L'identità non è qualcosa. Un percorso tra storia delle idee e teorie della cultura

di Enrico Manera - 23 marzo 2020

Di che stoffa sono fatte quelle cose che chiamiamo cultura, identità, etnia, civiltà? Quale è la loro provenienza e, più ancora, quale la loro funzione? Come agiscono sulle persone e sulle comunità?

Anni sessanta, Nigeria. Pubblicità della Vespa.
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Una matrice moderna

Usiamo comunemente parole Cultura, identità, etnia, civiltà. Sono termini che, presi da un ambito scientifico, strumentalizzate e in un'accezione rigida, sono assurti a giustificazione di conflitti e violenza. L'antropologia contemporanea, la riflessione critica sulla storia e la critica decostruzionista alle scienze sociali hanno messo in discussione ogni concezione "fissista" ed "essenzialista" e hanno prodotto una smobilitazione del carattere rigido e deterministico delle culture mostrando come le identità siano il prodotto di processi di scambio, negoziazione, incontro e scontro e vengano costantemente reinventate nel corso della storia.

Un tratto condiviso nella filosofia classica riguarda il modo in cui è concepita l'identità: la cultura europea dell'Ottocento, incardinata sull'asse Illuminismo-Romanticismo, assume un'antropologia implicita che suppone esistano culture, che abbiano forma fissa espressa nei costumi, nel carattere e nella geografia umana e che si esprimano nelle nazioni, intese come realtà spirituali.

Questo dato investe il modo in cui saperi e identità nazionali sono andate strutturandosi in parallelo, in Germania ad esempio dove, fin dal tardo Settecento, si realizza una continuità con la Grecia idealizzata della classicità. Prima ancora del tratto reazionario del Romanticismo, anche l'Illuminismo, al netto delle sue istanze di emancipazione, era intriso di diffusi luoghi comuni che oggi troveremmo inaccettabili, così come antropologia e geografia erano dense di pre-giudizi razzistici.

Si capisce dunque come il nazionalismo in tutte le sue varianti abbia consolidato l'idea di una identità dai tratti metafisici e mitologici; un immaginario che connette lingua, cultura e spirito di un popolo considera l'identità come se fosse una sostanza, un "oggetto" dotato di fondamento, immutabile e stabile nel tempo, inossidabile nella sua resistenza al mutamento e responsabile di differenze ritenute immodificabili.

L'Identità culturale ha subito una radicalizzazione in senso razziale durante la seconda guerra mondiale: in modo esemplare, il nazismo è stato anche una metafisica razzista della guerra a sfondo identitario (una religione del sangue, una riscrittura fantastica della storia e una mitografia ariana). Ma in ogni patriottismo, non necessariamente violento e aggressivo, sono riscontrabili tracce di una visione filosofica che ipostatizza la cultura. Trasforma cioè concetti, idee e qualità astratte in qualcosa, attribuendo loro esistenza sostanziale e rendendole sussistenti in modo autonomo.

In questo senso, la cultura italiana del Risorgimento era impastata di retorica nazionale, di matrice religiosa e di ideologia di genere: i temi del sangue, della terra, della nazione come legame biologico e naturale, la lingua e la cultura sono associati al dovere del sacrificio e del martirio in guerra, e dell'auto-definizione di «noi contro loro» che avviene per opposizione. Temi che si trovano alla base del processo di nazionalizzazione delle masse post-unitario e che si accompagnano non a caso alle guerre del nuovo Stato italiano e all'inizio delle imprese coloniali e imperialiste.

In Cuore (1886) di De Amicis si legge:

«Io amo l'Italia perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è italiano, perché è italiana la terra dove son sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la città dove sono nato, la lingua che parlo, i libri che m'educano, perché mio fratello, mia sorella, i miei compagni, e il grande popolo in mezzo a cui vivo, e la bella natura che mi circonda, e tutto ciò che vedo, che amo, che studio, che ammiro, è italiano».

Nel 1914 l'inizio della Grande guerra, con cui esplode il Novecento come secolo della modernità e della violenza, è stato anche il risultato delle contrapposte propagande nazionaliste agitate dagli interventismi di ogni paese. Alla fine della guerra Benito Mussolini sul "Il Popolo d'Italia", 5 novembre 1918, scriveva:

«Stormo di campane, clangore di fanfare, sventolar di bandiere, cori di popolo: ecco ciò che è adeguato agli eventi ineffabili di questi giorni. Ieri nelle città, nei borghi, nelle campagne d'Italia, bronzi sacri, trombe guerriere, voci umane delle moltitudini hanno levato altissimo nei cieli l'inno della vittoria. Le altre date famose della nostra storia plurimillenaria impallidiscono a confronto dell'ultima decade dell'ottobre 1918. (...) La guerra è finita perchè abbiamo vinto. né poteva accadere altrimenti (...) Il martello italiano ha picchiato solo per quarantun mesi. L'incudine è in pezzi. Le parole di Diaz sono l'epigrafe. Stanno sulla pietra tombale del cadavere austriaco. Questo cadavere non ammorberà più l'atmosfera. I liberi popoli stanno purificandola. E' la vita, la più grande vita, che sorge dalla morte! Così, come noi abbiamo sognato, sperato, creduto-sempre.

Non mai, come in questo momento, abbiamo sentito in tutte le nostre fibre l'orgoglio intimo di essere e sentirci italiani. Ripetiamolo ancora. La nostra è stata guerra di popolo! La vittoria è vittoria di popolo. È stato un cozzo spaventevole tra le forze del passato e quelle dell'avvenire. L'Italia, la nazione dell'avvenire, ha schiacciato le forze del passato e divelte le sbarre della vecchia prigione asburgica: ha liberato i popoli. Maggio 1915. Ottobre 1918. L'inizio e la fine! La volontà. La costanza. Il sacrificio. La gloria!».

Memoria delle torri. L'11 settembre con cornici diverse (Fonte: ntv.com.tr)
Memoria delle torri. L'11 settembre con cornici diverse (Fonte: ntv.com.tr)

Ritorno al futuro

Nello scenario politico che si è instaurato dopo il crollo del Muro di Berlino (1989) e il crollo delle Torri gemelle (2001) ha avuto molta fortuna la teoria di Samuel Ph. Huntington, politologo americano e consulente del governo degli Usa: dopo la fine dello scontro ideologico che ha dominato il secondo dopoguerra - la Guerra fredda -, i conflitti del futuro sarebbero stati dominati dallo «scontro di civiltà» (Clash of Civilizations). La sua ipotesi era che «la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell'umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura: [...] i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà».

Huntington, con una catalogazione geo-politica che sovrappone e confonde cultura e religione, distingueva nove principali "civilisations", ognuna delle quali è sotto-articolata e legata a stati-guida: occidentale cristiana, orientale ortodossa, islamica, cinese confuciana, buddista, indù, giapponese, latino-americana e africana. In questa tassonomia individuava poi linee di scontro probabili, la più marcata delle quali tra Occidente e Islam. La visione era segnata dalle linee di conflitto del tempo e chiaramente influenzata da un tratto ideologico: a dispetto di ciò la formula dello "scontro di civiltà" è stata adottata soprattutto nella mediasfera, per la sua capacità di strumento utile a giustificare e definire prassi di orientamento politico in senso filo occidentale e islamofobo, come le strategie militari ed economiche globali che necessitavano dell'appoggio dell'opinione pubblica.

Dalle scienze sociali e antropologiche, che da sempre studiano la relatività culturale, è emersa la più forte critica alla teoria, non tanto sul piano politico quanto su quello epistemologico. In quel disegno geo-politico è infatti la stessa nozione di cultura a essere usata in modo improprio e ideologico, un modo cioè portatore di interessi concreti e situati: le differenze tra gruppi umani sono enfatizzate fino a far sparire gli individui, i quali vengono sostituiti da culture concepite come perenni e immodificabili.

Le culture però non sono sostanze che determinano qualità e carattere dei soggetti: sono invece descrizioni ideal-tipiche. Per usare le parole di Marco Aime:

«chi ha mai visto due culture, incontrarsi o scontrarsi? Si tratta di espedienti retorici e analitici, di astrazioni formulate dagli studiosi per indicare a posteriori processi storici, ma utilizzare tali categorie per leggere la nostra realtà quotidiana può risultare fuorviante. In questa realtà noi vediamo donne, uomini e bambini conoscersi, convivere lottare e combattere».

In Italia, proprio dai lavori di antropologi come Remotti e Aime, emerge in modo chiaro quanto ci sia di storico e mutevole nel confronto continuo tra persone e gruppi, mediato da elementi di cultura materiale - oggetti, stili, abitudini, habitus - che entrano in relazione con i soggetti e modificano i legami tra essi; come mostra un noto e divertente elenco proposto da Linton normalmente gli elementi di cultura materiale vengono adottati e adattati, fatti propri e naturalizzati (cioè se ne dimentica il tratto storico) fino a essere incorporati in una concezione organica di cultura, a sua volta concepita come il tratto fondamentale dell'identità. La cultura dunque non è una realtà «super-organica» rigida e definita con forze e finalità: essa è «dinamica, fluida, mutevole» e tali sono i rapporti di continua negoziazione che i diversi soggetti intrattengono con sé e tra di loro, all'interno delle cornici culturali.

G. Garcin, "Être maître de soi", 1999
G. Garcin, "Être maître de soi", 1999

Semplificazioni, scorciatoie e retoriche

È in particolar modo nella sfera della comunicazione mediatica che prendono vita «retoriche e rappresentazioni delle società culturali» costruite sull'assunto secondo cui «le culture sarebbero un qualcosa di definito che si concretizzerebbe in individui che ne diverrebbero così rappresentanti o portatori»; le società occidentali «cesserebbero solo ora (e in tutta fretta) di essere pure e identiche a se stesse, e diventerebbero multiculturali soltanto perché frequentate sempre più spesso da migranti esponenti di altre culture» (Davide Zoletto).

Un doppio errore sorregge questa visione, che rimane epistemologicamente sbagliata anche quando si declina nella versione favorevole alla multiculturalità e al meticciamento: è errato pensare che un individuo sia «sovradeterminato da una cultura» e che le società in generale fossero «monoculturali prima dell'arrivo dei migranti». Sociologi e antropologi sottolineano invece il carattere di processo e di interazione delle culture, che, secondo la felice immagine di Clifford Geertz, somigliano a «reti di significati che gli uomini tessono e in cui poi rimangono impigliati».

Ogni cultura è formata da elementi discorsivi e non discorsivi, credenze e comportamenti, e da singolari logiche o grammatiche sulle base delle quali essi si articolano, modificano e accrescono. Ogni individuo eredita con l'educazione tratti di una o più culture e poi nella storia individuale, intrecciata a quella dei contesti che attraversa; che può assumere, accettare o rigettare, a seconda dei propri agiti e vissuti psicologici. La difficoltà di cogliere le identità individuali e culturali nei tratti di singolarità, di molteplicità di appartenenze e modi di essere, è collegata alla priorità che viene data alla dimensione espressiva e conoscitiva e alla equazione tra lingua, cultura ed etnia: derivante dalla storia culturale europea, come si è detto, questa è un'eredità romantica assunta in modo implicito, ripresa dai successivi studi linguistici e oggetto di decostruzione, critica e revisione continua.

Lingua, cultura e identità sono al centro di progetti politici e di strategie discorsive radicate nella storia, anche e a maggior ragione quando si pretendono realtà metastoriche ed eterne. Identità nazionali e regionali non sono solo concetti astratti ma risultano storicamente, dialetticamente e materialmente fondati sulla lotta per il potere tra gruppi rivali a livello sociale, culturale e politico.

Con l'età della globalizzazione tardo-moderna e iper-storica dell'antropocene corrente, i movimenti di integrazione transnazionale politica ed economica hanno portato cambiamenti che molti hanno vissuto con inquietudine: in particolare mutamenti strutturali negli assetti sociali ed economici sono stati percepiti come uno spossessamento dell'appartenenza - una identità inventata tradizionale nostalgica e mai realmente vissuta - e hanno provocato una reazione di segno contrario nel senso di un inspessimento dell'identità. Abbiamo dunque vissuto in un'epoca caratterizzata da una torsione sulle pratiche identitarie - una ricerca isterica del «noi» - intese come miti unificanti e riti di legame. Ovvero una costellazione di fenomeni in cui l'identità culturale, con annesse mitologie, viene usata strumentalmente per servire interessi politici.

Basquiat, da "Unknow Notebooks"
Basquiat, da "Unknow Notebooks"

Mitografie politiche di prossimità

Dagli anni Duemila diversi partiti xenofobi nel continente europeo hanno accumulato il proprio capitale politico sull'etnicità, un altro concetto che da categoria di studio si è fatto carne politica, criticando la nozione di Stato-nazione democratico e pluralista e il sistema di relazioni che i diversi stati intrattengono all'interno dell'Europa (in termini geografici) e dell'Unione Europea (in termini politici). Guardando al passato recente in Italia, nell'agone democratico il regionalismo identitario della Lega Nord dei primi tempi - prima della svolta nazionalista-sovranista recente - ha rappresentato un movimento analogo ad altre regioni geografiche europee. Servendosi di una retorica dell'identità, dell'autenticità e dell'autonomia la Lega Nord è dunque un caso esemplare di partito politico che attorno all'idea-forza di autoctonia ha proposto l'«immagine di un popolo nuovo e fasullo» e di una costruzione geografica, con tanto di confini, costumi e tradizioni, che si presenta come patria "etnica", la Padania.

Da un punto di vista storico la Padania è una realtà inesistente: uno dei suoi riferimenti etnici, il celtismo, non solo è stato importato dal Nord Europa, è stato a sua volta un'eredità nazionalistica molto tarda sorta dalle rivendicazioni di gruppi fortemente motivati a contrastare sul piano culturale l'imperialismo inglese.

Si tratta dunuque di una rivendicazione che può essere considerata "tribale", nella misura in cui negli studi antropologici la tribù è «un'unità sociale i cui membri affermano di essere un'unità sociale» (ancora Aime). La linea culturale della Lega Nord è stata l'esempio, peraltro fallito, di come la pseudo-storia e la pseudo-antropologia possa essere usata come grimaldello (le riviste culturali) o brandita come clava (il folklore) per servire interessi politici del presente. Il ritorno alla legittimazione localistica e alle comunità inventate è ascrivibile alle logiche della «invenzione della tradizione» (Hobsbawm e Ranger), perché funzionale agli interessi economici di alcune fasce di popolazione delle regioni settentrionali e rappresenta anche una "battaglia culturale" concorrente con l'incompiuta costruzione dell'identità nazionale italiana all'interno dei processi di Nation Building successivi al 1861.

Lo schema può essere utile per interpretare processi analoghi in tempi recentissimi, dalla America di Trump, alla Inghilterra di Boris Johson, alla Turchia di Erdogan, all'India di Modi. E l'integralismo islamico di gruppi terroristi come al Qaeda, Boko Haram o l'Isis si è sostanziato nelle stesse logiche profonde (al netto delle differenze strategiche e delle diverse fortune): ha additato un Islam ideale e immaginario, che nella storia non si è mai dato, ma che è risultato capace di attrarre soggetti in cerca di affermazione personale in contesti di subalternità multi-problematica e in nome di un preteso senso riscatto post-coloniale. Si è potuto spiegare così, almeno in termini di adesione all'immaginario o di consenso, la capacità di propagazione dell'islamismo in aree geografiche, extra o intra-europee, che vivono in condizione di grave crisi politica, culturale ed economica di lungo periodo.

M. O. Williams, "Riflesso in una vetrina", Parigi, data incerta.
M. O. Williams, "Riflesso in una vetrina", Parigi, data incerta.

Uscirne salvando qualcosa di utile per tempi di crisi

La parola identità è a nostro avviso ormai inservibile e deve essere scomposta concettualmente almeno in tre dimensioni, oggi collassate l'una sull'altra, ovvero quella di una soggettività biologica, psicologica e culturale, a loro volta strettamente interconnesse e dai confini incerti.

Innanzitutto non si capisce che cosa si guadagni dall'affermare che un individuo sarebbe identico a se stesso, se non come esorcismo logico con il quale si cerca di fermare e stabilizzare ciò che per sua natura è mobile, instabile e oscillante. Le "identità", se designano qualcosa, indicano sentimenti di appartenenza divenuta e riflessiva e sono il risultato di processi di identificazioni nei quali i soggetti stessi sono attivi: simili ai sentimenti, non possono mai essere oggettivabili. Scorciatoie cognitive simili a razza, civiltà, popolo, nazione sono i vettori di un dispositivo mitologico che nella sua dimensione di elaborazione, emittenza, ricezione e rielaborazione crea un formidabile sentimento di appartenenza e offre una forte prestazione della costruzione sociale di una rete intricata di immagini di auto-rappresentazione, dotate di grande presa sull'individuo e capaci di mobilitare persone e gruppi.

Come scrive Francesco Remotti «i "noi" ossessionati dall'identità sono assai più fragili, e proprio per questo assai più terribili. L'identità infatti non è soltanto una strategia di difesa: fomenta anche strategie di offesa. Ci vuole poco che dalla preoccupazione per la propria integrità, dal senso di minaccia per la propria "purezza", si passi a una concezione dell'"altro" come un "nemico" [...]. Il "noi" identitario scivola così dalla difesa all'attacco». Sentirsi parte di qualcosa di collettivo, più forte e più grande di sé, può alterare la percezione della realtà e, nella storia, gli effetti di questa distorsione sono alla radice della violenza: «l'identità è l'ultima risorsa che rimane quando c'è penuria di strumenti per immaginare un futuro diverso».

Non si dirà mai abbastanza quanto ogni ragionamento sull'identità sia costruito in una logica di chiusura e autoreferenzialità che nasconde l'apertura e la relazione costitutiva della dimensione umana. Il sinologo e grecista Francois Jullien ha sostenuto che ogni discorso sul tema sia viziato all'origine e ha proposto di affrontare la diversità delle culture «in termini di scarto [...] di risorsa o di fecondità».

Posta la porosità reciproca, l'incontro con l'altro permette al soggetto di rinnovare la propria identità creando uno spazio comune di mediazione: in questo senso l'identità non è qualcosa, e non è data una volta per tutte perché si determina continuamente in base a processi di reciproca differenziazione, ovvero nella costruzione dell'altro come non-sé e del fatto si può riconoscere un sé solo in riferimento all'altro e nel flusso del tempo.

Il rinvio all'altro è la condizione dell'identità, la relazione istituisce l'autocoscienza dei soggetti. Lo scarto, a differenza della distinzione netta posta dall'uno, presuppone la coscienza di differenze, mobili e oscillanti, che permettono ai molti di essere ciò che sono: in questo lo scarto di una cosa rispetto all'altra «si rivela come una figura non di identificazione, ma di esplorazione, che fa emergere un altro possibile». Producendo un disordine dinamizzante e mantenendo in tensione ciò che è separato, «grazie al tra aperto della distanza divenuta visibile ognuno dei termini invece di ripiegarsi su se stesso, di riposare in sé, resta rivolto vero l'altro, messo in tensione da lui - e in questo lo scarto ha una vocazione etica e politica».


Riferimenti bibliografici:


Marco Aime, Eccessi di culture, Einaudi, Torino, 2004; Verdi tribù del Nord, Laterza, Roma-Bari 2012

Alberto Mario Banti, L'onore della nazione. Identità sessuale e violenza nel nazionalismo europeo dal XVIII secolo alla Grande guerra, Einaudi, Torino, 2005

Marco Belpoliti, Crolli, Torino, Einaudi 2005

Francois Jullien L'identità culturale non esiste, Einaudi, Torino 2018

Giovanni Leghissa, Il gioco dell'identità. Differenza, alterità, rappresentazione, Mimesis, Milano 2006

Giovanni Leghissa e Davide Zoletto (a cura di), Gli equivoci del multiculturalismo, «aut aut», 312, novembre dicembre 2002

Francesco Remotti, L'ossessione identitaria, Laterza, Bari-Roma 2010

Yvonne Sherratt, I filosofi di Hitler, Bollati Boringhieri, Torino 2014

Francesco Tuccari, La politica mondiale dopo il 1989, Loescher, Torino 2003