L'irriducibile antifascismo della Resistenza: una risposta ad Aldo Cazzullo

Nel suo articolo Lottare nel nome del Tricolore, il giornalista del "Corriere della Sera" mette sullo stesso piano le due guerre mondiali e la Resistenza, in una lettura che sembra suggerire un'inaccettabile "pacificazione".

di Bruno Maida - 23 aprile 2020 

Ieri sera mi ha scritto un messaggio Aldo Cazzullo, sostenendo di essersi sentito "calunniato e offeso" da un mio post su Facebook che dissentiva dal suo articolo apparso sul "Corriere della Sera", dal titolo Lottare nel nome del Tricolore. Scrivevo che quell'articolo mi sembrava persino più pericoloso degli attacchi di La Russa al 25 aprile e in un commento rilevavo che per il giornalista finivano per essere messi sullo stesso piano prima guerra mondiale, guerre fasciste e Resistenza. Ho risposto a Cazzullo che non credo proprio di averlo calunniato e offeso ma che mi era sufficiente il suo sentimento per cancellare il post, riservandomi di scrivere una risposta con lo stesso contenuto ma in modo più articolato.

Cazzullo scrive che la coralità della Resistenza sarebbe dimostrata dalle parole della moglie di Paolo Braccini e da quelle scritte da Franco Balbis, entrambi fucilati il 5 aprile 1944 al Poligono del Martinetto a Torino come membri del Comitato militare regionale piemontese. La prima esclama "Forza Paolo, muori per l'Italia!", il secondo chiede che tutti gli anni venga celebrata una messa per ricordare i commilitoni morti a El Alamein. È una coralità davvero ampia quella che considera Cazzullo, dato che oltre a coloro che dissero "no" al nazismo in vari modi andrebbero anche ricordati i "molti italiani che fecero in buona fede la scelta sbagliata, e morirono convinti di aver servito la patria".

Ma per Cazzullo la continuità è ancora più spinta: va dallo "spirito di resistenza" dei fanti della prima guerra mondiale al riscatto che i combattenti - i quali, secondo il suo giudizio, diedero prova tra il 1940 e il 1943 sui vari fronti di "valore sfortunato" e che furono traditi dal regime fascista - trovarono nella guerra di Liberazione, "condotta da decine di migliaia di soldati italiani accanto agli Alleati". Insomma la sua sintesi è che "sul Piave come sulle montagne della Resistenza, si combatteva per la libertà, l'indipendenza, il futuro della Patria".

Non si tratta solo del fatto che Cazzullo fa unicamente riferimento agli internati militari come resistenti e dimentica deportati politici e razziali (con tutte le dirette responsabilità italiane che ne conseguono). Non si tratta solo del fatto che Cazzullo parla del valore dei militari, tralasciando i crimini commessi dai soldati italiani, per esempio, nei territori dell'ex Jugoslavia oppure nel corso delle aggressioni coloniali, per non parlare della partecipazione diretta dei fascisti a molte delle stragi di civili commesse sul nostro territorio tra il 1943 e 1945.

E non si tratta solo che, non dico uno studioso ma un semplice studente che segue un corso di Storia contemporanea, sa che la contestualizzazione è una operazione necessaria per la storia e che l'anacronismo è un peccato mortale per lo storico. Non si tratta solo del fatto che Cazzullo è rimasto a una lettura, un po' datata in verità, della prima guerra mondiale come quarta guerra del Risorgimento e che invece fu guerra imperialista, e ancor di più ovviamente lo furono quelle successive scatenate dal regime fascista. Non si tratta solo del fatto che Cazzullo confonde la legittima soggettività dei protagonisti con un giudizio storico sull'Italia tra le due guerre.

No, la questione è più seria, a mio modo di vedere. Ciò che davvero manca nella sua riflessione, e non credo che sia casuale in quanto segno dei tempi, è l'irriducibilità dell'antifascismo, quel carattere essenziale ed esistenziale della Resistenza che fa sì che nessuna pacificazione sia possibile tra i "ragazzi di Salò" e i partigiani (intendo come questione civile e politica, al di là delle scelte dei singoli). L'antifascismo è un sistema di valori che rende altrettanto irriducibili e incomparabili le ragioni dei combattenti della prima guerra mondiale e ancor più di coloro che parteciparono alle aggressioni fasciste con le ragioni di chi ha combattuto la Resistenza. Spesso le storie individuali furono segnate dalla continuità delle esperienze o dalla frattura tra la propria formazione fascista e l'opposizione al regime e ai suoi crimini. Ma non è sufficiente per mettere tutto insieme e confondere responsabilità e valori.

Forse non stupisce ma dispiace, insomma, che venga veicolata al grande pubblico un'idea di appiattimento e di irresponsabilità storica da chi, al contrario, si è sempre schierato dalla parte della Resistenza e dei suoi valori, anche scrivendone. Sono d'accordo con Cazzullo che la Resistenza deve essere considerato un patrimonio della nazione (io direi un bene culturale) ma solo a condizione che se ne riconosca la specificità storica, il suo connotato antifascista e il suo essere "divisiva", perché essere partigiani è un valore da conservare e difendere, contro l'uniformità, la rimozione e l'oblio delle colpe.