«L'Italia chiamò»? Come si costruisce una nazione

Le nazioni non esistono in natura. Sono costruzioni culturali e, come tali, vanno guardate. 


di Carlo Greppi - 17 marzo 2020

Veduta d'Italia, 1853 (Litografia Corbetta, Milano)
Veduta d'Italia, 1853 (Litografia Corbetta, Milano)

Inventare, immaginare 

Il senso di appartenenza generato dal comune risiedere in un territorio, così come lo stesso termine "nazione", ha ovviamente una lunga storia. Ma le nazioni moderne, come osservava Eric J. Hobsbawm, torcono questo concetto dichiarandosi «radicate nell'antichità piu remota», sentendosi tanto «naturali» da «non richiedere altra definizione che l'autoaffermazione». Negli stessi mesi in cui Hobsbawm scriveva questo un altro studioso, Benedict Anderson, piantava i primi tasselli della riflessione sulle «comunità politiche immaginate», «in quanto gli abitanti della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno vive l'immagine del loro essere comunità» - «l'esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni», scriveva un secolo prima Ernest Renan, e le nazioni, come hanno avuto un inizio, avranno una fine.


Mappa d'Europa, 1135 (fonte: The Public Schools Historical Atlas by Charles Colbeck, 1905)
Mappa d'Europa, 1135 (fonte: The Public Schools Historical Atlas by Charles Colbeck, 1905)

Le "nuove comunità immaginate" sorte quasi all'improvviso in gran parte a partire dall'Ottocento superando in un'accelerata spettacolare gli "universalismi" (imperi, religioni, ecc.) e i "particolarismi" (citta-stato, comuni, ecc.), si sono sempre viste come "antiche": «In un'epoca in cui la "storia" era concepita in termini di "grandi eventi" e "grandi leader", perle inanellate nel filo della narrazione», era una tentazione irresistibile quella di «decifrare il passato della comunità» seguendo la genealogia di antiche dinastie. Come se le nazioni che conosciamo fossero sempre state lì così come le pensiamo nel presente - immutabili, eterne, che «scivolano verso un futuro senza limiti». O che - e forse è pure peggio - devono ripristinare a qualunque costo un mitico passato perduto. Ma basterebbe poter viaggiare nel tempo qualche minuto e chiedere ai nostri antenati, nell'Ottocento o poco prima, se per caso si "sentissero" italiani (al di là di una ristretta cerchia di letterati). Probabilmente la stragrande maggioranza di loro capirebbe a malapena la domanda. Il nuovo sentimento di appartenenza fu creato pescando a casaccio in epoche - su tutte quella medievale - che rispondevano a logiche di identificazione collettiva completamente diverse. E fu un processo piuttosto rapido, che seguì una graduale "costruzione" dall'alto degli stati sovrani: in Europa la pace di Augusta del XVI secolo e quella di Westfalia nel XVII sono considerate passaggi fondamentali di questo sviluppo che due secoli dopo - anche grazie all'onda lunga della Rivoluzione francese - si rivelò repentino e condiviso con le rispettive popolazioni, le quali divennero presto "masse" da convincere e addomesticare.

Scegliere la nazione

Nella migliore delle ipotesi la nazionalità è una scelta, ma può anche essere una faticosa conquista, una concessione del potere, un miraggio, un incubo - dipende dal contesto, dalle sue cause e dalle sue conseguenze. Usciti praticamente in contemporanea, i due classici L'invenzione della tradizione e Comunità immaginate all'inizio degli anni Ottanta sovvertirono completamente il modo di pensare alle nazioni: fino a quel momento si era sempre creduto che i nazionalismi fossero un prodotto recente, ma che le nazioni avessero invece una storia antica. In tutto questo il luogo d'origine e la lingua furono due fattori determinanti, che in qualche modo davano delle basi di concretezza a questa invenzione. Ma molte cose, comunque, non tornano. E allora proviamo a immaginare un'isola divisa esattamente a metà da una linea retta. Da una parte abita da secoli una comunità x, che parla la stessa lingua (la lingua x, ovviamente) e dall'altra la comunità y che parla la lingua y. Un giorno alcune centinaia di persone lasciano i rispettivi territori e si scambiano. Nascono i loro figli, poi i loro nipoti, e così via. I legami con i territori d'origine si affievoliscono: alcuni non capiscono neanche più la lingua precedente, molti sono totalmente inseriti nella nuova comunità e non c'è modo di distinguerli. Inoltre le due culture, quella che si è spostata e quella stanziale che non ha mai fatto un viaggio né avuto incontri al di là del confine in linea retta, oramai si sono intersecate, mischiate. Alcuni bambini figli e nipoti di stanziali, per esempio, hanno nel tempo acquisito alcune usanze da quelli che sono arrivati. Ora c'è un po' di cultura y nel territorio x e viceversa, e non è facile censire e classificare gli abitanti, né è facile garantire diritti (o distribuire privilegi). Chi può votare, per esempio, all'interno della comunità x (ammesso che sia una democrazia)? Chi è nato nel territorio x o chi parla la lingua x? Chi è figlio di nati nel territorio x o chi riesce a dimostrare di essere lì da almeno x generazioni? E se queste migrazioni fossero accadute già in passato? Il cittadino "puro" di y non potrebbe essere il pro-pronipote di un abitante di x che si è trasferito o il pro-pro-pro nipote di un abitante di y che si è trasferito a x e i cui discendenti sono poi tornati a y? Quante relazioni ci saranno state tra x e y, nei secoli? Quanti e quali studiosi possono aiutare x e y a capirci qualcosa di più? Gli archeologi, gli storici, i genetisti, i biologi, i linguisti, i filologi? I virologi?

Certo, è solo un gioco strutturato su un esempio del tutto inverosimile, un esempio da laboratorio (d'altra parte «ciò che rende uno Stato riconoscibile come tale è il fatto che noi accettiamo, in un modo o nell'altro, che esso esista», come recita l'Atlante delle micronazioni). Ma se un giorno la comunità - meglio: la nazione - x decidesse di sterminare la comunità - meglio: l'etnia - y? Come farebbe a decidere chi ne fa parte? Chi risiede nel territorio y e parla la lingua y, vien da sé, ma chi invece si è trasferito? Chi è figlio di trasferiti e parla solo la lingua x? Chi non ha neanche mai visto il territorio y ma ha degli antenati che provengono da li? Dal momento che abbiamo in comune con qualsiasi sconosciuto il 99,9% delle basi del nostro DNA, cosa ci rende "simili" e cosa "diversi"? La lingua, la tradizione, l'aspetto fisico, le origini geografiche? Un intreccio complesso - e sovente contraddittorio - di questi elementi?

Chiaramente questo è un esempio troppo semplificato - quali confini sono linee rette? Quali comunità sono così nettamente divise dalla notte dei tempi senza aree grigie, senza sovrapposizioni e intersezioni? -, ma credo possa essere efficace per dimostrare l'arbitrarietà di tutto questo separare ed etichettare luoghi e individui che, al massimo, hanno alcuni tratti culturali in comune. Ma che, è quasi imbarazzante ricordarlo, identici non potranno essere mai.

Mappa d'Europa se si affermassero tutti i movimenti separatisti, 2019 (fonte: Reddit.com)
Mappa d'Europa se si affermassero tutti i movimenti separatisti, 2019 (fonte: Reddit.com)

Il ruolo dei media e delle narrazioni

Per costruire queste comunità immaginate fu fondamentale la diffusione dei giornali, che Anderson definisce «best-seller per un giorno». Con la carta stampata la borghesia alfabetizzata iniziò a «visualizzare l'esistenza di migliaia e migliaia di individui simili a sé» tramite la parola scritta, e iniziò a fare esperienza (anche grazie al telegrafo) di quella simultaneità che sarebbe stata ancora più travolgente con la radio e la televisione e, oggi, con i social media. Ma il mondo dell'informazione crea questo sentimento di comunità, questa "coscienza nazionale", soprattutto in superficie. Ci vogliono altri strumenti più pervasivi per radicarlo in profondità. Le canzoni e gli inni, l'arte e il paesaggio (esaltato e riempito di simboli) e le grandi narrazioni che tengono tutto insieme: come ha scritto di recente Ivan Jablonka, per esempio, i romanzi, «raccontando delle storie delle quali tutti sanno che non sono "vere"», si dice che trasmettano «una conoscenza più "vera" della storia». Dando un impulso decisivo alla ridefinizione del sé, come ingranaggio di una comunità in cammino, che dalla storia più remota si slancia verso l'avvenire.

Raccontando delle storie, ad esempio, i romanzi ottocenteschi non si limitavano a insegnare la storia, ma partecipavano al coro che in qualche modo collocava le loro opere all'interno della nostra - della vostra, della loro - storia, «quell'essere invisibile che è di fatto la nazione, di cui si avverte ormai la presenza anche senza averne una chiara consapevolezza» (queste sono parole di Krzysztof Pomian). Se trecento anni prima tre quarti dei libri stampati in Europa erano in latino, il commercio del libro - il capitalismo a stampa - si era ormai frammentato in Europa, territorializzandosi e dando una spinta decisiva alle lingue "volgari". E i libri, che erano oramai a centinaia di milioni, rendevano consapevoli le classi alfabetizzate prima, e via via gran parte della società, di far parte di uno specifico "campo linguistico" e, allo stesso tempo, del fatto che solo loro gli appartenevano, racconta ancora Anderson: «Tramite la lingua, incontrata per la prima volta sulle ginocchia della madre, e salutata per l'ultima solo nella bara, si ristabilisce il passato, s'immaginano nuove fratellanze, si sognano nuovi futuri» - «Poche cose sembrano storicamente radicate come le lingue», aggiunge.

Il fatto di parlare la medesima lingua, tratto che accomuna gran parte dei nazionalismi europei (ma non tutti: basti pensare alla Svizzera), si rivelò un elemento creatore di uno dei peggiori disastri della storia umana, che in pochi decenni avrebbe devastato due volte il pianeta. Dopo essersi raggruppato per quasi duecentomila anni in piccole tribù di decine o al massimo centinaia di persone, in poche migliaia di anni Homo sapiens aveva imparato a raccontarsi storie così convincenti che riuscivano a persuadere centinaia di milioni di persone a morire in loro nome, tracciavano confini netti. È sufficiente guardare un planisfero e contare quante linee rette separano diversi stati nazionali ancora oggi - come se il nostro pianeta fosse quell'isola immaginaria divisa perfettamente in due di cui si è parlato. Come se bastasse tracciare delle linee, per dire "noi", "voi", "loro".

Come è stato possibile, tutto questo? Come si è arrivati a immaginarci cosi separati, come vasi non comunicanti, nemici immaginari di chi sta oltre quelle linee tracciate da "volontà particolarizzanti" (per dirla con Frantz Fanon) su delle carte geografiche? Come si è arrivati a odiarsi e a uccidersi per queste ragioni? Anche, forse soprattutto, a causa della conoscenza del passato. Della storia intesa in un certo modo.

Rue de la Buanderie, Bruxelles
Rue de la Buanderie, Bruxelles

La "nostra" storia

La nazione, la patria: qualcosa in cui credere, qualcosa che esiste da sempre, qualcosa per cui morire. Educando una generazione dopo l'altra a "pensarsi" come ultimi anelli di una catena che si perde in tempi remoti, è forse fisiologico che - a furia di sentirselo dire - tutti prima o poi almeno un po' ci credano. È una conoscenza inventata o immaginata, distorta o strumentale, ovviamente, ma tutto questo fu pur sempre un effetto creato (anche) dalla storia - la "nostra" storia. Che non è una cosa positiva di per sé, né - ovviamente - esiste in natura.

Il modo in cui ci raccontiamo la storia può fare enormi danni, per dirla in breve. A partire dalla scuola. Lo dice in maniera cristallina un libro polemico fresco di stampa dello storico Donald Sassoon, ebreo nato in Egitto con passaporto inglese e che sarebbe poi finito nel Regno Unito e in Nord America:

Mi sono reso conto molto presto che la storia (a differenza della matematica) non è interpretata ovunque allo stesso modo. Fu quando iniziai a frequentare le scuole elementari a Parigi, in un'epoca in cui a ogni scolaro francese si insegnava che i "nostri" antenati erano i galli. Il libro di lettura che utilizzavamo conteneva un'immagine del condottiero gallo Vercingétorix (che ispirò il personaggio della famosa serie a fumetti Asterix[...]) che aveva sfidato i conquistatori romani, era stato sconfitto da Giulio Cesare nella battaglia di Alesia, tratto prigioniero a Roma, fatto sfilare per le strade e infine giustiziato. Eravamo pieni di simpatia e pietà per l'uomo in catene trascinato dietro al cocchio del malvagio conquistatore.

Ma fu un paio d'anni più tardi, quando Sassoon si trasferì a Milano ed entrò in una scuola elementare italiana, che capì cos'era la storia:

Fatto confortante, le tabelline erano le stesse, ma nelle pagine di storia del nostro sussidiario, dell'eroe gallo non era fatta menzione. Chiesi alla maestra di "Vercingétorix". Dopo un istante di esitazione disse: «Ah, sì, Vercingetorige», aggiungendo, «uno dei tanti barbari schiacciati dalla potenza delle legioni romane di Cesare». Mi fece una certa impressione: un eroe nazionale francese era quasi sconosciuto in Italia, un paese confinante, dove si celebrava il bruto che lo aveva ridotto in catene. Fu la migliore lezione di storia della mia vita.