Lo Zio, alias “comandante Maurizio”. Ferruccio Parri, la Resistenza, la Liberazione

Primo presidente del Consiglio dell'Italia libera e tra i maggiori esponenti dell'antifascismo italiano, Ferruccio Parri è stato il leader forse più carismatico e più amato della Resistenza: a lui è oggi dedicato l'Istituto che coordina la rete degli istituti per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea.

di Carlo Greppi - 9 aprile 2020

Ferruccio Parri (1890-1981)
Ferruccio Parri (1890-1981)

Dalla congiura di palazzo all'esercito di popolo

«Quella mattina io mi stavo facendo la barba, mia moglie si precipita da me per darmi la notizia: io le dico che non vi era nulla di buono da aspettarsi da una congiura di palazzo». Chi ricorderà con queste parole - ne Il CLN e la guerra partigiana (1960) - quello che accade in Italia il 25 luglio 1943 è Ferruccio Parri, antifascista di vecchia data da poco uscito dal carcere che si troverà in prima linea nei mesi seguenti. Quando il regime fascista implode Parri, come la composita rete di antifascisti che avevano trascorso i vent'anni precedenti tra la prigionia, il confino, l'esilio e la clandestinità, si fa trovare pronto. E cerca di «collegare le fiammelle accese» soprattutto nell'Italia del centro-nord, per armare le bande che via via si formeranno a partire dall'8 settembre, 45 giorni più tardi. Il generale Raffaele Cadorna ne La riscossa (1948) avrebbe ricordato così il loro primo incontro, avvenuto quasi un anno più tardi, il 26 agosto del 1944:

Parri aveva largo seguito sia per le persecuzioni che la sua tenace posizione di antifascista gli aveva procurato, sia per le forti qualità personali che gli attiravano le simpatie, specie dei giovani, sia perché si era prodigato nel campo dell'organizzazione pagando sempre largamente di persona. In non pochi ambienti era considerato come una grande promessa per l'avvenire.

Parri - alias "comandante Maurizio" o "lo Zio" - è un uomo di oltre cinquant'anni che è, letteralmente, in continuo movimento. Macina chilometri, sostituendosi spesso ai suoi collaboratori nel censire e organizzare i primi nuclei di combattenti, andando e venendo dai confini continuamente ridefiniti dell'Italia occupata. Dopo la nomina a responsabile militare del partito d'Azione per il Nord Italia già nel settembre del 1943, diventa, di fatto, il leader della Resistenza italiana nell'Italia settentrionale nei suoi primi mesi, rappresentando il suo partito presso il Comitato di liberazione nazionale.

La sua è un'organizzazione difficile anche per la ricorrente sensazione, al di là dei suoi rapporti cordiali e sinceri con i due delegati dei servizi americani e britannici Allen Dulles e John McCaffery e del reciproco rispetto, «che gli alleati cercassero [...] di frazionarci», la sua è un'organizzazione che «non era certo la più razionale dal punto di vista militare», ma indispensabile per «tenere conto delle varie frazioni politiche» (Venti mesi di guerra partigiana, 1945). È un'organizzazione a servizio dei partiti e della spontaneità delle varie ondate di reclutamento più o meno favorite dalla RSI. Per dirla con parole sue (La caduta del governo Parri, 1972):

Un popolo che senza ordini, senza capi, fa la scelta d'insorgere, organizza una rete nazionale di comitati per la lotta politica, crea un'armata di combattenti che perde nella lotta un quarto dei suoi effettivi, precedendo gli eserciti alleati nella liberazione delle città, mantenendo sino allo scioglimento il carattere di insurrezione popolare e l'unità di forza nazionale: questa nella storia del nostro paese è una cosa grande.

Un esercito di popolo, per il popolo e con il popolo, dunque, sebbene la Resistenza sia stata «un fatto minoritario, sia geograficamente, sia socialmente». Sarebbe stato «assai più facile» condurla come avrebbero auspicato gli Alleati, e vale a dire come una «guerra dei piccoli nuclei mobili» (La Resistenza, in Luigi Arbizzani, Alberto Caltabiano [a cura di], Storia dell'antifascismo italiano, 1964): «noi non potevamo fare la guerra dei sabotatori - dirà -. Era una insurrezione nazionale, popolare e nazionale, noi dovevamo mettere di fronte al fascismo ed ai tedeschi un esercito nazionale, costasse quel che costasse. È costato di più di quello che pensassimo. Di questo responsabili sono anche i nostri errori», confesserà a una platea di giovani nel 1960 (ancora ne Il CLN e la guerra partigiana). E tra gli errori ci fu certamente la competizione partitica, inizialmente spiccata: ma come sarebbe potuto essere altrimenti? Era l'alba della democrazia, era l'Italia costituente che in clandestinità formava se stessa al pluralismo.  

Luigi Longo (1900-1980)
Luigi Longo (1900-1980)

La vittoria dello Zio

Nonostante il tentativo di Maurizio di arginare le divisioni, le formazioni partitiche iniziano a nascere fin da subito, a partire dalle Brigate Garibaldi, comuniste, alle quali seguono le formazioni Giustizia e Libertà, fondate dal suo Partito d'azione nei mesi successivi. Maurizio ne diventa il comandante, il 14 febbraio 1944 - sarebbero state seconde, per importanza, solo alle Garibaldi. Il fatto che Maurizio ricopra tre cariche in contemporanea, in un'organizzazione complessa che si struttura giorno dopo giorno, e che predichi l'unità cercando allo stesso tempo di fare gli interessi del suo partito, non passa inosservato: le accuse dei comunisti, che lui cerca effettivamente di imbrigliare, si fanno anche pesanti. Ma non viene mai messa in dubbio la sua buona fede.

L'unificazione tra le varie componenti politiche è prima vaga e poi formale, anche grazie al comunista Luigi Longo, comandante delle Brigate Garibaldi. Per quasi dodici mesi Parri e Longo della Resistenza operano in «sostanziale diarchia», «per convenire sulla opportunità di una unità non solo sul piano strategico, ma anche su quello tattico» (ancora Il CLN e la guerra partigiana) e per frenare le istanze più moderate, poi rappresentate dall'arrivo generale Raffaele Cadorna. Parri è stato in grado di dirottare i molti sospetti reciproci e mitigare i toni del dissidio con i comunisti: ha reso realizzabile un'unità antifascista basata sulla stima reciproca che infine "soverchia" - verbo scelto da lui - le differenze (Missione a Roma, in A.A. V.V., Il secondo Risorgimento d'Italia: '45-'55, 1955).

Con la costituzione del Corpo Volontari della Libertà (giugno 1944), il "braccio armato" della Resistenza, l'unità antifascista politico-militare non è più una chimera: è il momento della «convergenza di forze» non solo ideali per sferrare l'attacco letale al fascismo (Dalla Resistenza alla Repubblica, alla Costituzione, in A.A. V.V. Fascismo e antifascismo [1936-1948], 1962). Ma il suo ruolo e i suoi contatti lo allontaneranno, come dei magneti, dal posto che avrebbe dovuto e voluto avere.

Il 14 novembre 1944 Maurizio parte per l'Italia meridionale con vari compagni per definire i rapporti della Resistenza con il comando alleato e con il governo del Sud su vari piani (politico, militare, organizzativo, tecnico e finanziario). Della sua missione - Lugano / Ginevra / Annemasse / Lione / Caserta / Roma - che portò ai protocolli di Roma nel momento «più critico e più grave», avrebbe ricordato che andò «per mettere in chiaro il problema dei nostri rapporti con gli alleati. Che pensate di noi? Quali garanzie volete sul piano politico? E perché non volete combattere con noi, e non volete che noi combattiamo con voi? Perché non volete che coordiniamo le nostre azioni?» (ancora La Resistenza, 1964). Sembra la risposta alla lettera - citata da Claudio Pavone in Una guerra civile - con cui in agosto McCaffery gli chiedeva: «[...] avete voluto fare degli eserciti. Chi vi ha chiesto di fare così? Non noi». Ma su tutto infine prevalsero «i rapporti personali di cordialità sincera», «con poche eccezioni», come avrebbe scritto Parri in Missione a Roma nel 1955: la stima che il combattente ha per il buon combattente, la solidarietà di fondo che lega chi lotta per una stessa causa a permettere di superare la complessa ed intricata difficoltà politica psicologica militare e tecnica di questa situazione». «Un bicchiere di qualche cosa - ricorda Maurizio -, qualche parola, una stretta di mano: poi la firma». I protocolli del 7 dicembre 1944 sono «la prova dei fatti", "una prima vittoria assicurata».

Il riconoscimento ottenuto nella missione, per Parri, è una grande vittoria - la vittoria di Ferruccio Parri, del comandante Maurizio. Inseguita con tenacia per un ventennio.

La foto segnaletica di Ferruccio Parri
La foto segnaletica di Ferruccio Parri

La delusione più grande

Dopo la vittoria, c'è la sconfitta. Arriva il «patatrac» (La Svizzera e la Resistenza italiana, 1947): dopo il lungo giro Svizzera / Francia / Italia meridionale / Francia / Svizzera / Milano, Maurizio viene arrestato il 2 gennaio 1945 per pura casualità. Si sente «una foglia secca, una foglia persa», «un relitto di guerra». Dopo un romanzesco tentativo di liberarlo, fallito, finisce all'hotel Regina, e infine a Verona, nelle segrete del Comando SS. È già febbraio del 1945, oramai, e si dipanano le trattative tra Allen Dulles e il generale nazista Karl Wolff il cui asse di scambio è il "congelamento" del prigioniero più illustre, Maurizio appunto. Ed è così che il 7 marzo viene liberato e immediatamente "depositato" in Svizzera, «come una valigia». Dulles gli getta letteralmente le braccia al collo: «piangeva poveretto con una gioia affettuosa che mi strinse il cuore» (Due mesi con i nazisti, 1973).

"Il Nuovo Corriere", giovedì 26 aprile 1945
"Il Nuovo Corriere", giovedì 26 aprile 1945

Alla Liberazione di Milano, Parri non c'è.

La sera del 26 aprile 1945 si aggira infine per le vie del capoluogo lombardo in cerca dei suoi compagni con i quali aveva realizzato un'impresa stupefacente, inimmaginabile fino a pochi mesi prima - per quanto auspicata con estrema convinzione.

Il suo rimpianto più grande, e l'ha ripetuto in diverse occasioni, è proprio questo: non essere stato presente a Milano il 25 aprile, nell'ora dell'insurrezione. Lo confessa vent'anni dopo con una durezza commovente: «Quando fu dato l'ordine d'insurrezione, all'alba del 26, io non mi ero ancora messo in contatto con i compagni. L'ordine di insurrezione di Milano non porta la firma di Parri. Ecco, signori, la ragione dell'amarezza, ecco perché devo raccontare a voi la storia di una sconfitta», chiosa (La Liberazione, in AA. V.V., La Resistenza in Lombardia, 1965). Maurizio non si è mai perdonato di aver mancato l'appuntamento con la Storia, sebbene raramente si sia lasciato andare a confessioni così laceranti. Le scelte prese in quelle ore concitate, però, le ha sentite - legittimamente - anche come sue.

D'altra parte l'ha detto spesso anche lui che «se la nostra storia, la storia della Resistenza italiana, ha avuto qualche cosa di particolare e di specialmente importante in relazione alle altre storie delle resistenze europee, è questa capacità che essa ha avuto partendo politicamente divisa di arrivare alla fine unita», e non si tratta di un fatto meramente formale, naturalmente, ma della «forza che ha portato alla Costituzione» (La Resistenza, 1964).

La sfilata del 6 maggio 1945, In prima fila, centralmente, Raffaele Cadorna (comandante del CVL) con i due vicecomandanti Ferruccio Parri (alla sua destra) e Luigi Longo (alla sua sinistra)
La sfilata del 6 maggio 1945, In prima fila, centralmente, Raffaele Cadorna (comandante del CVL) con i due vicecomandanti Ferruccio Parri (alla sua destra) e Luigi Longo (alla sua sinistra)
Ancora Parri, Cadorna e Longo alla sfilata di maggio (alla sinistra di Longo c'è Mario Argenton)
Ancora Parri, Cadorna e Longo alla sfilata di maggio (alla sinistra di Longo c'è Mario Argenton)

 Il 6 maggio 1945 i vertici dell'esercito dei partigiani sfilano a Milano, coronando una vittoria che ha portato la Resistenza italiana alla Liberazione avendo alla sua testa un comando che rappresentava tutte le forze protagoniste della lotta, cosa che non è accaduta in nessun altro paese europeo. In prima fila, centralmente, insieme a Raffaele Cadorna e Luigi Longo, c'è Ferruccio Parri, il comandante Maurizio, lo Zio. Un uomo esile, con i capelli bianchi, che diede battaglia al fascismo - e la vinse. Come avrebbe scritto Claudio Pavone:

Forse l'odio tutto particolare che i fascisti in seguito riservarono alla figura di Parri deriva proprio dalla loro incapacità di spiegarsi come un uomo dall'apparenza tanto fragile, discreto e senza il culto della violenza, abbia potuto alla fine risultare più forte di loro.

Torino, 1961. Parri con Cadorna e Longo (alla sua destra); alla sua sinistra Sandro Pertini e Riccardo Lombardi
Torino, 1961. Parri con Cadorna e Longo (alla sua destra); alla sua sinistra Sandro Pertini e Riccardo Lombardi