Le reni mai spezzate. Il 28 ottobre fra Italia e Grecia

29.10.2020

Il 28 ottobre 1940 l'Italia fascista invadeva la Grecia. Uno dei più grandi fallimenti del regime si sarebbe consumato nei giorni successivi. Una data da dimenticare in Italia, una data da ricordare in Grecia. E se invece la ricordassimo insieme, come momento fondante dell'idea antifascista internazionale? 

di Eric Gobetti e Paolo Fonzi - 29 ottobre 2020

Vignetta pubblicata sulla stampa greca, dettaglio (cfr. oltre per la vignetta integrale e la didascalia)
Vignetta pubblicata sulla stampa greca, dettaglio (cfr. oltre per la vignetta integrale e la didascalia)

"Ti ricordi la guerra di Grecia

coi soldati mandati al macello"

[Nuto Revelli, La Badoglieide, canto partigiano]

Ci sono date memoriali importanti nella storia d'Italia, date che sono diventate momenti fondanti dell'identità nazionale. Alcune di esse sono quasi scomparse dall'immaginario pubblico, come il 20 settembre (più spesso nella forma arcaica XX settembre), giorno della presa di Roma nel 1870, evento al quale, dopo il Concordato del 1929 e la normalizzazione dei rapporti col Vaticano, si è preferito togliere rilevanza pubblica. Altre date hanno assunto un certo rilievo, mentre il senso della ricorrenza si è modificato nel corso dei decenni. È questo per esempio il caso del 4 novembre, festa della vittoria della prima guerra mondiale, compimento dell'Unità nazionale, ma anche importante celebrazione fascista, per questo screditata nel secondo dopoguerra e oggi tornata in auge in un contesto di ritrovato patriottismo più o meno nazionalista.   

Il 28 ottobre è una di queste date controverse. Ovviamente per tutti questa data ricorda la Marcia su Roma, di cui ricorre oggi il novantottesimo anniversario. Ma c'è un altro 28 ottobre che va ricordato, un 28 ottobre colpevolmente cancellato dalla memoria pubblica e inscindibilmente legato al primo, quello del 1940. Se infatti il giorno della Marcia su Roma può essere considerato l'inizio del regime fascista, la data dell'attacco militare alla Grecia nel 1940 ne segna in qualche modo l'inizio della fine.

Quasi come un individuo che cerca di dimenticare un evento traumatico associato a un senso di vergogna o di sconfitta, quella data è stata rimossa dall'immaginario collettivo degli italiani. Nell'immediato dopoguerra il colonnello Giulio Mellini nel suo volume Rivalutiamo l'esercito si rammaricava della sconfitta in una guerra che "sarebbe potuta diventare una bella pagina della nostra storia militare". "Il successo", scriveva Mellini, "avrebbe potuto far scomparire dal sentimento nazionale ogni bruttura politica dell'atto, poiché l'attacco alla Grecia, qualunque cosa si dica, fu una aggressione non giustificata né giustificabile". E, invece, anche dal punto di vista puramente militare la campagna di Grecia non è diventata motivo di orgoglio bellicista. Fu, infatti, non solo una clamorosa débâcle militare (una delle tante subite dall'esercito italiano nella sua storia, da Adua a Caporetto, a El Alamein), ma anche un evento che mise in luce il colossale fallimento del regime fascista, della sua boriosa e vuota retorica militaresca, del suo tentativo di fare dell'italiano l'"uomo nuovo" fascista.

Il 28 ottobre 1940 cominciava infatti la cosiddetta "guerra parallela" dell'Italia nel Mediterraneo. Dopo le strabilianti vittorie tedesche in Polonia e Francia, e l'inaspettata resistenza britannica, Mussolini decideva infatti di dimostrare all'alleato di essere in grado di condurre autonomamente una campagna militare vincente. Fu un fallimento. La famosa frase mussoliniana "spezzeremo le reni alla Grecia", nascondeva, dietro la retorica aggressiva, impreparazione militare, pressapochismo organizzativo, incapacità di articolare un piano strategico che andasse oltre l'idea di rompere l'"accerchiamento" dell'Italia da parte delle "potenze plutocratiche" e porre un argine alla concorrenza tedesca nei Balcani. Poche settimane dopo, il contrattacco greco fu talmente efficace da mettere in crisi il dominio italiano sull'Albania, da cui era partito l'attacco. I comandi italiani, incalzati dal nemico, faticarono a stabilizzare il fronte tappando le falle con nuovi reparti inviati dalla madrepatria. Del disastro presero immediatamente ad incolpare i soldati stessi, accusati di scarso spirito combattivo e minacciati di "decimazione" se si fossero ritirati. Intanto si cercava di rimediare tramite una guerra aerea che ridusse in cenere molte città elleniche contribuendo così alla povertà che avrebbe attanagliato i civili greci negli anni a venire. Nello stesso esercito italiano migliaia morivano di fame e di freddo, con un bilancio finale di 12.368 congelati, 50.874 feriti e 13.755 morti. La sconfitta italiana costringeva infine la Germania a intervenire in appoggio all'alleato, ormai declassato al livello degli stati balcanici già nell'orbita fascista (come la Romania o la Bulgaria), e finiva per trascinare nel conflitto anche la Jugoslavia che era riuscita a restare neutrale fino ad allora.  

"SU LE MANI". Mussolini: "Ho provato in tutti i modi per 18 anni a insegnargli ad alzare una sola mano, e questo gli ha insegnato subito ad alzarle tutte e due!...” [Vignetta satirica pubblicata sulla stampa greca durante la guerra, pubbl. in D. Lazogiorgos-Ellenikos, "Koroido Mousolini", Ekdoseis Pelasgos, Atene, 2000, p. 39]
"SU LE MANI". Mussolini: "Ho provato in tutti i modi per 18 anni a insegnargli ad alzare una sola mano, e questo gli ha insegnato subito ad alzarle tutte e due!...” [Vignetta satirica pubblicata sulla stampa greca durante la guerra, pubbl. in D. Lazogiorgos-Ellenikos, "Koroido Mousolini", Ekdoseis Pelasgos, Atene, 2000, p. 39]

L'aprile del 1941, con la resa degli eserciti greco e jugoslavo e la spartizione dei territori con la Germania nazista, rappresentava il punto più elevato dell'espansionismo fascista. L'Italia controllava allora una vastissima area che andava dai territori istriani acquisiti dopo la prima guerra mondiale fino ai possedimenti dell'Egeo che risalivano alla guerra contro la Turchia del 1911-1912. In mezzo, circa un terzo di Jugoslavia, con quasi tutta la fascia costiera, l'intera Albania e buona parte della Grecia territoriale e delle isole. Eppure il successo della campagna balcanica nascondeva il fallimento evidente del regime fascista, evidenziato in tutta la sua macchiettistica evidenza proprio quel 28 ottobre 1940. Lo stesso Mussolini, nel discorso alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni per l'annuale dell'entrata italiana in guerra, ammetteva: "Bisogna onestamente constatare che molti reparti greci si sono battuti valorosamente; bisogna aggiungere ancora un volta che su ciò influiva moltissimo l'odio diffuso, profondo, continuamente eccitato dagli ufficiali e che era il viatico di tutti i soldati".

Soldati greci in marcia verso il fronte
Soldati greci in marcia verso il fronte

Fin dall'anno successivo, quella data, presto dimenticata in Italia, diventava in Grecia sinonimo di resistenza e speranza per il futuro. La giornata veniva infatti da subito celebrata come "Anniversario del No" (I epeteios tou ochi), ovvero del rifiuto di accettare l'umiliante ultimatum fascista e in omaggio alla scelta di lottare (inizialmente con successo) contro l'invasore. Diventava così occasione di manifestazioni spontanee di resistenza all'occupante, come avveniva ad esempio il 28 ottobre 1941 all'università di Atene; ma anche l'anno successivo, nonostante si fossero operati numerosi arresti per prevenire il ripetersi delle manifestazioni.

Nel dopoguerra l'Anniversario del No è diventato festa nazionale in Grecia. È il giorno della resistenza, della guerra all'invasore straniero, della lotta per il riscatto nazionale, un vero e proprio spartiacque nella storia della Grecia moderna. Anche in quel paese rimane però in qualche misura una data controversa, sia nella sua essenza che nelle modalità celebrative. Similmente al nostro 4 novembre, il 28 ottobre in Grecia viene accompagnato da parate che ricordano una società in armi, una rappresentazione sempre più estranea al senso comune della maggior parte dei greci. Vi è poi, sullo sfondo, un problema politico difficile da eludere: il fatidico "no" fu pronunciato da Ioannis Metaxas, un dittatore che si ispirava fortemente ai regimi fascisti dell'epoca e che si trovò dall'altra parte della barricata più perché non volle mettere in discussione l'alleanza con la Gran Bretagna che per convinzione ideologica. La guerra fu certamente un momento di unità nazionale (perfino l'allora segretario del Partito comunista greco Nikos Zachariadis invitò la popolazione a supportare la guerra del dittatore che pure lo aveva incarcerato), che escludeva però le minoranze nazionali slavofone, albanesi e vlacche, percepite come "quinte colonne" del nemico: parte di queste comunità vennero internate durante il conflitto, insieme a molti italiani. D'altronde, la memoria condivisa della guerra del 1940 serviva a superare il trauma di un conflitto più vicino: la guerra civile che aveva contrapposto greci di diversi schieramenti politici fino al 1949. I governi del dopoguerra cercavano poi di dare rilievo al contributo dato alla guerra mondiale dalla resistenza greca del 1940: si diffuse allora, ed è ancora discussa dagli storici, la tesi secondo cui quella guerra, ritardando l'invasione tedesca dell'URSS, avesse determinato le sorti della Seconda guerra mondiale.

Studentesse greche durante l'annuale celebrazione del “Giorno del No”
Studentesse greche durante l'annuale celebrazione del “Giorno del No”

 Se per la Grecia il 28 ottobre è fin troppo presente nella memoria della seconda guerra mondiale, e viene criticato da alcuni per i toni acriticamente nazionalisti con cui viene festeggiato, l'Italia lo ha invece altrettanto acriticamente rimosso. Quella campagna militare ha mostrato in maniera evidente l'essenza del regime che l'ha voluta: un regime fatto di vuota retorica, ignorante e disorganizzato, corrotto e criminale, perennemente in cerca di un avversario da battere, incapace di accettare il confronto. Lo fecero capire agli invasori le stesse popolazioni invase. Era usuale che al passaggio dei soldati italiani i greci canticchiassero la canzone "Stin Romi. Koroido Mussolini"(letteralmente: "A Roma. Mussolini Imbecille"), composta nel 1940 dal cabarettista Giorgios Oikonomidis sulla melodia della canzone italiana "Reginella Campagnola". Il testo della canzone, proibita dalle autorità occupanti, si prendeva gioco di Mussolini e del suo esercito per le penose sconfitte sul fronte albanese, rappresentando l'Italia come una "patria ridicola" e sottolineando come invece i greci fossero andati al fronte "con il sorriso sulle labbra" con l'intento di issare la bandiera azzurra e bianca a Roma. Un rapporto militare italiano del 1941 scriveva: i greci "si riconoscono vinti dai tedeschi ma si considerano tuttora, in certo qual modo, nostri vincitori; ci odiano profondamente e ci disprezzano... Non è raro, infatti, notare, al passaggio dei nostri militari, persone che guardano e sorridono con aria sardonica; il sentire mormorare la parola "aera", già usata come grido di battaglia; l'udire fischiettare in sordina la canzonetta satirica "Coroido Mussolini", musicata sull'aria della nostra "Campagnola"; il rilevare altre finezze con le quali la scaltra mente greca crede di poter ironizzare impunemente sugli italiani".

Perché ricordare oggi il 28 ottobre 1940? Per gli italiani potrebbe contribuire a diffondere una maggiore consapevolezza della violenza distruttiva che l'imperialismo fascista fu capace di scatenare. Non dobbiamo dimenticare - lo ricordavano bene i greci nel dopoguerra - che se non fosse stato per quella decisione, non ci sarebbe stata un'occupazione del paese né l'enorme spargimento di sangue e le sofferenze che ne seguirono. Se da un lato non bisogna cadere nell'errore di ridurre il fascismo a mera retorica, un fenomeno da operetta, d'altra parte la distanza tra progetti e realtà di quell'avventura mostrano in maniera inequivocabile il clamoroso fallimento del regime anche rispetto ai suoi stessi obiettivi di conquista. Di tutto questo però, è bene ricordarlo, non fu responsabile il solo Mussolini, ma anche i quadri più alti dell'esercito, prigionieri del mito dell'infallibilità del duce, e molti italiani che aderirono con entusiasmo a quell'avventura per poi esserne, dopo poche settimane, amaramente delusi.

D'altra parte, dal lato greco, sarebbe opportuno mettere in evidenza anche le ombre di quegli eventi, per sottrarli a una visione trionfalistica e acritica, lasciando però intatto il loro significato positivo. Soprattutto bisognerebbe far dialogare le culture della memoria di questi due paesi, spesso chiuse in visioni nazionali o nazionaliste, e che nell'anti-fascismo potrebbero invece trovare un punto di vista comune.

**********

Un'anticipazione di questo articolo è uscita il 28 ottobre 2020 su Patria Indipendente.