La ricerca del buono e del giusto”. Le poco note radici libertarie del comunismo livornese

Il 29 gennaio 1921 nasce la sezione livornese del PCd'I. 
I suoi primi mesi di vita sono sin da subito connotati da un'intensa collaborazione con le altre forze politiche e sindacali. 
Il settarismo intransigente sembra far qui difficilmente breccia: saper interrogare il fermento del primo comunismo labronico ci permette di superare letture semplificanti della realtà storica e politica, ricomponendo una memoria che, se non tutelata, può divenire facile oggetto di strumentalizzazione.

di Olimpia Capitano - 29 gennaio 2021

Livorno città aperta

«Occorre, per capire meglio, risalire alle origini della popolazione di Livorno, formata in buona parte con elementi raccogliticci, evasi, profughi, levantini, ebrei, in numero questi rilevantissimi. Educazione e religione non hanno mai fatto breccia in questo popolo, tanto che oggi il difetto principale delle masse è la mancanza di ogni puro sentimento di civismo e di attaccamento ai sentimenti del dovere, terreno fertilissimo quindi per le idee sovvertitrici».

Con queste parole si espressero i maggiori esponenti del fascismo locale, il maggior generale Giulio Corradi, il colonnello Costantino Leo e l'avvocato Emanuele Tron, durante una delle due inchieste governative che precedettero la conquista fascista della città di Livorno. Il rapporto fu inviato all'ispettore Lutrario, dopo aver riscontrato una profonda difficoltà nell'infiltrare i «quartieri popolari abitati da estremisti e simpatizzanti». La penetrazione del territorio cittadino risultò tanto ostica da dover rimarcare che «le guardie regie risentivano subito e troppo l'influenza dell'ambiente nel quale vivevano, per l'ubicazione delle caserme nei centri infetti e per il contatto continuo con gli elementi torbidi a guardia dei quali sono messe». Per l'ispettorato era dunque fondamentale «procedere a perquisizioni continue, ben preparate e meglio condotte, su interi quartieri della città contemporaneamente, in stabilimenti, sedi di associazioni, circoli politici o sedicenti apolitici». Un anno dopo, nel giugno del 1923, quando i fascisti riuscirono nella perquisizione simultanea di 240 appartamenti nel centro urbano livornese, Mussolini celebrò addirittura il fatto in senato.

Se c'è un elemento che emerge in modo evidente da questa rapida rassegna su alcuni documenti istituzionali - oltre allo sguardo giudicante e al taglio reazionario dei fascisti - è quello della tumultuosità livornese, del fervore del suo «intatto sostrato popolare».

E in effetti Livorno è una città popolare. Origini e genealogie ne disegnano un'eredità storica complessa che è quella di una realtà costruitasi nel segno della pluralità e dell'apertura verso l'altro.

A Livorno fu conferito lo status formale di città dalla famiglia dei Medici, nel 1606, ma già qualche anno prima la vivace trama della sua società iniziò a prender forma e colore. Tra 1590 e 1595 il Granduca Ferdinando, per facilitarne il popolamento, emanò dei bandi che concedevano esenzioni, immunità e privilegi a commercianti, marinai e artigiani di ogni fede e provenienza affinché si trasferissero nel piccolo insediamento lagunare. La città era aperta a tutti i rifugiati: ebrei, musulmani, greci, cattolici e ugonotti francesi. Anche schiavi e criminali erano accolti nel porto brulicante, grazie ad alcune specifiche clausole che assicuravano la cessazione di ogni indagine sul loro passato.

Sin dalle origini la peculiare conformazione del tessuto sociale di Livorno la rese simbolo dell'energia sovversiva, emblema del ribellismo.

Non si vuole qui scendere in generalizzazioni assolute, che semplificherebbero sia i complessi percorsi di una comunità attraversata da profonde differenze al proprio interno, sia le successive trasformazioni storiche della città. Ciò non toglie che quello che si può comunque dire è che Livorno è sempre stata una città ricca di contraddizioni e acute polarizzazioni, ma viva. Viva, caotica e libertaria. Viva nel fermento e nel conflitto.

E i fascisti se ne erano accorti.

La nota immagine del teatro San Marco (riproduzione di un disegno a china di Aurora Chiriaco)
La nota immagine del teatro San Marco (riproduzione di un disegno a china di Aurora Chiriaco)

A Turati come a Bombacci

Il 21 gennaio del 1921 a Livorno c'era tutta l'intensità di questo gran fermento.

La città, governata da una giunta socialista, fu scelta come sede del congresso nazionale del PSI proprio per ragioni di sicurezza, grazie all'orientamento non del tutto fazioso del prefetto: l'opzione di Firenze fu abbandonata, in seguito al dilagare delle orrende violenze squadriste e data l'evidente connivenza della polizia. Si sa che a quell'appuntamento si arrivò consapevoli della probabile frattura: le tensioni reciproche erano palpabili e malcelate.

Quando Giuseppe Emanuele Modigliani, tra i fondatori della sezione livornese del partito socialista nel 1894, deputato dal 1913, nonché uno dei più noti rappresentanti locali della frazione socialista riformista e moderata, inaugurò il congresso al Teatro Goldoni, gli attriti emersero sin da subito. Modigliani aprì il congresso porgendo il suo saluto «a Turati come a Bombacci» e fu travolto immediatamente da grida fragorose (tanto da essere ripetutamente segnalate nel resoconto stenografico): da un lato c'era chi inneggiava alla «Livorno proletaria»; dall'altro chi lo additava come traditore della causa e gli intimava di andarsi a nascondere. Lo stesso Modigliani non mancò poco dopo di concludere i suoi saluti con queste parole: 

«pensate che da taluno è considerata questa sala come una sala chirurgica, nella quale si deve portare un'amputazione dolorosa! Noi non sappiamo se a questa amputazione si arriverà; ma, in tutte le maniere, se qualcosa devesi amputare, sarebbe ciò che è marcio, ciò che non può servire a nessuno, ciò che si disdegna». 

E in effetti l'amputazione ci fu: come è noto, furono presentate tre mozioni e quella centrista risultò complessivamente vincente raccogliendo 98.028 voti; i riformisti ne presero 14.695; mentre i comunisti ne raggiunsero 58.783, certamente non pochi, pur rimanendo in minoranza. Una parte di questi ultimi abbandonò le sale del Teatro Goldoni e si recò per le 11 al Teatro San Marco, dove iniziò un'altra, lunga, complessa storia di passione e lotta politica.

L'interno del teatro San Marco
L'interno del teatro San Marco

L'intransigenza livornese

Il senso di appartenenza al partito socialista era molto radicato a Livorno, tanto che la scissione non coinvolse numeri significativi rispetto ad altre città "rosse" come Torino o Firenze. A Livorno, come altrove, in molti furono affascinati dalla radicalizzazione politica sviluppatasi tra 1919 e 1920, nel corso del biennio rosso e sull'onda delle problematiche polarizzazioni - materiali e ideologiche - che caratterizzarono il tessuto sociale del primo dopoguerra. Centrali furono le speranze suscitate dalla Rivoluzione d'ottobre, che aprirono nuovi orizzonti ideali e fissarono un riferimento concreto, presto trasformato in mito. I socialisti livornesi seppero adeguarsi a questo clima politico, cambiando i toni del discorso e alzando di molto il proprio indice di combattività. Il 7 agosto 1919 apparve su La parola dei socialisti, giornale socialista locale, un articolo titolato «Santa Russia»

«I popoli hanno inevitabilmente nella storia i loro momenti che determinano il passaggio, spesso subitaneo, da uno stato di acquiescenza cieca e staticità a un nuovo stadio di vita attiva[...] oggi posiamo affermare che la rivoluzione stessa, la pagina più fulgida di questo periodo storico di asservimenti larvati e di ipocrisie ufficiali, non deve né può morire su se stessa, ma vincerà l'invidia conservatrice esterna e interna riaffermando ed estendendo le sue più tangibili conquiste. [...] noi vi guardiamo, fiduciosi, nella emancipazione dei popoli tutti, perché l'Europa ed il mondo non siano più immersi in questa orgia di sangue e l'umanità non viva permanentemente in aberrazione».

Fu probabilmente anche grazie a questa scelta più o meno strategica, che il consenso per i socialisti continuò a crescere, confermando un radicamento territoriale che si accompagnava di per sé a una diffusa presenza di più vecchia data nelle cooperative, nel mutualismo, nelle elezioni locali al livello locale. Esistevano perciò già solide basi che avevano posto le fondamenta per la creazione di un vasto movimento di massa e di un sostegno politico difficile da scardinare. Di fatto, il 7 novembre 1920, pochi mesi prima del congresso e nonostante le già ben presenti tensioni interne, le elezioni amministrative confermarono questo radicamento: nel comune livornese 7.915 voti andarono ai socialisti, che conquistarono il 51, 95% dei consensi - l'Unione Democratica raccolse 4.219 voti, equivalenti al 29,06%; i repubblicani 1.611 voti, cioè l'11,34%; i popolari 1.086, ossia il 7,64%.

Dunque, a fronte della forza del socialismo labronico, i primi fuoriusciti verso il nuovo partito non furono molti. Dei 1107 iscritti al PSI a fine 1920, coloro che si staccarono dal PSI e aderirono da subito al PCd'I furono nello specifico 255: non una quota significativa e nemmeno una sorpresa, provenendo perlopiù da quelle stesse sezioni che avevano già partecipato al convegno della frazione socialista intransigente nel 1917. La sezione comunista nacque ufficialmente il 29 gennaio, grazie alla determinazione dei militanti, che per mesi furono senza sede e si organizzarono distribuendo copie del quotidiano «L'Ordine nuovo» e diffondendo il proprio messaggio politico, per poi riuscire a occupare alcuni locali di un vecchio ospedale fatiscente.

Ma quello non era il punto. Il punto stava nella socialità di quartiere, nelle iniziative di mutualismo organizzato che iniziarono a prendere forma tra le vie e le piazze del quartiere Garibaldi, nell'impegno quotidiano dedicato alla diffusione dell'ideale e nella tenacia con cui si presidiava ogni luogo. Con il procedere del 1921, i fascisti continuavano a farsi spazio, incalzavano e andavano contrastati.

Tradizione sovversiva e solidale

Sottolineare le specificità del comunismo livornese è importante per mettere alla prova della scala d'indagine microanalitica le grandi narrazioni sulla politica novecentesca.

Infatti, a quello che fu spesso presentato come un rigido rigore ideologico, si accompagnarono sin dall'inizio quelle intonazioni tipicamente libertarie che erano maturate attraverso il profondo legame con gli anarchici locali. Questi erano radicatissimi in città e fornirono ai socialisti intransigenti i linguaggi e le pratiche di un'idealità sovversiva e di una tradizione di solidarietà internazionalista. Visioni libertarie e rivoluzionarie, spazi condivisi e legami, li avevano portati a condividere motivi ideali e organizzativi, soprattutto negli anni a cavallo tra 1914 e 1920, tra la Grande Guerra e il biennio rosso. Le affinità tra comunisti e anarchici continuarono a essere molte e non si erosero mai del tutto. 

Perfino Amadeo Bordiga dovette farci i conti. Infatti, nonostante il suo dogmatismo e malgrado la centralità attribuita all'inquadramento su base di partito come premessa per qualsiasi azione di classe, a Livorno l'ingegnere napoletano ebbe alcune titubanze. Quando due giorni dopo l'atto costitutivo della sezione locale tenne una conferenza al Teatro San Marco, denunciando tutte le altre forze politiche, tacque in merito agli anarchici.

Nella prassi poi l'esperienza di Livorno fu atipica e si discostò dalla diffusa rappresentazione storiografica di un'assimilazione unidirezionale delle indicazioni della dirigenza nazionale, e dunque di un consenso tacito verso tutte le esortazioni che provenivano dal centro direttivo e che richiedevano una separazione totale dalle altre forze politiche. Pur mantenendo la propria impronta politica, il comunismo livornese rifiutò le rigidità settarie e fu sempre connotato da un'esplicita apertura alla collaborazione, istituzionale o sindacale, con le energie sociali che premevano dal basso.

Sappiamo ad esempio che, a scissione avvenuta, i comunisti decisero di rinnovare il proprio impegno nell'amministrazione comunale, dove erano in carica i quattro operai Gino Brilli, Ilio Barontini, Giuseppe Lenzi e Pietro Gigli. La decisione fu autonoma e in tal caso ebbe il consenso della direzione centrale. Tuttavia, Ilio Barontini, segretario della sezione, aveva già preannunciato ai socialisti la propria intenzione di continuare a collaborare ben prima di ricevere una risposta dalla dirigenza centrale.

Dario Ilio Barontini

La figura di Barontini fu molto importante nel panorama del comunismo internazionale e nazionale, ma in particolar modo rappresentò emblematicamente lo spirito del comunismo livornese. Barontini fu innanzitutto un militante antifascista, caratterizzato da un'intensa umanità e da passione e tempra politica non comuni, che gli fornirono il coraggio di recarsi ovunque il partito ritenesse utile inviarlo e ovunque apparisse prioritario sostenere attivamente e in prima persona la lotta di classe. Ricorre spesso nelle sue lettere alla famiglia la frase: «io appartengo alla causa del proletariato».

Dapprima Barontini fu membro del comitato centrale e primo segretario della sezione comunista livornese e della federazione interprovinciale Pisa-Livorno. Fu poi attivissimo nell'assetto dell'organizzazione clandestina in seguito alla repressione attuata dal regime fascista e al conseguente passaggio all'illegalità. Dopo essere stato costretto a fuggire dall'Italia, si recò come esule in Francia, per poi partire come volontario delle brigate internazionali durante la guerra civile spagnola nel 1936. Il tenace militante si recò dunque in Etiopia, dove contribuì alla resistenza armata, addestrando guerriglieri locali e combattendo strenuamente gli occupanti italiani. Successivamente proseguì la sua intensa azione di lotta antifascista, ritornando in veste di partigiano in Francia e in Italia: con il nome di battaglia «Dario» assunse il comando delle brigate d'assalto Garibaldi e divenne membro del triumvirato insurrezionale del partito comunista in Emilia. Con la fine del regime e la riaffermazione delle istituzioni democratiche Barontini continuò la propria vita politico-istituzionale come membro centrale del partito comunista, segretario della federazione comunista di Livorno, deputato alla Costituente e poi senatore.

Ilio Barontini (al centro), insieme al triestino Anton Ukmar e allo spezzino Domenico Rolla: sono loro i tre militanti comunisti inviati dal partito in Etiopia per organizzare la resistenza locale. (ISTORECO Livorno, Fondo dell'Archivio del Partito Comunista)
Ilio Barontini (al centro), insieme al triestino Anton Ukmar e allo spezzino Domenico Rolla: sono loro i tre militanti comunisti inviati dal partito in Etiopia per organizzare la resistenza locale. (ISTORECO Livorno, Fondo dell'Archivio del Partito Comunista)

«Il vero sindaco di Livorno» - così fu chiamato Barontini ne «La gazzetta livornese» del 25 gennaio 1922, verosimilmente per mettere in imbarazzo la giunta socialista e per stigmatizzare, in chiave anti comunista, il peso del neonato PCd'I - fu una figura centrale sia durante la fase legale che illegale del partito, apertasi con la sanzione delle leggi eccezionali fasciste del 1926, e orientò tutta la sua azione politica senza mai perdere l'attitudine aperta del comunismo livornese, che successivamente lo portò ad aderire alla corrente gramsciana. Nato in una famiglia di tradizione anarchica, iscrittosi poi al partito socialista e successivamente divenuto uno dei personaggi promotori della nascita della sezione comunista, orientò ogni sua iniziativa politica nel segno della cooperazione con le altre forze della sinistra, non allineandosi con visioni settarie assolute e declinando una pratica politica il cui fulcro risiedeva nella lotta antifascista condivisa e in una militanza che si poneva come obiettivo principale quello della costruzione di una società inclusiva.  

La priorità libertaria

Oltre all'episodio in cui i comunisti livornesi confermarono il proprio sostegno alla giunta socialista, ci furono altri casi in cui la sezione seguì una linea di dissenso netta rispetto a quella ufficiale promossa a livello nazionale: ciò valse ad esempio per quanto riguarda il proprio posizionamento rispetto al movimento degli Arditi del popolo. Quest'ultimo fu un movimento spontaneo e popolare che emerse e si diffuse in diversi contesti italiani, per far fronte comune contro le crescenti aggressioni fasciste che, già prima della marcia su Roma, avevano colpito sedi e militanti sindacali e legati a camere del lavoro e gruppi politici antifascisti. Almeno in linea teorica la direzione del PCd'I reagì alla nascita dell'arditismo popolare in modo piuttosto guardingo, confermando l'impostazione settaria, rimarcando l'imperativo dell'inquadramento militare a base di partito ed entrando persino in contrasto con altre correnti internazionali. A posteriori, nell'estate del 1924, come registrato nel bollettino del V congresso dell'Internazionale comunista, il dirigente tedesco Ernst Thälmann denunciò questa scelta e il suo scostamento dalle posizioni moscovite: 

«Al tempo del grande movimento degli Arditi del popolo il partito italiano ha rifiutato di trarre profitto da questo movimento popolare, sebbene Lenin glielo avesse espressamente domandato».

Ciononostante, nel luglio del 1921 Bordiga puntualizzò che l'inquadramento militare doveva rimanere assolutamente a base di partito. Ma teoria e pratica politica non rispondono sempre a un principio di perfetta aderenza, specie nel passaggio tra diversi contesti e, in tal caso, tra quello nazionale e quello locale. Nello specifico, a Livorno ci fu una buona risposta politica alle prime iniziative spontanee antifasciste e progressivamente venne strutturata un'organizzazione basata su cinque squadre composte da cittadini volontari e da 200 comunisti, 100 socialisti, 90 anarchici e 110 repubblicani: quattro furono a base di partito ma agirono attraverso azioni coordinate e collaborative; una fu a composizione mista ed ebbe il compito di dislocarsi in città per non permettere il passaggio di fascisti da alcune delle vie principali. La forte presenza di militanti politici nei quartieri, assieme alla sua trasversalità e alla comune matrice popolare, permise un'azione difensiva e offensiva diffusa, nel segno della massima collaborazione tra organizzazioni e forze diverse. La realtà movimentista cittadina spiccò per la capacità di mescolarsi velocemente nella folla, nei quartieri operai, riuscendo spesso a sfuggire ai fascisti e alle forze di polizia, che altrettanto spesso furono bersagliati da utensili, pentole e oggetti di ogni genere, scagliati dalle finestre e dalle abitazioni nelle strade sottostanti. Questi episodi erano una dimostrazione dei legami forti e organici con la comunità operaia, con la quale i militanti comunisti condividevano il desiderio di lottare contro le aggressioni fasciste e le minacce che queste rappresentavano per la libertà di tutte e tutti.

La darsena di Livorno nei pressi della Stazione Marittima e i suoi Navicelli
La darsena di Livorno nei pressi della Stazione Marittima e i suoi Navicelli

Dal punto di vista sindacale furono proprio i comunisti livornesi a promuovere attivamente la nascita di un comitato funzionale a coordinare ogni azione politica di opposizione al fascismo, il cosiddetto «comitato di difesa proletaria», che già nel marzo del 1921 contava esponenti di camera del lavoro, della locale sezione dell'USI (Unione Sindacale Italiana), socialisti, anarchici e comunisti di varie leghe, associazioni e formazioni giovanili.

Aperture e tensioni

Tantissimi furono i conflitti esterni e interni alla sezione, che si trovò spesso divisa tra esigenza di collaborazione e problematico scostamento dalla linea dettata dagli organismi centrali. Spesso questo implicò un po' di ambiguità e in molte lettere inviate a membri di altri gruppi politici o di organizzazioni sindacali a maggioranza socialista si possono riscontrare dichiarazioni che, se da un lato offrivano la disponibilità alla cooperazione, dall'altro tendevano a sottolineare con decisione le relative condizioni: collaborazione sì, ma attraverso preventive e costanti mediazioni di partito (nella scelta dei soggetti e delle modalità d'azione sindacale ad esempio) e al fine esclusivo di incentivare l'azione tra le masse. Tuttavia, queste tensioni continuarono a risolversi attraverso la scelta di una causa antifascista comune e di una lotta di prima linea condivisa e caratterizzata da episodi di collaborazione più o meno organizzata. Comunisti e socialisti livornesi riuscirono persino a trovare candidati comuni alla camera del lavoro e proseguirono in sinergia la lotta sindacale dentro le fabbriche. A questa i comunisti accompagnarono però un'intensa azione di propaganda gestita da gruppi a base di partito.

Solo negli anni più difficili della dittatura fascista, quando la scelta della clandestinità operata dal PCd'I comportò mutamenti nella complessiva impostazione organizzativa del partito, anche i comunisti livornesi si trovarono a serrare le proprie fila, a scapito della collaborazione con le altre forze politiche. Se si analizza la storia del comunismo livornese si trattò tuttavia di un momento circostanziato, delicatissimo, probabilmente contraddittorio, ma più rappresentativo di un'eccezionalità che non della regola.

Una memoria scomoda?

Quanto emerge dalla ricerca sulle specificità della realtà livornese rende evidente come la complessità della lettura politica non possa lasciar spazio ad alcuna forma di generalizzazione assoluta, tanto più nel rapporto tra dimensione internazionale, nazionale e locale. Ci svela poi il difficile rapporto tra ideologia e prassi politica, tra ciò che si dice di essere e ciò che si può concretamente fare. Rappresentazione e sostanza delle cose possono tranquillamente viaggiare su binari opposti, o cambiare percorsi e rincontrarsi per vie traverse: spesso non traspare con evidenza nella rappresentazione, attraverso la memoria pubblica, cosa sia stata quella complessa realtà che fu il "comunismo italiano" - complice anche la rilettura della storia del PCd'I delle origini nella interpretazione togliattiana, che sembrò contrapporre il partito originario del 1921-23 alla svolta gramsciana del 1924-26, spesso trascurando come si articolarono differenziate esperienza locali. Tralasciare le specificità comporta la semplificazione e questa implica rischi di diverso tipo. 

Il passato si trasforma in memoria collettiva dopo essere stato selezionato e reinterpretato secondo le sensibilità culturali e convenienze politiche del presente e occorre chiederci quali esse siano.

Un proverbio africano citato dall'antropologo Marco Aime afferma che «quando la memoria va a raccogliere rami secchi, ritorna con il fascio di legna che preferisce». Non è possibile (e nemmeno desiderabile) negare il carattere costruttivo e delicato della memoria, ma possiamo ricercare nel fatto storico un punto da cui partire, per ovviare distorsioni e semplificazioni

In più il passaggio dalla semplificazione alla demonizzazione politicamente strumentale, benché non immediato, non è niente di nuovo e i comunisti lo sanno bene. Occorre ricordarsi di questo sia quando si pensa alla strumentalizzazione retorica di quel periodo e successiva, trasversalmente protagonista della propaganda anticomunista condotta da forze politiche liberali come conservatrici, sia quando si pensa alle trasformazioni e alle divisioni che hanno coinvolto l'evolversi della storia della sinistra nazionale. A partire dall'affermazione del partito di Togliatti nel secondo dopoguerra, l'enfasi data all'approccio gramsciano si è retoricamente sostenuta sulla promulgazione di una pubblicistica costruita attraverso toni molto duri contro un primo comunismo presentato come rigidamente dogmatico e poco attivo in senso antifascista. Benché queste asserzioni possano trovare alcuni riferimenti nelle espressioni più ideologiche del comunismo originario, ciò non toglie che rispondano a una visione assolutizzante, lontana dalla lettura delle esperienze politiche coeve e che senz'altro trascura le realtà locali e la loro composita pratica politica.

Lo studio della scena livornese a suo modo aiuta anche a comprendere questo. Permette di capire che, al di là di un'effettiva rigidità ideologica originaria, la realtà delle dinamiche sociali, politiche e umane era ed è più complessa di ogni sua narrazione. Ciò che traspare è la presenza nel tessuto popolare della città labronica del cuore pulsante di un nucleo forte, ideale genuino, libertario, ribelle e soprattutto autenticamente antifascista.

E fu anche questa compresenza di elementi a permettere maggior elasticità politica, sempre con in mente la priorità della lotta antifascista e dell'interesse imprescindibile delle battaglie delle classi popolari. Tali orizzonti furono strenuamente inseguiti attraverso il radicamento sul territorio e nella società e grazie alla rapidità di coordinamento dell'azione comune. C'era una sinergia forte tra dimensione ideale, ragione sociale e capacità di confronto e cooperazione tra le forze della sinistra livornese. C'erano visioni del mondo, volontà collettive e alcuni punti comuni più concreti, da cui partire insieme e che, forse, oggi più che mai dovrebbero essere recuperati come riferimenti per una sinistra che è così attenta a prendere le distanze dal proprio passato, da non porsi nemmeno il problema di poter ricercare nelle proprie origini degli strumenti utili per ripensare una ragion d'essere sociale e politica. Quella del primo comunismo è una memoria fondante, ma è stata e resta una memoria scomoda. È stata una memoria difficile (ma possibile) da gestire per trovare una collocazione entro le istituzioni democratiche ed è una memoria complessa da affrontare a fronte delle trasformazioni storiche in atto, della dissoluzione della sinistra contemporanea e degli erosi legami con i suoi motivi ideali originari di inclusività e uguaglianza sociale nella costruzione di una progettualità futura.

Se c'è ancora un ultimo aspetto esemplare dell'esperienza livornese è l'immagine che ci dà del conflitto sociale. Pur vivendo di contraddizioni Livorno ci ricorda che dal fermento e dal conflitto nasce sempre qualcosa. È il rifiuto del conflitto che rende immobili, che priva di orizzonti. Sebbene il fascismo distrusse in gran parte l'organizzazione comunista sul territorio già entro il 1926, molti militanti continuarono ad agire attivamente, proseguendo attraverso un percorso di conflittualità radicale, sia all'interno della sinistra, come strumento costruttivo e rivolto alla costruzione di spazi di collaborazione e resistenza comune; sia contro ogni espressione dell'oppressione fascista. Questo fu anche il caso individuale di Barontini, che ingaggiò una lotta a livelli inediti, in Italia e all'estero, mosso dal forte sentimento politico e dalla fiducia in una visione di futuro costruibile soltanto attraverso la lotta antifascista.

Ilio Barontini durante la guerra civile spagnola (il quarto da sinistra). Da Mario Tredici, "Gli altri e Ilio Barontini. Comunisti livornesi in Unione Sovietica", ETS, Pisa, 2017
Ilio Barontini durante la guerra civile spagnola (il quarto da sinistra). Da Mario Tredici, "Gli altri e Ilio Barontini. Comunisti livornesi in Unione Sovietica", ETS, Pisa, 2017

E in fondo questa visione libertaria e la centralità data alla dimensione collettiva ci vengono ricordate dalle sue stesse parole che, lontano ormai esule, dirigente di partito, militante e combattente antifascista, scrisse in alcune lettere alla famiglia: «non mi è stato possibile rinunciare ai miei ideali che hanno avuto la precedenza anche su voi, non vogliatemene. Io vi voglio bene». La sua priorità era sempre stata la lotta rivoluzionaria, per soddisfare, con le sue parole, il suo «unico scopo di vivere che è sempre stato la ricerca del buono e del giusto».

Parole che risuonano ancora oggi nel cuore di chi sa scegliere da che parte stare.


Una versione in lingua inglese di questo articolo compare sulla rivista Jacobin (https://jacobinmag.com/)