Livorno 1921. Cercando la rivoluzione

Il centenario della fondazione del Partito Comunista d'Italia può essere l'occasione per restituire alla dimensione della complessità i retroscena e i processi storici che condussero alla scissione tra le fila dei socialisti 

di Marco Meotto - 21 gennaio 2021

Livorno, mattina del 21 gennaio 1921. Non sono ancora le 10, quando Amadeo Bordiga sale per l'ultima volta sul palco del teatro Goldoni, dove si sta svolgendo il XVII congresso del Partito Socialista Italiano.

Per lui, come per i numerosi delegati della "frazione comunista" - piuttosto articolata al suo interno, come vedremo -, il congresso socialista si chiude lì. È tempo di scelte definitive:

«I delegati che hanno votato la mozione della frazione comunista - intima Bordiga - abbandonino la sala; sono convocati alle 11 al Teatro San Marco per deliberare la costituzione del Partito comunista, sezione italiana della Terza internazionale». 

La "scissione di Livorno", momento simbolico e fondativo del comunismo italiano, prende così corpo. Gli "scissionisti" escono a decine dal teatro e, sotto la pioggia, intonando l'Internazionale, si dirigono verso la nuova sede. Ad accompagnarli lungo il percorso ci sono decine di operai livornesi e, soprattutto, gli ospiti internazionali che sono venuti a Livorno in rappresentanza degli altri partiti comunisti europei.

Poche ore dopo, il Partito Comunista d'Italia è proclamato. A guidarlo per i primi anni - formalmente fino al Congresso di Lione del 1926 - sarà proprio l'ingegnere napoletano Bordiga, figura spesso trascurata dalla memorialistica e letteralmente "espulso" dal pantheon del PCI in età repubblicana.

A Livorno la strada del comunismo italiano è tracciata, ma il suo cammino sarà tutt'altro che lineare.

Delegazione di giovani socialisti. La grande maggioranza della Federazione Giovanile Socialista aderì al nuovo partito nato dalla scissione di Livorno (Immagine dell'Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza di Novara)
Delegazione di giovani socialisti. La grande maggioranza della Federazione Giovanile Socialista aderì al nuovo partito nato dalla scissione di Livorno (Immagine dell'Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza di Novara)

Equivoci

Attorno al centenario della fondazione del PCd'I si sovrappongono numerosi equivoci. Alcuni hanno radici profonde, altri sono frutto di un'ostinata propensione a piegare la storia all'utilità politica del momento. Il più ricorrente, tra questi ultimi, si sviluppa attorno alla tesi secondo cui la scissione di Livorno sarebbe il "peccato originale" della sinistra italiana, sempre pronta a dividersi. Da questo ne conseguirebbe il corollario che la nascita del PCd'I, disorientando il movimento dei lavoratori, avrebbe facilitato l'ascesa del fascismo.

Questa proposta interpretativa ha il difetto di essere "teleologica", cioè di guardare alla storia in modo finalistico, chiudendo gli occhi sul contesto in cui i fatti si svolgono e osservando solo le conseguenze. Nel fare ciò oltretutto si tace o si ridimensiona il ruolo che altri soggetti sociali e politici ebbero nell'ascesa del fascismo e ci si dimentica che, se pur è vero che il movimento dei lavoratori si fece trovare diviso e indebolito nel momento dell'ascesa dello squadrismo, è altrettanto innegabile che, mentre lo squadrismo dilagava, c'era chi ai fascisti offriva e garantiva i seggi in parlamento attraverso la lista del blocco nazionale. Era Giovanni Giolitti.

Per indagare se la scissione di Livorno fu l'esito di un ostinato settarismo, proviamo allora ad adottare un approccio che, partendo dal congresso socialista, si allarghi alla dimensione europea e ripercorra all'indietro i mesi che hanno preceduto la scissione.

Le posizioni al congresso

Il nodo problematico attorno cui ruota il congresso di Livorno, che ha valore straordinario, è l'adesione o meno alla Terza Internazionale, la rete di forze comuniste di tutto il mondo che i bolscevichi stanno mettendo in piedi affinché - questa la loro intenzione - la rivoluzione mondiale possa trionfare. Nei congressi di sezione che precedono l'assise nazionale si discute quindi di questo: vogliono o non vogliono aderire all'Internazionale di Mosca i socialisti italiani?. E attorno a questo problema le proposte in campo si declinano attraverso tre mozioni congressuali.

Ad imporsi nel voto tra i militanti del PSI - votano in poco più di 170.000 su 200.000 iscritti - è la proposta "comunista unitaria" di Giacinto Menotti Serrati, che gli avversari definiscono "centrista". Serrati, già leader dei massimalisti, guadagna quasi la metà dei consensi. Sostiene che si possa e si debba aderire all'Internazionale, ma con una certa flessibilità, senza l'immediata rottura o espulsione dei riformisti. Serrati esercita un forte carisma sulla base, la sua frazione si dichiara "comunista" ma vuole mantenere unito il partito il più possibile: anche per queste ragioni i voti raccolti sono quasi centomila.

A contrapporsi a Serrati è la mozione "comunista pura", quella di Bordiga, che può contare su quasi sessantamila voti: bisogna aderire all'Internazionale Comunista di Lenin senza tentennamenti - questo sostiene - e liberarsi della zavorra riformista. Bordiga era stato già a capo della corrente "astensionista" nel corso del congresso del 1919, quando Serrati e i massimalisti avevano messo in netta minoranza l'ala riformista del partito, quella guidata da Filippo Turati. Ora con Bordiga ci sono anche alcuni massimalisti e il gruppo dei torinesi che fa riferimento alla rivista l'Ordine Nuovo. La terza mozione in discussione è quella riformista. È ben rappresentata nel sindacato - Ludovico D'Aragona, segretario della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), ne è un esponente di spicco - ma ormai non esercita più influenza nella base del partito: i voti raccolti si fermano a meno di quindicimila.

Il teatro Goldoni dove si tenne il XVII congresso nazionale del Partito Socialista Italiano
Il teatro Goldoni dove si tenne il XVII congresso nazionale del Partito Socialista Italiano

Più di un votante su tre ha scelto dunque l'intransigenza bordighiana, ma le attese erano altre. La convinzione dei "comunisti puri" era quella di vincere il congresso, come era accaduto poche settimane prima in Francia al congresso socialista di Tours, dove la maggioranza della SFIO (Section Française de l'Internationale Ouvrière) aveva aderito compattamente alla Terza Internazionale ed erano stati i riformisti a fare la scissione "a destra".

La scissione italiana è inevitabile? Per Bordiga sì, ne è consapevole sin dal convegno di Imola che, nell'autunno del 1920, ha visto riunirsi le varie tendenze della mozione "comunista pura". Fino all'ultimo però si cercano mediazioni, ma senza esito.

Tra gli stessi ospiti stranieri aderenti al Komintern - che, certo, non faranno mancare appoggio e supporto nel momento della scissione - si manifesta qualche incertezza. Se ne fa portavoce il tedesco Paul Levi, grande artefice della confluenza della maggioranza della USPD (i Socialdemocratici Indipendenti) nel KPD (il Partito Comunista tedesco), operazione sancita dal Congresso di Halle nell'ottobre del 1920.

A congresso italiano in corso, Levi si consulta con Mátyás Rákosi che, lì a Livorno, è il delegato ufficiale del Komintern insieme al bulgaro Christo Kabakčiev. La frattura con Serrati è davvero definitiva? Levi è timoroso che troncare con i massimalisti possa essere controproducente nei confronti del rapporto con le masse proletarie. La componente massimalista gode di un ampio consenso popolare e, comunque, insiste nel definirsi "comunista".

Insomma, Paul Levi spera ancora che la scissione possa avvenire a destra e per questo convince Rákosi a telegrafare a Mosca la sera del 19 gennaio, quando ormai i giochi sono praticamente fatti, per avere conferma che l'obiettivo della dirigenza bolscevica sia proprio la rottura. E Mosca conferma.

La rottura che si consuma a gennaio 1921 ha però radici più lontane nel tempo. Vediamole.

Il rivoluzionario tedesco Paul Levi. La sua contrarietà alla scissione di Livorno lo porterà a entrare in contrasto con la linea del Komintern e a essere poi espulso dal KPD.
Il rivoluzionario tedesco Paul Levi. La sua contrarietà alla scissione di Livorno lo porterà a entrare in contrasto con la linea del Komintern e a essere poi espulso dal KPD.

Una scissione mancata

Aprile 1920. La città di Torino - uno dei tre maggiori centri industriali del nord Italia - è paralizzata da settimane per il protrarsi dello "sciopero delle lancette", iniziato a marzo in seguito alle proteste operaie per l'introduzione dell'ora legale e poi divenuto uno scontro generalizzato tra grande industria e proletariato. Dal tema salariale e dell'orario di lavoro si è passati ad altro, la mobilitazione mira al riconoscimento del ruolo delle commissioni interne e dei consigli di fabbrica.

«La classe operaia torinese non si è impegnata nella lotta per una questione di orario o di salario: è in gioco un istituto rivoluzionario, quello dei Commissari di reparto e dei Consigli di fabbrica, che non interessa soltanto una categoria locale ma interessa tutto il proletariato comunista italiano.» 

Recita così un volantino diffuso tra le lavoratrici e i lavoratori torinesi dal gruppo dell'Ordine nuovo, la rivista di riferimento di una delle diverse componenti che andranno a costituire la frazione comunista al Congresso di Livorno. L'elemento di spicco è Antonio Gramsci, che dirige l'edizione torinese dell'Avanti!, il giornale del partito, ma ne fanno parte anche Umberto Terracini, Angelo Tasca e Palmiro Togliatti. Il gruppo ordinovista si distingue, all'interno del PSI, per essere poco coinvolto dalle discussioni intestine tra le varie tendenze e per dedicarsi con maggior interesse a sperimentare pratiche di contropotere all'interno dei luoghi della produzione. È al "movimento dei consigli" che si rivolgono le attenzioni di questa corrente, che non disdegna, pur nel rispetto e nel riconoscimento delle differenze, la collaborazione con il sindacalismo rivoluzionario (come l'anarco-sindacalista Unione Sindacale Italiana) e con l'area libertaria che, a Torino, ha una forte componente operaia. Questa propensione attirerà le critiche di Serrati, ma anche quelle di Bordiga, con cui poi, in realtà, gli ordinovisti si coalizzeranno già prima di Livorno: tanto Serrati, quanto Bordiga rimproverano all'Ordine Nuovo la promiscuità e la confusione di chi non riconosce l'importanza primaria dell'adesione all'organizzazione, trattando allo stesso modo iscritti e non iscritti.

Ciò che succede nell'aprile del 1920 a Torino non è senza conseguenze rispetto agli esiti che condurranno a Livorno. Vediamo lo sviluppo della situazione.

Con il protrarsi dello stato di agitazione in città arriva l'esercito. E si tratta di quasi 50.000 soldati che isolano Torino dal resto d'Italia. La lotta si estende a tutta la regione e trascina con sé, pur con diverse rivendicazioni, anche i braccianti delle campagne. Episodi di solidarietà spontanea si segnalano anche in altri centri industriali della penisola.

È forse questa la scintilla che serve per innescare un percorso rivoluzionario? Non è di questo avviso il Partito Socialista, in cui pur dominano i massimalisti che dell'imminente rivoluzione e dell'esempio russo parlano in continuazione. Riguardo alle vicende torinesi la posizione è chiara: non sussistono le condizioni per rompere il patto di collaborazione esistente con la CGdL, che però è governata dai riformisti di D'Aragona. Il patto chiarisce che se le lotte hanno carattere economico la loro guida spetta al sindacato, se hanno carattere politico è il partito che deve intervenire. Per la direzione nazionale siamo ancora nel campo delle rivendicazioni lavorative. La partita è nelle mani della CGdL.

Ne consegue che dalle questioni torinesi - con un'intera città sotto assedio e la popolazione dei quartieri operai che si prepara a resistere a oltranza - non emergano, a detta di chi guida il movimento operaio italiano, elementi sufficienti per chiamare alla lotta il resto del paese. Il gruppo torinese resta pertanto isolato, e la CGdL tratta un concordato con gli industriali per risolvere l'impasse. In apparenza vi è il riconoscimento dei consigli di fabbrica, ma la loro funzione è svuotata dall'applicazione di nuovi regolamenti di disciplina. "Compagni, la lotta è finita, ora tornate a casa": questo è il messaggio.

Eppure già allora si consuma una frattura. In seguito, a due anni dalla fondazione del PCd'I, con il fascismo ormai al potere, Gramsci recriminerà sulla mancata "scissione d'aprile" del 1920 che, se consumatasi davvero, forse avrebbe disegnato una diversa traiettoria per gli eventi successivi:

«Non abbiamo voluto dare ai Consigli di fabbrica di Torino un centro direttivo autonomo e che avrebbe avuto un'immensa influenza in tutto il paese, per paura della scissione nei sindacati e di essere troppo prematuramente espulsi dal partito socialista.»

Per Gramsci l'aprile del 1920 è un'occasione mancata per fare chiarezza dentro al movimento dei lavoratori.

Ma che il partito sia impreparato a scorgere potenzialità realmente rivoluzionarie nella convulsa situazione sociale italiana lo dimostrano anche i fatti di poche settimane successive.

È fine giugno quando ad Ancona scoppia la rivolta nelle caserme dei bersaglieri: i soldati si rifiutano di partire per l'Albania, dove l'Italia cerca di legittimare la sua presenza militare - e il conseguente controllo del paese - sin dall'ingresso in guerra, scontrandosi con la guerriglia indipendentista locale. 

Il volantino unitario della Camera del Lavoro di Roma, Giovani Socialisti e Federazione dei Comunisti-Anarchici che solidarizza con la rivolta di Ancona
Il volantino unitario della Camera del Lavoro di Roma, Giovani Socialisti e Federazione dei Comunisti-Anarchici che solidarizza con la rivolta di Ancona

L'insurrezione tra i ranghi dell'esercito si estende a tutta la costa adriatica. Anche a Brindisi le caserme si ammutinano. Socialisti e anarchici scendono in strada in supporto ai soldati che si ribellano contro la spedizione imperialista del governo italiano. Ci sono scioperi di intere categorie di lavoratori, come i ferrovieri e i lavoratori del mare che sono coinvolti direttamente dall'eventuale trasporto di truppe. A Roma si proclama lo sciopero generale della città. A Milano un corteo spontaneo raggiunge la caserma dei bersaglieri e invita alla diserzione. Il partito socialista che fa? Tace. Anzi, ci mette due giorni per prendere una posizione e poi chiede alla Confederazione sindacale di sconfessare gli scioperi: per questo livello dello scontro non siamo pronti, sostiene.

Eppure anche nei tumulti di giugno i socialisti coinvolti sono numerosi. Lo documentano gli arresti e i processi delle settimane successive.

Molti sono giovani e giovanissimi, testimonianza che la Federazione Giovanile Socialista si sta spostando su posizioni sempre più intransigenti.

Il Komintern e l'Italia

Tra il luglio e l'agosto del 1920, l'Internazionale comunista tiene il suo secondo congresso a Pietrogrado e a Mosca, quello che di fatto è il vero momento fondativo del Komintern. La dirigenza bolscevica può ancora, non senza ragione, insistere sull'esistenza di oggettive situazioni rivoluzionarie in Europa. L'esperimento ungherese è fallito, ma i venti di rivoluzione soffiano in molti paesi.

La rivoluzione non è certo del tutto soffocata in Germania, dove tra marzo e aprile, in reazione al tentato putsch di Wolfgang Kapp, gli operai tedeschi sono insorti in molte regioni prendendo il controllo di vaste aree del paese e di intere città. Le notizie che arrivano dall'Italia, viste da lontano, appaiono confortanti: oltre ai già citati episodi, diffuse forme d'insorgenza operaia e contadina si diffondono a macchia d'olio. Osservando gli eventi da Mosca può davvero sembrare che, se la rivoluzione non è ancora divampata in Italia, è solo questione di tempo.

L'ottimismo deriva anche dal fatto che il congresso dell'Internazionale si svolge mentre la marcia dell'Armata rossa su Varsavia è ancora in corso. Travolta la Polonia, si spalancherebbero le porte dell'Europa occidentale all'esercito rivoluzionario. Questa possibilità che, nelle speranze dei bolscevichi, farebbe precipitare gli eventi nell'intero continente, si estingue pochi giorni dopo la fine delle riunioni dell'Internazionale: il generale sovietico Michail Nikolaevič Tuchacevskij è respinto dall'esercito polacco nella decisiva battaglia della Vistola. E a quel punto diventa chiaro che la rivoluzione nell'Europa occidentale deve muoversi con le proprie gambe e non può più contare sull'avanzata dell'Armata rossa.

Durante i lavori dell'Internazionale, però, si discute molto dell'Italia. Il Partito Socialista Italiano è tenuto in gran considerazione: Lenin stesso ne ammira la capacità di collegamento con le masse e il capillare radicamento sociale. La delegazione che partecipa ai lavori è molto variegata e alcuni nodi iniziano a venire al pettine.

Abbiamo il massimalista Serrati a rappresentare la dirigenza del PSI, ma anche il riformista D'Aragona in rappresentanza della CGdL. Ci sono però alcuni di quelli che saranno poi protagonisti della scissione di Livorno. C'è Luigi Polano, che rappresenta i giovani socialisti, c'è Nicola Bombacci, massimalista, come parte della delegazione dei parlamentari e, infine, giunto autonomamente e senza diritto di voto congressuale, c'è Bordiga, leader di quella corrente astensionista che ha posto con chiarezza il problema della trasformazione del partito in organo rivoluzionario sin dal congresso di Bologna del 1919.

Pur senza diritto di voto, Bordiga partecipa ampiamente alle discussioni e ai tavoli di lavoro. Non mancano occasioni di frizione con Lenin, che ha fatto consegnare a tutti i partecipanti alla riunione dell'Internazionale una copia di L'estremismo, malattia infantile del comunismo, il pamphlet con cui si scaglia contro varie tendenze "puriste", accusa da cui Bordiga non è certo esente.

La numerosa e composita delegazione socialista italiana al II Congresso del Komintern (Fondazione Gramsci)
La numerosa e composita delegazione socialista italiana al II Congresso del Komintern (Fondazione Gramsci)

Ma a compattare incredibilmente la delegazione italiana è l'intervento in cui Lenin invita i socialisti italiani a prendere come riferimento per l'azione futura le linee tracciate da Gramsci in un articolo uscito su l'Ordine nuovo l'8 maggio di quell'anno, a seguito della sconfitta successiva allo sciopero delle lancette. Nessuno degli ordinovisti è presente ai lavori, ma Lenin è a conoscenza del testo perché gli è stato fatto pervenire da Daniel Riedel, uno degli inviati dell'Internazionale in Italia. Sul tavolo è posta la questione cruciale: la dirigenza del PSI è massimalista a parole, ma è legata a doppio filo alla pratica riformista del sindacato. È invece necessario coordinare le forze operaie e contadine attorno a un vero programma rivoluzionario in grado di fare chiarezza delle ambiguità che paralizzano il partito socialista. Sarebbero posizioni sulle quali almeno Bordiga e Polano dovrebbero convergere. Invece da parte dell'intera delegazione italiana viene avanzata a Lenin - che l'accoglierà solo parzialmente - la richiesta di ritirare dai documenti congressuali il riferimento esplicito all'Ordine Nuovo. Serrati e Bombacci sottolineano che non si può celebrare la scarsa disciplina del gruppo ordinovista, Bordiga ricorda che Gramsci e i suoi erano stati fino all'anno prima fautori dell'unità del partito, a differenza sua che, come guida della corrente astensionista, aveva da tempo denunciato la necessità di fare chiarezza nel partito, anche a costo di dividersi. Su queste posizioni si erano collocati anche la maggior parte dei giovani del partito, tra cui Polano che ne è portavoce.

Il nodo di fondo delle discussioni dentro l'Internazionale resta però l'espulsione dei riformisti. Su questo ormai le posizioni sono chiare: per Bordiga non si può perdere un attimo di più, per Serrati bisogna prendere tempo, rafforzare il partito e fare in modo che siano i riformisti ad andarsene.

I fatti di settembre 1920 dimostreranno che di tempo non ne è rimasto molto.

Fallimenti. L'occupazione delle fabbriche

Con l'occupazione delle fabbriche in tutto il nord Italia, avvenuta nel settembre del 1920, si è soliti indicare il momento culminante del "biennio rosso". Per partecipazione, diffusione, coinvolgimento fu proprio così. Ciò che la storiografia ha però ormai appurato è che, più che un'occasione rivoluzionaria mancata, si trattò della conclusione di un ciclo di lotte.

Se il movimento operaio è cresciuto nei due anni successivi alla fine della guerra, lo stesso si può dire per la capacità di risposta degli industriali e per l'apparato dello Stato, non più in crisi come lo era nel 1919. Se proprio si vuole fare la storia con i "se", un esito rivoluzionario sarebbe stato forse possibile qualora, fin da principio, si fossero combinati diversamente alcuni fattori: tra questi era probabilmente indispensabile la saldatura di segmenti sociali molto diversi tra loro, come il proletariato industriale del nord Italia, i contadini dell'Italia centro-meridionale (del tutto indifferenti alla proposta massimalista di "collettivizzazione delle terre", quanto più interessati a una distribuzione della proprietà) e infine le componenti radicali ma popolari dei reduci della Grande guerra e in generale dell'esercito che, sebbene solo in parte, sarebbero state assorbite dal fascismo.

Resta il fatto che il settembre del 1920 è lo spartiacque decisivo non per ciò che avrebbe potuto essere, ma proprio per ciò che fu. Non offensiva operaia, ma provocazione degli industriali a cui il proletariato delle grandi città seppe rispondere mettendo in pratica quanto appreso negli anni precedenti. Per il Partito Socialista è il definitivo disvelamento. Adesso che gli operai controllano le fabbriche e le sanno far funzionare da soli, che si fa? Non certo la rivoluzione, perché non la si è preparata. Ed è evidente che sia così: per usare gli schemi bolscevichi, non è stata addestrata alcuna organizzazione in grado di sostenere la "guerra civile rivoluzionaria" nella contesa per il potere. Le "guardie rosse", che sorgono proprio nel corso delle occupazioni del settembre, non sono che un nucleo embrionale di quello che dovrebbe diventare l'organizzazione militare clandestina del partito. La loro efficienza è molto limitata e assomigliano più a un tentativo di autorappresentazione del proletariato in armi che non a uno strumento in grado di impensierire davvero il padronato.

Non c'è nulla di nuovo, se non la scala di grandezza, rispetto a quanto visto a Torino ad aprile: il Partito Socialista non si assume la direzione della lotta e la lascia alla CGdL. E questa fa ciò che meglio sa fare: tratta un compromesso con il governo e gli industriali. Il 19 settembre l'intesa è siglata e inizia la smobilitazione. Gli ultimi stabilimenti occupati sono proprio quelli torinesi, dove il "catechismo" rivoluzionario dell'Ordine Nuovo ha attecchito di più. Ma si può fare la rivoluzione partendo da poche e isolate realtà?

Comunisti!

L'amaro esito dell'occupazione delle fabbriche induce il gruppo dell'Ordine Nuovo a convergere con la frazione astensionista di Bordiga.

Il 15 ottobre 1920 a Milano si sancisce la nascita della nuova tendenza comunista, pronta a dar battaglia congressuale e piuttosto convinta di portare dalla propria parte la maggioranza del partito. A firmare il manifesto costitutivo ci sono, oltre ai bordighiani e agli ordinovisti, anche alcuni tra i massimalisti più radicali, come i milanesi Bruno Fortichiari e Luigi Repossi.

In modo schematico si potrebbero fin da qui individuare le principali tendenze che vanno a comporre l'aggregazione che, a Livorno, procederà alla scissione.

Il gruppo di Bordiga è quello più organizzato e che pare contare su di un seguito più diffuso, al nord come al sud, da dove arriva ad esempio Ruggiero Grieco. Il gruppo riunito attorno all'Ordine Nuovo ha un grande peso intellettuale, ma ha radicamento solo a Torino e già mostra differenti e sfumate posizioni interne.

La prima pagina dell'Ordine Nuovo dopo la scissione di Livorno
La prima pagina dell'Ordine Nuovo dopo la scissione di Livorno

Massiccio sarà il contributo dei giovani. Poco dopo Livorno, al congresso di Firenze, la Federazione Giovanile Socialista muta il nome in "Comunista", trascinandosi dietro 35.000 dei 43.000 iscritti.

Oltre a bordighiani, ordinovisti e giovani, c'è una quarta componente. Sono proprio i massimalisti che fanno riferimento al milanese Fortichiari, un gruppo connotato da una decisa vocazione operaista. Questo ne spiega il radicamento nelle grandi aree industriali come Genova.

Scorrendo la composizione geografica di chi aderisce alla tendenza comunista, sulla base dei dati congressuali, le grandi città dove la sezione è strappata ai socialisti sono soprattutto Torino e Trieste.

Qui a guidare la sezione socialista che diventerà poi comunista è lo sloveno Ivan Regent e sloveni sono anche molti altri quadri dirigenti. Da queste parti in gioco c'è anche la "questione nazionale": i comunisti raccolgono consenso trasversale tra il proletariato di lingua italiana e tra quello di lingua slovena. Sono i comunisti a rappresentare una difesa contro l'offensiva fascista che in queste terre di confine è più precoce che nel resto d'Italia. Lo stesso accade nelle città dell'Istria: la camera del lavoro di Pola, a cui aderiscono croati e italiani, passa quasi integralmente con i comunisti.

Va meno bene per i comunisti in altre zone del nord industrializzato: a Milano, feudo prima di Turati e poi di Serrati, ci sono i quadri, ma la base è debole. Più radicata la presenza a Genova e buona a Bologna dove viene eletto sindaco il comunista Enio Gnudi.

Nonostante il carisma di Bordiga, nella "sua" Napoli i comunisti non riescono a conquistare la sezione. Anche nel resto del sud nei congressi di sezione raramente superano il 10% dei consensi tra gli iscritti alle sezioni socialiste.

L'affermazione nelle campagne è limitata al novarese, al vercellese e all'alessandrino, mentre nelle pianure dell'Emilia-Romagna l'egemonia della Federterra, legata ai riformisti, non lascia molto spazio alle proposte dei comunisti, salvo realtà isolate come Forlì.

Sono queste le varie anime che i delegati riuniti a Livorno si trovano a rappresentare tra il 15 e il 21 gennaio del 1921. Dopo la scissione, Togliatti, che pur è rimasto a Torino, scriverà sull'Ordine Nuovo: «Che avverrà domani? Questo non sappiamo, ma sappiamo che oggi, per noi, è giorno di propositi, di volontà, di azione».

I propositi dei comunisti dovranno fare i conti con il fascismo che avanza. Nei primi mesi del 1921 lo squadrismo diventa padrone della pianura padana e ormai, ottenuto l'appoggio anche degli industriali, si muove in direzione della presa delle città.

Si attendeva la tempesta della rivoluzione, ma è in arrivo il vento della reazione.

Versioni più brevi di questo articolo sono state pubblicate sul sito francese L'Anticapitaliste e sul sito italiano di Sinistra Anticapitalista