La Resistenza che c'era e che non c'è. Storie di anarchici, sottoproletari, internazionalisti

Nel quadro delle commemorazioni del 25 aprile, manca uno sguardo che sappia includere anche coloro che, pur ai margini o fuori dal CLN, seppero dare un contributo importante alla liberazione del paese e offrirono un esempio efficace di coerenza tra ideale e azione.

di Marco Meotto - 25 aprile 2020

Lapide anarchica a Carrara (fonte: www.resistenzatoscana.org)
Lapide anarchica a Carrara (fonte: www.resistenzatoscana.org)

"Quando parliamo di azione rivoluzionaria pratica, cioè di piazza, ben poco divide la nostra azione da quella di tutti gli altri rivoluzionari; e pur di arrivare ad abbattere il fascismo ci troveremo fianco a fianco, sebbene non cercate, anche quelle correnti rivoluzionarie che hanno per finalità la restaurazione democratica liberale [...], e con tutti i partiti più o meno autoritari. Infatti se scoppia un moto rivoluzionario, anche se fosse provocato dalla nostra azione, e se i partiti autoritari e le masse vi prendessero parte, nessuno si sognerebbe di domandar loro perché combattono, essendo il fascismo il primo caposaldo da demolire".

Hanno le idee chiare i libertari che si incontrano a Sestri Levante nel giugno del 1942. Mussolini è al potere da vent'anni e i militanti di lungo corso del movimento anarchico sono ormai decimati.

Molti sono caduti nelle reti dell'Ovra. Altri, dopo essere accorsi in Spagna per difendere la rivoluzione sociale, sono finiti sotto il fuoco incrociato di franchisti e stalinisti. Chi tra questi è scampato alla limpieza dei falangisti o alle purghe degli sgherri della GPU, è rimasto intrappolato nei campi profughi in Francia. Ma il movimento anarchico ha imparato da tempo come rialzarsi. Nel congresso ligure del 1942, mentre si sta discutendo della nascita di una Federazione Comunista Libertaria, prende parallelamente corpo l'idea di promuovere un "Fronte Unico dei Lavoratori": un'alleanza rivoluzionaria rivolta a tutte le forze antifasciste che guardano alle classi lavoratrici. Anche se Mussolini sembra solidamente al potere, il suo tramonto è già iniziato: in Grecia, in Albania, in Jugoslavia le forze partigiane non danno tregua alle truppe di occupazione italiane. Senza l'aiuto tedesco il Duce sarebbe già crollato.

Gli anarchici lo hanno capito. Loro - che anni prima avevano provato ad abbattere il tiranno con l'azione diretta, con gli attentati - ora si preparano a ingrossare le fila di un'opposizione che silenziosamente cresce. A volte basta una scintilla: e la primavera del 1943 sembra annunciare l'incendio.

Augusto Castrucci, anarchico a capo dei ferrovieri milanesi
Augusto Castrucci, anarchico a capo dei ferrovieri milanesi

Marzo 1943 tra spontaneismo e organizzazione

Una grande spallata al regime fascista arriva con gli scioperi nelle grandi città industriali del nord nel marzo 1943. La regia capillarmente più diffusa è quella delle cellule comuniste, ma non sono i soli a incitare alla rivolta. A Milano si distingue l'attività di organizzatore sindacale dell'anarchico Augusto Castrucci. È lui a ricostruire, clandestinamente, una delle organizzazioni di categoria, quella dei macchinisti ferrovieri, tra le più combattive nelle lotte sul lavoro.

Il ruolo degli agitatori e delle organizzazioni, fossero pure anarchiche, non deve essere sopravvalutato. C'è anche molto spontaneismo in questa ondata di scioperi. La lotta è sociale, prima ancora che politica. La guerra significa razionamento, bombardamenti e figli, mariti o fratelli che partono per fronti lontani, da cui non giungono notizie rassicuranti. In alcuni distretti industriali il malcontento circola dalla fine del 1942: accade negli stabilimenti metalmeccanici di Torino, in quelli chimici di Milano, come nelle acciaierie liguri e toscane.

L'eco delle agitazioni oltrepassa la censura e arriva anche nelle isole di confino politico, dove fremono gli antifascisti condannati dal Tribunale Speciale. Si inizia a respirare un'aria diversa: "E vedi che ora tocca a lui, e va giù. Vedi che cade", si mormora pensando al crapùn, al ceruti, a pasta-e-fagioli - i tanti nomi che gli antifascisti davano a Mussolini.

25 luglio 1943: statua di Mussolini abbattuta
25 luglio 1943: statua di Mussolini abbattuta

25 luglio, una festa?

Quel giorno arriva. Non è la scintilla della rivolta che in molti auspicano. È una faccenda di palazzo - è il 25 luglio - ma in strada sembra un carnevale in piena estate. Euforia, giubilo, nonostante la guerra continui e i bombardamenti pure. Si distruggono i simboli del fascismo, si saccheggiano le case littorie. E pur nel clima di gioia, c'è chi ci rimette la vita. Accade, ad esempio, nella cintura torinese, a Rivoli, già il 26 del mese. Il guardiano della locale Casa del Fascio spara sui manifestanti: gli antifascisti Giuseppe Neirotti e Severino Piol rimangono sul selciato. Va molto peggio a Bari, dove gli anarchici assaltano le carceri per liberare i detenuti e la forza pubblica del governo Badoglio risponde con il fuoco: i morti sono 23, i feriti oltre sessanta. Ancora a Torino, irrompendo alle Carceri Nuove, qualcuno, forse più lungimirante, fa incetta di armi. Sono reti amicali, più che politiche, di giovani anarchici e socialisti che mettono da parte pistole, fucili, bombe a mano: forse già lo sanno che ce ne sarà bisogno.

A Pistoia gli operai della fabbrica San Giorgio, roccaforte libertaria, circondano la questura e ottengono la scarcerazione del leader sindacale Silvano Fedi.

Badoglio capisce che bisogna concedere l'amnistia, almeno per i prigionieri politici delle forze più moderate. Ventotene si svuota pian piano, ma a fine agosto gli anarchici sono ancora sull'isola. La lasceranno ai primi di settembre, quando lo scenario sta per cambiare nuovamente.

8 settembre. Tempo di scelte, tempo di anarchia

"Dopo l'8 settembre, la dissoluzione dello Stato e della legalità genera in molti smarrimento e desiderio di restaurazione, ma da altri viene vissuto con entusiasmo, come un'occasione di libertà [...]. Il primo significato di libertà che assume la scelta resistenziale è implicito nel suo essere un atto di disubbidienza. Non si trattava tanto di disubbidienza a un governo legale, perché proprio chi detenesse la legalità era in discussione, quanto di disubbidienza a chi aveva la forza di farsi obbedire. Era cioè una rivolta contro il potere dell'uomo sull'uomo, una riaffermazione dell'antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù. C'è un aspetto di anarchismo nel senso che tutti sono costretti a comportarsi un po' come se fossero anarchici, anche se non hanno mai sentito parlare di Malatesta o di altri teorici."

Claudio Pavone, il cui contributo è stato cruciale nell'offrire nuove chiavi di lettura alla storia della Resistenza, proponeva, nel 1993, in un'intervista concessa ad A-Rivista anarchica, delle significative considerazioni sullo spirito anarchico della scelta partigiana. Sottolineava anche "una anarchia spontanea nel tipo di organizzazione che viene data alle bande partigiane, soprattutto nella fase iniziale".

Ma, oltre allo spirito, la presenza anarchica effettiva di militanti nelle formazioni della resistenza non fu certo marginale. In alcune aree, come la Liguria, la Toscana, il Milanese e l'Emilia-Romagna, la presenza libertaria aveva sufficiente radicamento da poter costituire autonome unità combattenti: si possono citare le brigate "Bruzzi-Malatesta" operative a Milano e nel Pavese o i battaglioni "Gino Lucetti" e "Michele Schirru" formatisi in Lunigiana, già all'indomani dell'8 settembre. Altrove la presenza anarchica è documentata nelle socialiste "Matteotti", come nelle comuniste "Garibaldi" e finanche nelle formazioni "Giustizia e Libertà".

Spesso ci sono carismatici anarchici alla guida di formazioni partigiane di varia estrazione che poi, solo in seguito, nella costruzione e sedimentazione della memoria, saranno ricordate come politicamente ben orientate.

Possiamo seguire la nascita torinese dei GAP, i Gruppi di Azione Patriottica, che resteranno, in seguito, scolpiti nella memoria collettiva per le pagine scritte dal comunista Giovanni Pesce. Eppure i primi gappisti a Torino sono Dario Cagno, un anarchico, e Ateo Garemi, un comunista, che uccidono il 25 ottobre 1943 un seniore della milizia fascista. Un delatore li denuncerà e saranno fucilati due mesi dopo. Ma se a Garemi viene intitolata addirittura una brigata Garibaldi, di Cagno quasi si perde il ricordo. Così come avviene per l'azione solitaria, sempre a Torino, di un altro anarchico, Alessandro Brusasco, forse il primo partigiano della città. Siamo appena alla fine di settembre del 1943 quando questo cameriere diciottenne di origine astigiana decide in autonomia di lanciare delle bombe, probabilmente rubate il 25 luglio, su un posto di blocco delle SS naziste, appostate nel centro della città. Catturato e torturato, muore gettandosi dalle scale della propria abitazione il 27 settembre 1943.

Oppure si possono seguire le vicende dell'istriano Michele Turcinovich, la cui vita potrebbe riempire interi romanzi d'avventura. Nativo di Pola, emigra in Argentina negli anni Venti dove entra nell'organizzazione anarco-sindacalista del FORA. Poi ritorna in Europa, prima in Belgio e in Francia e quindi in Spagna. Qui è attivo nella CNT, per conto della quale sarà reclutatore di volontari nella "Columna Ascaso" - nota anche come "Colonna Rosselli -, nel 1936, all'inizio della guerra civile, che per gli anarchici significa anche rivoluzione sociale. Tornato in Italia, è confinato a Ventotene e ottiene la libertà solo a ridosso dell'8 settembre. Ritorna nella sua Istria dove entra a far parte delle forze della resistenza jugoslava, ma poi - per evidenti dissidi politici - abbandona la regione. Lo ritroviamo, instancabile, a Genova, dove organizza la resistenza degli operai dell'Ansaldo, dando vita alla brigata SAP "Malatesta": così stimato da essere uno dei pochi anarchici a essere invitato a prendere parte al CLN di una grande città industriale.

Seguire le traiettorie biografiche degli anarchici nelle Resistenza aiuta a decostruire alcune narrazioni, spesso retoriche e sclerotizzate, che poco rendono giustizia alla complessità e alla stratificazione di significati della lotta antifascista. Non sono solo gli anarchici a essere "esclusi" nella rappresentazione pubblica: lo sono spesso state istanze a forte connotazione rivoluzionaria e di classe che, seppur minoritarie sul piano complessivo nei rapporti di forza, avevano localmente grande radicamento.

Giugno 1944: partigiani di "Bandiera rossa" festeggiano la liberazione di Roma
Giugno 1944: partigiani di "Bandiera rossa" festeggiano la liberazione di Roma

Rosse bandiere a Roma e a Milano

È il caso del Movimento Comunista d'Italia a Roma, che pubblica la rivista clandestina "Bandiera Rossa" e che contende al PCI l'egemonia della resistenza romana. Forte di circa 2500 aderenti, questo gruppo rivoluzionario contestava la linea moderata impartita da Togliatti ai comunisti: la lotta contro l'occupante nazista e contro il fascismo doveva essere, secondo i rivoluzionari romani, il primo passo verso la rivoluzione del proletariato. Eterogeneo nelle sue componenti fondatrici - bordighiani, sinistra socialista, comunisti, ex anarchici - l'MCI-Bandiera Rossa metteva insieme intellettuali e appartenenti alle classi popolari. Le sue roccaforti erano alcune borgate romane, in particolare il rione Ponte e il Quarticciolo, dove Guido Albano, detto "il gobbo", aveva reclutato quei ragazzi del sottoproletariato che sapevano dare filo da torcere ai nazisti con azioni mordi e fuggi. Sono in pochi a ricordare che, dei 335 fucilati nella rappresaglie delle Fosse Ardeatine nel marzo del 1944, 52 erano militanti di Bandiera Rossa.

Il primo numero del giornale partigiano di Roma "Bandiera Rossa", organo del Movimento Comunista d'Italia
Il primo numero del giornale partigiano di Roma "Bandiera Rossa", organo del Movimento Comunista d'Italia

"Contro il mio parere, la maggioranza del gruppo dirigente del PSIUP accettò la politica di unità nazionale. Viste le vane speranze di poter modificare questa scelta dall'interno del partito, preferii recuperare la mia libertà d'espressione, uscendo dal partito e fondando Bandiera Rossa."

Sono parole di Lelio Basso che, a Milano, dà clandestinamente alle stampe un giornale partigiano dal nome identico a quello popolare nelle borgate di Roma. Sono esperienze che non entreranno mai in contatto diretto, ma che restano unite dalla comune ostilità alla politica del fronte nazionale portato avanti dal CLN. A questo la sinistra socialista, così come i comunisti radicali di Roma, preferirebbe un Fronte unico dei lavoratori, non diversamente da quanto teorizzavano gli anarchici a Genova sin dal luglio del 1942. Abbandonando temporaneamente il Partito socialista, Lelio Basso darà vita prima al Movimento di Unità Proletaria e poi al Fronte Proletario Rivoluzionario. Sarà Pertini a persuadere Basso a rientrare nel Partito, pur su posizioni fortemente critiche soprattutto verso l'interclassismo idealistico degli azionisti e nei confronti della politica togliattiana che ha condotto alla svolta di Salerno.

L'altra "Bandiera Rossa", quella diretta a Milano da Lelio Basso
L'altra "Bandiera Rossa", quella diretta a Milano da Lelio Basso

Internazionalisti, integralisti

Nel nord-ovest industriale la scena della sinistra di classe è davvero varia. Sono le aree in cui il proletariato che abita le borgate e le cinture operaie è un vero e proprio soggetto collettivo autonomo. Anche se gli operai riconoscono alle forze politiche del CLN, soprattutto nella fase finale della guerra, un sostanziale primato, non mancano forze alternative. Ai bordighiani del Partito Comunista Internazionalista che, sulla rivista Prometeo, fanno appello affinché la classe operaia rifiuti nettamente il nazionalismo patriottico, si affiancano i "proto-operaisti" de Il Lavoratore, fortissimi nell'organizzare operaie e operai nell'area a ovest di Milano. È qui - a Magenta, a Saronno, a Legnano, a Gallarate - che nel gennaio del 1944 gli scioperi inchiodano la produzione. La repressione nazista, che scavalca le autorità della Repubblica Sociale, è feroce: un centinaio di operai, accusati di essere agitatori sindacali sono deportati in Germania.

I fratelli Mauro e Carlo Venegoni, fondatori de Il Lavoratore, provano a prendere contatto con i comunisti torinesi di Stella Rossa, con i quali condividono la critica nei confronti della dirigenza del PCI. Nella lotta in corso - è il punto di vista che il gruppo milanese e quello torinese condividono - vi sono solo due tappe: la prima è la battaglia contro il fascismo, la seconda, e conseguente, è la guerra alla borghesia capitalista. In questo senso l'unità nazionale con i liberali e con i cattolici è un errore gravissimo.

Va da sé che i comunisti di Togliatti, intenti a conquistarsi l'egemonia tra i lavoratori, non possono permettersi critiche da sinistra. Pietro Secchia, sulla stampa del PCI, accusa incredibilmente queste fazioni - che hanno avuto decine di militanti deportati - di essere al servizio dei tedeschi. In un articolo intitolato Il sinistrismo maschera della Gestapo si leggono parole che riportano all'orecchio l'eco di quanto già accaduto in Spagna nel 1937 con il Poum. Nel giugno del 1944, Temistocle Vaccarella, esponente di punta del gruppo torinese di Stella Rossa, si reca a Milano per stringere accordi con gli altri gruppi della resistenza operaia. Non farà mai più ritorno a Torino: una mano ignota lo ha assassinato.   

Il moro delle Ferriere

Restiamo a Torino per chiudere questo affresco sulle pagine meno ricordate della Resistenza. È qui che troviamo Ilio Baroni, operaio, anarchico, ma stimatissimo dai compagni di tutte le tendenze politiche. È lui che comanda la VII brigata SAP di Torino, nei giorni decisivi dell'insurrezione. Quella che per gli operai inizia già il 18 aprile del 1945 con il grande sciopero che deve paralizzare la città. Ma per Torino la Liberazione è un bagno di sangue. Il 25 aprile la città è tutt'altro che liberata, con i nazisti che vogliono aprirsi la via di fuga con i carri armati e i fascisti che praticano un feroce cecchinaggio dai tetti. I repubblichini hanno sperimentato i franchi tiratori a Napoli e poi a Firenze. Secondo i più fanatici Torino deve diventare una nuova Alcazar e i cecchini imperverseranno fino ai primi di maggio. Ma questo accade soprattutto in centro. Nelle borgate operaie a nord della città si tratta invece di difendere le fabbriche sotto il tiro dei nazisti. È qui, mentre infuria una feroce battaglia, che Ilio Baroni, detto il "moro delle Ferriere", viene colpito da un proiettile in fronte e spira. È il 26 aprile del 1945. A Torino la resistenza era cominciata con un anarchico solitario, si chiude con un altro anarchico alla guida di una squadra di operai partigiani.

Lapide di Ilio Baroni a Torino
Lapide di Ilio Baroni a Torino