere.

Maria Giudice in carcere con Umberto Terracini nel 1916
Maria Giudice in carcere con Umberto Terracini nel 1916

Di nuovo in Italia

Nel 1905 finalmente Maria rientrò in Italia, ma fu costretta a scontare ancora qualche mese di carcere prima di essere amnistiata. Finalmente libera, si trasferì a Milano dove alternava l'attività d'insegnante presso il comune di Musocco e la militanza politica tra le fila del partito. E in questo periodo riprese anche la sua attività di pubblicista, continuando a collaborare con l'amica Angelica Balabanoff, scrivendo per il nuovo periodico delle donne socialiste "La Difesa delle lavoratrici", firmando i suoi articoli con lo pseudonimo Magda. Tutto il sostentamento della famiglia gravava ora sulle sue spalle e quando fu licenziata da scuola, nel 1913, per "generale disistima, per la condotta immorale, per trascuratezza nell'insegnamento e per sistematica offesa ai sentimenti religiosi degli alunni", decise di dedicarsi alla politica a tempo pieno.

L'anno successivo si spostò in Piemonte, continuando a lavorare per il partito e scrivendo per "La campana socialista". Nel frattempo ad Ancora la forza pubblica aveva freddato tre manifestanti e il paese fu attraversato dalla cosiddetta "settimana rossa", un'ondata di scioperi e insurrezioni che in Valsesia, dove viveva Maria, la videro protagonista indiscussa di quelle manifestazioni. E poi venne la guerra, con la sua feroce propaganda, gli scontri interni, i malumori dentro e fuori il partito, gli insopportabili socialisti divenuti interventisti, il milione e mezzo di morti, la sua efferatezza e il suo enorme carico di violenza. Maria Giudice venne chiamata a Torino per guidare la federazione provinciale del partito e dirigere il giornale "Il grido del popolo" di cui redattore era il giovane Antonio Gramsci. Nel 1916 finì in carcere assieme a Umberto Terracini per aver espresso le sue posizioni anti interventiste nel corso di un comizio non autorizzato, in cui la dirigente socialista definiva la guerra strumento dei ceti dominanti per sottomettere la povera gente.  

La rivolta di Torino, 1917
La rivolta di Torino, 1917

La rivolta del pane a Torino

Nel 1917 per le strade di Torino scoppiò una sommossa. Quella che all'inizio doveva essere una manifestazione per la mancanza di pane si trasformò in un lampo in una rivolta bella e buona contro la guerra. "Manca la farina!" urlavano all'inizio le donne a Borgo San Paolo, mentre le facevano eco quelle di Barriera di Milano. E il giorno dopo gridavano più forte, uscivano dai portoni delle case e il loro grido cominciava a essere sempre più un grido di pace, di disprezzo per la guerra, in quei giorni di agosto. «Prendi il fucile e gettalo per terra, vogliam la pace, vogliam la pace, vogliam la pace, mai vogliam la guerra!»

Al diffondersi della notizia dei tumulti Maria era presto approdata in prima linea, assieme agli altri dirigenti socialisti. Il tribunale di Torino li condannò come mandanti morali della sommossa. Il bilancio fu devastante: si contarono più di cinquanta morti tra i manifestanti e centinaia di feriti. Gli arrestati furono un migliaio, alcuni di loro tradotti in carcere per direttissima. Il proletariato urbano di Torino cercò di far venire giù un pezzetto di cielo, in quelle calde giornate di agosto, ma senza riuscirci. E Maria c'era, era lì dove avrebbe dovuto essere. E finì in carcere anche quella volta.

"Il mio dovere di socialista è superiore allo stesso mio dovere di madre". "Mi difenderò solo per i miei sette figli orfani di guerra."

Sì, orfani. Perché a un certo punto succede che la storia individuale si intrecci con la grande storia collettiva. E Carlo Civardi, il compagno di Maria e il padre dei loro sette figli, in quella dannata guerra ci aveva perso la vita. Una granata era esplosa e Carlo era morto.

Poi finalmente l'assalto al cielo, il 1917, le masse entravano prepotentemente nella Storia per sconvolgerla del tutto. Un anno indimenticabile per i socialisti di tutto il mondo. Un anno che entrò a pieno titolo nelle pagine della Storia, ma che Maria trascorse in cella. Come quello successivo e quell'altro ancora. Fin quando nel 1919 beneficiò di nuovo dell'amnistia. Il 21 marzo del 1919, primo giorno di primavera, Maria è di nuovo una donna libera, per la legge. Perché Maria libera lo è sempre stata. E infatti riprese subito la sua attività politica: di nuovo a Torino per poi recarsi in Sicilia, nei luoghi da cui è iniziato il racconto di questa storia. E mentre nel resto d'Italia operai e contadini si scontravano coi nemici di sempre - latifondisti, agrari, guardia regia, squadrismo fascista - Maria si accorgeva che in Sicilia questi antagonisti avevano un alleato ben più solido e potente: la mafia, che da sempre tutelava gli interessi delle classi dominanti.  

24 agosto 1917, insurrezione di Torino
24 agosto 1917, insurrezione di Torino

Contro la mafia e lo squadrismo

Il 27 luglio del 1920 a Randazzo, in provincia di Catania, le forze dell'ordine aprirono il fuoco contro i contadini. I morti furono nove, tra cui una bambina. I feriti si contavano a decine. I socialisti non potevano stare a guardare e convocarono per l'indomani una manifestazione di protesta a Catania. I militanti allestirono un palco, tutto era pronto, in ordine.

Giuseppe Sapienza e Maria Giudice infiammavano il comizio, rivolgendosi a braccianti e zolfatai col cappello in mano, denunciavano il clima squadrista che si respirava nel Paese, da nord a sud. E al contempo rivendicavano diritti per i contadini e attaccavano gli interessi degli agrari, che spesso coincidevano con quelli della mafia. Le parole di Maria e Giuseppe furono durissime. A un certo punto un gruppo di fascisti disturbò il comizio ed entrò in gioco la polizia, pronta allo scontro e in assetto di guerra. Fu un parapiglia, scontri, manganelli, inseguimenti: persero la vita sei persone, mentre i feriti furono una quarantina. Maria trascorse il biennio rosso in Sicilia e in ogni parte dell'isola su cui mise piede rischiò la vita. A ottobre del 1920 a Palermo tenne in pieno centro la commemorazione funebre per Giovanni Orcel, l'operaio metalmeccanico e sindacalista ammazzato dalla mafia. Nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio del 1921, sempre a Palermo, i fascisti devastarono la sede della FIOM. Maria e Giuseppe, che abitavano nell'appartamento contiguo alla sede, riuscirono a salvarsi calandosi da un balcone con un lenzuolo, veri e propri fuggitivi.

Nell'estate del 1922 Maria si recò a Lentini. Era il 10 luglio e nei pressi della Piana, tra gli alberi di agrumi e le strade polverose, Maria stava come al solito trascinando la folla. Pochi giorni prima, con un pretesto, erano stati arrestati due socialisti lentinesi. La polizia a un certo punto durante il comizio aprì il fuoco, sparando sulla folla. Caddero a terra due donne. Come se non bastasse la violenza della polizia, si fecero spazio tra la folla squadracce di agrari e squadristi fascisti, comandate da un proprietario terriero le cui terre erano state occupate dai contadini lentinesi pochi mesi prima. Nei giorni successivi si verificarono scontri che provocarono quattro morti e cinquanta feriti. Gli arrestati furono tredici e tra questi vi era di nuovo Maria Giudice. L'accusa parlava di istigazione a delinquere ed eccitamento all'odio di classe.

Otto mesi di carcere. Quando uscì, nel febbraio del 1923, il fascismo era già giunto al potere, ma Maria era ancora una donna libera, combattente, armata della forza della sua ragione.  

Uscire di scena

Nel 1924 nasce Goliarda. È maggio e Catania è bellissima: nell'aria c'è la cenere dell'Etna, gli scogli sono neri, tutto è un contrasto fortissimo, tra le strade barocche e le vie del centro, agli incroci come nei vicoli, le ombre proiettano una luce che non ha eguali, forse per via del mare e del vulcano insieme, o forse perché tutto ha il colore della lava che si fa pietra.

Maria continua la sua attività giornalistica almeno fino al 1925, quando le libertà civili e politiche vengono soppresse del tutto dal regime fascista. Nel 1927, giudicata pericolosa, viene ammonita e sottoposta a controllo costante dalla polizia. Le opposizioni sono in crisi. Il regime fascista non lascia margine alcuno, riesce a togliere il respiro perfino a Maria Giudice. Pochi anni più tardi, nel 1931, il ministero dell'interno chiede al prefetto di Catania di eliminare la donna dall'elenco delle persone considerate pericolose. Casa di Maria e Peppino continua a essere ancora un luogo aperto, in un'Italia sempre più asfissiante, in cui le possibilità di trasformazione della società si fanno sempre più remote.

Nel 1941 Maria si trasferisce a Roma per permettere a Goliarda di spiccare il volo, di studiare all'Accademia d'arte drammatica. Ma Maria è stanca, i suoi nervi a pezzi. La resistenza romana le restituisce un frammento di sollievo. Ristabilisce i contatti coi vecchi compagni e partecipa attivamente ad alcune azioni. Giuseppe contribuisce alla fuga di Pertini e Saragat dal carcere di Regina Coeli, mentre Maria redige riviste clandestine. Gli anni successivi li passa malata e in assoluta solitudine, ormai lontana dalla politica e dai clamori.

Per una polmonite si spegne il 5 febbraio del 1953 e la sua uscita di scena è teatrale e barocca, come la città che l'ha adottata: il giorno dopo la sua morte, si recano in casa sua autorevoli personalità del mondo socialista, da Pertini a Terracini. Tra il vicinato è tutto un clamore, si raduna la folla, si sventolano le bandiere rosse e parte un corteo per Maria, tra le strade solitarie dell'inverno romano, dietro al suo carro funebre.

La scrittrice Goliarda Sapienza
La scrittrice Goliarda Sapienza


Riferimenti bibliografici

A. Balabanoff, La mia vita di rivoluzionaria, Milano 1979.

J. Calapso, Una donna intransigente. Vita di Maria Giudice. Palermo, 1996.

S. Lupo, Il passato del nostro presente. Il lungo Ottocento 1776- 1913. Bari, 2010.

F. Pieroni Bortolotti, Socialismo e questione femminile 1892-1922, Milano 1974.

G. Sapienza, Ancestrale, Milano, 2013.

G. Sapienza, L'arte della gioia. Torino, 2008.

G. Sapienza, Lettera aperta. Palermo, 1997.

P. Spiano, Torino operaia nella Grande Guerra:1914-1918. Torino, 1960.

U. Santino, Storia del movimento antimafia: dalla lotta di classe all'impegno civile. Roma, 2000.