Lumumba, l’eroe disarmato

Nel giugno 1960, improvvisamente, sul Congo si focalizzano le attenzioni di diversi attori internazionali. Con l'indipendenza accordata dalla corona belga e la vittoria di Patrice Emery Lumumba alle prime elezioni libere in gioco non è solo la liberazione dalla secolare dominazione coloniale del popolo congolese, ma il controllo su un'area geografica strategica nello scacchiere internazionale. Il rivoluzionario progetto unitario indipendentista del giovane leader si scontra con interessi economici e politici trasversali che trasformano l'indipendenza in un dramma.
Andrea Mulas
Andrea Mulas
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Lumumba, manifesto cubano

Lumumba, manifesto cubano

Il demone flaccido, simulatore, dall’occhio debole, di una follia rapace e spietata

La morte è una sofferenza inferiore a quella della schiavitù, perché la vita può essere degna solo se potremo costruire la nostra patria nella pace, nell’ordine, nella libertà, nella giustizia. P. Lumumba

Due milioni e mezzo di chilometri quadrati, ottantacinque volte l’estensione del Belgio, un territorio e un popolo sfruttato, umiliato, soffocato, sventrato quello del Congo per decenni da re Leopoldo II e i suoi mastini. Tra i primi che s’insediano nello Stato Libero del Congo troviamo il nordamericano Henry Shelton Sanford, uomo-chiave del monarca nella conferenza berlinese del 1884-1885 e fondatore l’anno successivo della Sanford Exploring Expedition (See) esportatrice di avorio, caucciù, olio di palma e rame. Il Domaine de la Couronne, istituito con decreto nel 1886, circa duecentocinquantamila chilometri quadrati tra i fiumi Kasai e Ruki, traboccante di alberi del caucciù, viene invece destinato allo sfruttamento privato da parte del re belga. Nei fatti un possedimento personale. I conquistatori del XIX secolo in pochi anni sradicano qualsiasi forma di economia locale e riducono in schiavitù le popolazioni indigene. È un’ecatombe, come l’ha definita l’intellettuale belga David Van Reybrouck, denunciata agli inizi del Novecento nelle pagine del Casement Report (1904) redatto dal console inglese Roger Casement, dal giornalista Edmund Morel, autore di Red Rubber e da numerosi resoconti ufficiali inviati al British Foreign Office. Morel, seppur mai stato in terra congolese, da incaricato nel porto di Anversa di registrare le imbarcazioni e tenere la contabilità dei loro carichi inizia a indagare un’anomalia: che le navi provenienti dal Congo scaricano nel porto fiammingo tonnellate di caucciù e quantità d’avorio, minerali e pelli, e caricano soltanto fucili e fruste. A Londra la conoscenza degli orrori commessi solleva le coscienze di molti, tra cui i lord Samuel Langhorne Clemens (Mark Twain) che scrive il pamphlet King Leopold’s Soliloquy: A Defense of His Congo Rule (Il soliloquio di re Leopoldo,1905), Arthur Conan Doyle che nel 1909 pubblica The Crime of the Congo (Il crimine del Congo) e di Joseph Conrad che già qualche anno prima proprio in Congo aveva ambientato il suo Cuore di tenebra.

Nel primo Novecento il Congo, dopo il Sud Africa, è il paese più ricco di risorse del continente, situato strategicamente nel cuore dell’Africa, è un immenso territorio di raccordo fra Africa occidentale, centrale e australe. La natura del regime che si sarebbe installato avrebbe esercitato un’incisiva influenza su tutta una serie di paesi nella regione.

The Crime of the Congo, copertina

The Crime of the Congo, copertina

Il congolese europeizzato

È il 6 marzo 1957 e il movimento nazionalista proclama l’indipendenza del Ghana (ex Costa d’Oro) dalla Gran Bretagna, prima colonia nera libera dell’Africa occidentale. Dopo la Conferenza di Bandung (1955) si tratta di una data storica per il Terzo Mondo, in quanto per la prima volta un governo di africani può amministrare fruttuosamente un territorio africano (il precedente della Liberia era stato poco incoraggiante) e potenzialmente si tratta di indicare quella “via africana” che potrebbe dare nuovo slancio produttivo ed un’equa ripartizione delle risorse al continente. Anche il Congo, tenuto sempre segregato dall’accorto e feroce paternalismo dell’amministrazione belga, viene a contatto con le nuove idee rivoluzionarie che si diffondono in tutta l’Africa.

Nello stesso anno Patrice Emery Lumumba (classe 1925) termina il suo primo e unico libro Le Congo, terre d’avenire, est-il menacé? (pubblicato postumo), caratterizzato da un moderatismo filocoloniale. Nella nota all’editore scrive: «Francamente, il futuro del Congo è carico di nuvole. A questo, a queste preoccupazioni, a queste confusioni, a questi dubbi, il mio libro vuole fornire una soluzione, e allo stesso tempo un rimedio, perché la realizzazione in un tempo relativamente breve delle riforme, appianerà, in larga misura, le attuali difficoltà tra bianchi e neri in Congo». Il giovane Lumumba è condizionato dalla sua posizione di évolué, ovvero esponente dell’élite congolese indigena: sui progetti indipendentisti grava la sua formazione europea e non coglie le vere aspirazioni del popolo, tanto che punta sull’integrazione sociale per superare i risentimenti dei congolesi verso la presenza belga e costruire una società di cittadini con gli stessi diritti e senza alcuna discriminazione. Ritiene che la “pacificazione” rappresenti il primo passo per costruire il nuovo Congo, tanto che nel suo “Appello ai Belgi” auspica che si possa creare una «nuova civiltà» intesa come sintesi della selezione dei migliori valori europei e africani.

Congo unito in un’Africa unita

Nel 1958 avviene la svolta. Ad aprile si tiene la prima Conferenza panafricana degli Stati indipendenti africani di Accra indetta dal presidente del Ghana Kwame Nkrumah alla quale partecipano gli otto stati africani al momento indipendenti (Etiopia, Egitto, Sudan, Marocco, Ghana, Liberia, Tunisia e Libia) che rivendicano il «diritto del popolo africano all’indipendenza e all’autodeterminazione». Galvanizzato dal discorso di Charles De Gaulle a Brazzaville in cui il presidente ha aperto al riconoscimento dell’indipendenza dei territori francesi in Africa e dal viaggio a Bruxelles per l’Expo 58 insieme a centinaia di congolesi che ha rappresentato per questi l’occasione di scoprire un mondo “altro” rispetto alla segregazione razziale in uso nel suo paese (pur vietata dalla legge belga), Lumumba il 10 ottobre fonda il primo partito politico di massa del Congo moderno, il Mouvement national congolais (Mnc), contro i tribalismi e i separatismi considerati funzionali al mantenimento dello Stato coloniale, e le cui linee d’azione vengono presentate dal congolese a dicembre alla seconda Conferenza dei popoli africani di Accra, in cui i delegati proclamano «l’Afrique aux Africains» e il poco più che trentenne Lumumba conquista la stima del carismatico leader rivoluzionario Nkrumah, con il quale condivideva il progetto panafricano. Il “Robespierre nero” (per dirla con Jean-Paul Sartre) successivamente descriverà il congresso ghanese come l’assise in cui è stata formulata la filosofia del panafricanismo. Accra lascerà un segno indelebile. Rispetto a pochi mesi prima Lumumba modifica il suo linguaggio politico, sgrana senza balbettii le priorità della lotta di liberazione, riveste di carattere giuridico le rivendicazioni dei suoi connazionali: «abbiamo come scopo fondamentale la liberazione del popolo congolese dal regime colonialista e la conquista dell’indipendenza per il nostro paese. La nostra azione è basata sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e riteniamo che il Congo, in quanto società umana, abbia il diritto di essere un popolo libero, tra i popoli liberi». Lumumba parla da leader, si è emancipato dalle gabbie etnocentriche proprie della condizione di évolué e indica la strada della lotta non armata per l’indipendenza anche pochi giorni dopo, nella gremita piazza Kalamu a Leopoldville, dinanzi a settemila congolesi: «L’indipendenza che noi reclamiamo nel nome della pace non deve essere considerata dal Belgio come un grazioso regalo. Si tratta del riconoscimento di un diritto che il popolo congolese aveva perduto. Il nostro obiettivo – incalza l’oratore appassionato – è quello di unire ed organizzare le masse congolesi nella lotta che tende al miglioramento del regime colonialista e di abolire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo». Alle autonomie tribali Lumumba contrappone la parola d’ordine del “Congo unito in un’Africa unita”, ai movimenti di origine etnica e tribale contrappone il Movimento nazionale congolese. Per primo intuisce che la lotta per la libertà si dovrebbe basare su tre elementi essenziali: unità nazionale, indipendenza politica ed economica, collegamento con il movimento nazionalista africano. Il Congo ha spalancato le porte al vento che sta scuotendo l’Africa, sembra che la coscienza politica finora assopita si risvegli e sproni all’azione.

Il 4 gennaio a Leopoldville scocca la scintilla. Violente manifestazioni di protesta si diffondono in città a seguito della negata autorizzazione a un raduno. È la resa dei conti, al grido «Tutto ciò che è bianco va attaccato» («Tout ce qui est Blanc, il faut attaquer!») vengono prese di mira le istituzioni dei venticinquemila europei presenti e assaltate scuole missionarie, chiese cattoliche, distributori di benzina, negozi, caserme di polizia. Intervengono i paracadutisti della Force publique e gli scontri che coinvolgono congolesi ed europei causano una carneficina tra gli africani: tra i 200 e i 300 morti. Qualche bianco racconterà che «era come ammazzare una mosca con un martello da fabbro».

Ormai tutto il paese è in subbuglio sociale e politico e una settimana dopo re Baldovino, richiamando l’ammirevole opera di Leopoldo II, grazie alla quale «i belgi furono in grado di stabilire la sicurezza, la pace e tutte le altre condizioni indispensabili alla prosperità proprio nel cuore dell’Africa centrale», si decide e apre al lento processo per il riconoscimento dell’indipendenza. Il sovrano belga dice “indipendenza” ma pensa “neocolonialismo”. La fame di potere di stampo tribale che si diffonde sulle ceneri del colonialismo diventa il magnete e l’incudine dei congolesi.

L’indipendenza “colonizzata”

Nel 1960 il mondo non ha ancora veramente conosciuto l’Africa. La morsa del colonialismo sembra allentare la presa e il 3 febbraio 1960 Harold Mcmillan, Primo Ministro britannico, pronuncia nel parlamento sudafricano a Città del Capo il discorso divenuto famoso col titolo Wind of change nel quale riconosce il «risveglio della coscienza nazionale dei popoli che per secoli erano vissuti in uno stato di dipendenza da un’altra potenza. […] Il vento del mutamento soffia su tutto il continente […] Dobbiamo accettarlo come un fatto inevitabile». Al risveglio però non corrisponde sempre un processo unitario nazionale, come nel caso del Congo. Le prime elezioni democratiche che si tengono a maggio fotografano gli opposti e contrastanti interessi regionali, etnici ed economici che iniziano a stritolare l’afflato nazionalista e continentale di Lumumba, che stravince le elezioni con il Mnc, viene eletto Primo Ministro, ma non ha potere politico, non è un capo militare e nemmeno si trova alla guida di un movimento di liberazione. È un pericoloso segnale di debolezza interna, e inoltre agli occhi di Bruxelles che intende “governare” il processo di decolonizzazione, Lumumba non rappresenta un elemento di garanzia.

Elezioni 1960, fonte leapafrica.wordpress.com

Elezioni 1960, fonte leapafrica.wordpress.com

Il 30 giugno 1960 il “Congo Belga” cede il passo alla Repubblica Democratica del Congo, politicamente troppo giovane e socialmente conflittuale. Lumumba, che nei mesi precedenti aveva accelerato per il riconoscimento dell’indipendenza immediata e totale, non coglie la frammentazione che attanaglia il suo paese o immagina di superarla tramite un processo di riforme nel quadro di quella struttura forgiata da più di un secolo sugli interessi coloniali, ma le spinte centrifughe di lì a poco esploderanno irreversibilmente.

Nel discorso di insediamento, che rimane forse l’intervento politico più incisivo e che segna la sua fine, il neo Primo Ministro viola l’etichetta della cerimonia per raccontare a re Baldovino che cosa aveva significato il colonialismo belga per il suo popolo: «Noi che abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le frustate che dovevamo subire dalla mattina alla sera, perché eravamo “negri”? Chi dimenticherà che al negro si dava del tu non come ad un amico, ma perché l’onorevole lei era riservato solo ai bianchi. […] Chi dimenticherà infine le fucilate che hanno ucciso tanti nostri fratelli o le celle in cui furono gettati coloro che non volevano più sottomettersi ad un regime di oppressione, di sfruttamento o di ingiustizia, strumento della dominazione colonialista? Tutto questo, o miei fratelli, noi abbiamo profondamente sofferto. […] noi che abbiamo sofferto nel nostro corpo e nella nostra anima l’oppressione colonialista, noi vi diciamo che tutto ciò è finito».Una sfida intollerabile, in un equilibrio di forze precario – sottovalutato dal politico Lumumba – che catalizza contro di lui le opposizioni interne ed esterne allo Stato coloniale.

Nei fatti, l’accordata indipendenza rappresenta il momento di crisi dell’«anno dell’Africa» ed emblematicamente le vicende congolesi avrebbero dimostrato la rapida “capacità riproduttiva” del neocolonialismo. Paradossalmente l’improvvisa fine della dominazione belga determina un vuoto di potere, e la Repubblica Democratica del Congo rimane un apparato istituzionale ed economico forgiato e gerarchizzato dal sistema di dominazione secondo gli interessi coloniali che hanno prodotto anche la parcellizzazione della società. Le élites che vanno al potere con le libere elezioni ereditano questa struttura e le sue asimmetrie.

La fragile coalizione fra i partiti dura pochi giorni e cede rapidamente il passo alla tragedia congolese. Il primo atto è l’ammutinamento della Force publique congolese in protesta contro i soprusi degli ufficiali belgi e delusi dal governo, poi è un rapido succedersi di eventi a cascata: l’assassinio, le ripetute violenze verso gli europei e il loro esodo di massa, che legittimano l’intervento delle forze speciali belghe.

Europei cercano rifugio durante gli scontri, P. de Los, Lumumba, Roma 1977

Europei cercano rifugio durante gli scontri, P. de Los, Lumumba, Roma 1977

L’aiuto diventa ben presto ingerenza ingiustificata che apre la strada a ulteriori disordini e scontri: «Finché vi saranno militari belgi nel Congo, il paese non conoscerà la pace», ammonisce Lumumba, che ormai con un esercito rimaneggiato e per contrastare la longa manus statunitense chiede sostegno anche a Nikita Chruščëv (poco tempo prima Washington non ha accolto la richiesta di aiuti del Primo Ministro) che invia autocarri e aerei. Il Paese è allo sbando, l’economia al collasso. Contemporaneamente la secessione del Katanga prima (in combutta con il Belgio e con gli investitori europei) e del Kasai del Sud dopo (sono le regioni più ricche del paese), innescano un processo d’instabilità e disintegrazione. La rottura col governo centrale non è esclusivamente frutto di endogene spinte separatiste. Come infatti avviene spesso in quegli anni, il disegno governativo di una equa redistribuzione dei profitti delle imprese minerarie viene tacciato (infondatamente) di voler instaurare un sistema socialista. La regione del Katanga, epicentro dello sfruttamento minerario e della colonizzazione economica, rappresenta un tesoro inestimabile, ricco di rame e uranio, oltre a importanti depositi di zinco, cobalto, stagno, oro, tungsteno, manganese e carbone. Negli anni Venti il commercio dell’estrazione della gomma e dell’avorio, in declino sui mercati internazionali, aveva ceduto il passo allo sfruttamento minerario che aveva spalancato la strada al capitalismo industriale di matrice estera producendo il cosiddetto “sottosviluppo”, tipica espressione di economie nazionali dipendenti fondate sul rapporto tra centro e periferia.

I tesori del Katanga, P. de Vos, Lumumba, Roma 1977

I tesori del Katanga, P. de Vos, Lumumba, Roma 1977

Il Congo moderno, punto strategico della guerra fredda

La parabola politica e umana di Patrice Lumumba è il simbolo della demonizzazione di ogni rivendicazione nazionale che andasse alle radici del problema coloniale. Il respiro unitario e al tempo stesso internazionale del disegno lumumbiano viene soffocato dalla convergenza di interessi economici locali ed esteri e il progetto nazionalista dell’uomo di Stato si rivela asincrono rispetto alla rivendicata “rivoluzione congolese”. Lumumba è un rivoluzionario senza rivoluzione che (rispetto ad altre esperienze) soffre l’assenza dell’identificazione di un nemico comune, della lotta di classe e di un movimento di massa.

Assimilare il processo di decolonizzazione con il progetto di riforme lumumbiane significherebbe semplificare le complessità del Congo nel quadro dell’Africa subsahariana. Anzitutto, per analizzare compiutamente i fatti congolesi come primo passo è necessario distinguere la “decolonizzazione politica” dalla “decolonizzazione economica” (concetti peraltro inscindibilmente correlati), raramente affrontata nella storiografia contemporanea in relazione agli avvenimenti di cui parliamo. In estrema sintesi, solo una reale indipendenza economica avrebbe fatto da volano all’indipendenza politica, specialmente nei casi in cui questa sia stata accordata dalla potenza colonialista con un’operazione di «accorto trasformismo» (per dirla con l’africanista Giampaolo Calchi Novati) (L’ Africa Nera non è indipendente – Giampaolo Calchi Novati – Libro Usato – Edizioni di Comunità (Roma) – Terzo Mondo | IBS). Tant’è che solo a partire dalla «seconda indipendenza africana» (fortunata espressione di Romain Raniero), che prende le distanze dalla decolonizzazione inficiata dal compromesso neocoloniale, la lotta di liberazione è rivolta tanto contro il colonialismo quanto contro quelle istituzioni, sociali ma anche culturali, che sono il prodotto stesso dell’impianto colonialista.

Non meno rilevante è il fatto che le sorti della Repubblica Democratica del Congo restino imbrigliate nella ragnatela della guerra fredda: tra la costruzione del Muro di Berlino e la guerra di liberazione dell’Algeria, tra il Vietnam e Cuba, fino all’inestimabile e conteso commercio di uranio utilizzato sin dai primi anni Quaranta nel Manhattan Project culminato nella fabbricazione della bomba atomica. A giudizio dello storico congolese Georges Nzongola-Ntalaja il Congo rappresentò un importante elemento della strategia geopolitica di Washington nel contesto della guerra fredda, mentre l’Unione Sovietica rivolgerà maggiori attenzioni ai movimenti di liberazione nazionale di Cuba, Etiopia e Angola. Su un altro fronte, il timido e controverso intervento delle Nazioni Unite, che non contrappongono forze armate all’occupazione belga del Congo prima e del Katanga poi come richiesto dal neo Primo Ministro, non basta a far rientrare la crisi. Lumumba, anche se isolato e tradito, rimane il simbolo astratto dell’unità nazionale e in quanto tale viene barbaramente eliminato nel Katanga il 17 gennaio 1961 all’età di trentacinque anni.

Arresto di Lumumba, fonte www.mg.co.za

Arresto di Lumumba, fonte www.mg.co.za

La «causa sacra» dell’indipendenza, come la definisce il deposto Primo Ministro pochi giorni prima di morire, è persa: «Che morto, vivente, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta. È il Congo, è questo nostro povero popolo di cui si è trasformata l’indipendenza in una gabbia dalla quale il mondo ci guarda dal di fuori, a volte con una certa compassione benevola, a volte con gioia e compiacenza. Ma la mia fede resterà incontaminata. […] Ai nostri figli che lascio, e che forse non rivedrò più, voglio che si dica che l’avvenire del Congo è bello e che si attende da essi, come da tutti i Congolesi, di completare il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità; poiché senza dignità, non vi è libertà, senza giustizia non vi è dignità e senza indipendenza non esistono uomini liberi». E chiude: «Io so che il mio Paese, che tanto soffre, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà. Viva il Congo! Viva l’Africa!». La realtà sarà ben diversa e il Congo post Lumumba conoscerà la feroce dittatura del generale Mobutu Sese Seko dal 1965 al 1997.

La morte del più giovane leader rivoluzionario apre a un decennio drammatico per i movimenti di liberazione, tanto che nel giro di un decennio verranno trucidati Ernesto “Che” Guevara (1967), Amílcar Cabral (1973) e Salvador Allende (1973).

Kinshasa, monumento nazionale dedicato a P.E. Lumumba, fonte www.radiokapi.net

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