La ricerca storica non si processa

In Polonia è in atto una campagna governativa volta a stabilire la "verità storica" in chiave nazionalista, intimidendo gli studiosi che coraggiosamente portano avanti le loro ricerche e la loro opera di divulgazione cercando di contrastare questa visione mistificatoria. Esprimiamo la nostra solidarietà agli storici e alle storiche vittime di persecuzione giudiziaria e/o mediatica, e chiamiamo tutti gli operatori culturali a un impegno per tirare fuori Stati e politici dalla storia e dal suo racconto, nella sfera istituzionale quanto nella mediasfera.
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Il processo per diffamazione contro gli storici Barbara Engelking e Jan Grabowski è terminato con una sentenza che lascia aperti molti interrogativi. La Corte ha chiesto a Engelking e Grabowski di scusarsi con la donna che li aveva querelati per aver citato, nel loro libro Notte senza fine: Il destino degli ebrei in alcune contee della Polonia occupata, un suo zio come responsabile di una delazione che risultò nella morte di un gruppo di ebrei. Si è trattato di un caso di omonimia: il delatore citato non è lo zio della donna, ma un omonimo effettivamente esistito a cui fanno riferimento le testimonianze raccolte dai due storici. Un errore, dunque, risolvibile fuori dalle aule del tribunale. Ma è evidente che dietro a questo processo c’è dell’altro; il caso fa parte di una sistematica campagna governativa di revisionare e stabilire la “verità storica”, soprattutto quella relativa alla situazione degli ebrei nella Polonia occupata. È questo il tema della monografia di 1600 pagine dalla quale è stato estratto il breve paragrafo al centro del caso.

Il caso è senza fondamento legale, ma non è l’unico. La giornalista Katarzyna Markusk, l’autrice di un saggio dove dimostra la partecipazione dei polacchi alla Shoah, è stata interrogata dalla polizia e denunciata per avere insultato la nazione polacca. Il riferimento è a un articolo del codice penale, introdotto nel 2018, che punisce fino a tre anni di prigione appunto chi “insulta” la nazione polacca accusandola di aver causato, sostenuto o aiutato i crimini del nazismo, in primis la Shoah. L’articolo non a caso è noto come “legge Gross” dal nome dello storico Jan Gross, l’autore dello studio i I carnefici della porta accanto. 1941: il massacro della comunità ebraica di Jedwabne in Polonia e primo imputato sulla base di questa legge.

La “verità storica” è ora delegata esclusivamente all’IPN, l’Istituto per la Memoria Nazionale, munito anche di poteri di controllo sui contenuti dell’insegnamento di storia nelle scuole e nei manuali.

Un ulteriore segnale di allarme viene dalla recente nomina a direttore regionale dell’IPN di Breslavia di Tomasz Greniuch, il noto militante dell’organizzazione neofascista Falange nazional-radicale, dichiaratamente razzista e suprematista, fotografato spesso alle manifestazioni con il braccio alzato nel saluto romano.

Tomasz Greniuch, il militante neofascista ora direttore dell'Istituto per la Memoria Nazionale (IPN) di Breslavia (OKO.press; fot.: Agencja Gazeta, Wikimedia commons)
Tomasz Greniuch, il militante neofascista ora direttore dell’Istituto per la Memoria Nazionale (IPN) di Breslavia (OKO.press; fot.: Agencja Gazeta, Wikimedia commons)

Un sano rapporto con la memoria pubblica e con le radici storiche e culturali dell’appartenenza di un paese non può basarsi su presupposti nazionalisti né apriori culturali che, misconoscendo e ignorando responsabilità storiche, per quanto scomode, sgradevoli e dolorose esse siano, creino visioni unilaterali, di comodo o rassicuranti, il cui unico fine sia creare mitografie nazionali.

La pericolosità della violenza ideologica e totalitaria del nazionalsocialismo si deve in particolare al collaborazionismo, che in tutti i paesi europei ha visto la partecipazione di ampia parte della popolazione locale dei paesi occupati e annessi attiva a fianco degli occupanti, di cui si condividevano, anche solo parzialmente o opportunisticamente, idee e valori. In questo l’antisemitismo diffuso ha giocato un ruolo decisivo e si è spesso innescato sull’anticomunismo. È alquanto ipocrita, inoltre, che siano gli eredi delle culture di destra novecentesca – a geometria variabile nelle sue versioni liberale, economicista, identitaria o post-fascista – a farsi tutori di un malinteso senso dell’onore nazionale che altro non è che un’ulteriore mistificazione in termini di legittimazione del fascismo europeo e delle sue diverse incarnazioni storiche.

Lo storico Jan Grabowski e la storica Barbara Engelking
Lo storico Jan Grabowski e la storica Barbara Engelking

Proprio una severa presa di coscienza delle responsabilità nazionali in atti di violenza e crimini di guerra nel contesto internazionale – a partire dal colonialismo per arrivare ai conflitti e alle persecuzioni del Novecento – sarebbe il primo passo che ogni Stato deve compiere verso una bonifica del discorso pubblico sulla storia, senza il quale è difficile pensare la reale attuazione della giustizia sociale e della tutela dei diritti umani. Anche nell’Italia in cui viviamo e lavoriamo, in quest’epoca “sovranista”, un cumulo di frammenti identitari su basi fideistiche alimenta e produce nuova ingiustizia e nuove politiche autoritarie.

Ma più ancora di qualsiasi necessaria analisi delle zone grigie o del ruolo che uomini e donne comuni di ogni nazionalità e ceto possono aver svolto nei singoli contesti, il principio che intendiamo difendere come ricercatori, insegnanti e divulgatori di storia è quello della libertà di ricerca storiografica e di espressione dell’esito dei propri studi e delle proprie opinioni documentate.

Governi e autorità devono tenersi fuori dal discorso storico, ascoltando con attenzione quanto la comunità scientifica internazionale produce, discute ed elabora, sia nell’uso pubblico della storia che sfigura ogni realtà del passato piegandola agli interessi del presente, sia nel gesto autoritario che consiste nel disciplinare per legge le presunte “verità” ideologicamente prodotte dall’identitarismo nazionalista o dalle democrazie recitative, che caratterizzano la politica attuale.

Come già abbiamo fatto l’anno scorso e quest’anno nel caso di Eric Gobetti, esprimiamo dunque la nostra solidarietà agli storici e alle storiche vittime di persecuzione giudiziaria e/o mediatica, e chiamiamo tutti gli operatori culturali a un impegno per tenere a giusta distanza Stati e politici dalla storia e dal suo racconto: liberiamo gli archivi, i libri e le idee dalla tante gabbie dell’identitarismo, dai suoi guardiani e dai tanti ottusi ripetitori e condivisori, nella sfera istituzionale quanto nella mediasfera.


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