La libertà a contratto: servi e schiavi nel Settecento illuminista

Dove sta il confine tra libertà e schiavitù? Uno sguardo all'età moderna tra servi bianchi nelle Americhe e schiavi africani in Europa. 

di Marco Meotto - 20 marzo 2020


Servi bianchi raccolgono il tabacco in una piantagione ( 1722. NLM/Science Source - www.wams.nyhistory.org/)
Servi bianchi raccolgono il tabacco in una piantagione ( 1722. NLM/Science Source - www.wams.nyhistory.org/)

Servi a contratto

Nel Seicento e nel Settecento, vuoi per esilio forzato, allettamenti, promesse e menzogne, vuoi per rapimento o per il loro stesso urgente bisogno di sfuggire alle condizioni di vita del paese in cui erano nati, i poveri che andavano in America divennero merci, occasioni di profitto per i mercanti, i trafficanti, i capitani di navi e, in seguito, per i loro padroni nel nuovo continente. [...]

Dopo la firma del contratto (indenture) con il quale si impegnavano a ripagare il passaggio in nave lavorando alle dipendenze di un padrone per cinque o sette anni, gli immigrati venivano spesso rinchiusi fino alla partenza, per impedire fughe. [...]

Il viaggio verso l'America durava otto, dieci o dodici settimane, e i servi erano ammassati nelle navi secondo la stessa ricerca fanatica del profitto che distingueva le navi negriere.

Nel nostro immaginario è inscritta l'idea che l'emigrazione verso le Americhe rappresentasse, per quanto faticosa e pericolosa, la prospettiva della conquista di maggiori opportunità. Lo storico statunitense Howard Zinn fa chiarezza al riguardo. Il popolamento europeo dell'America del Nord è avvenuto anche per mezzo degli indentured servants, cioè i servi a contratto. Come funzionava questo meccanismo?

Esistevano "imprenditori" che avevano compreso che le grandi aziende agricole d'oltremare - che si trattasse di grosse fattorie o di piantagioni poco importa - avevano bisogno, almeno in fase di avviamento, di un grande flusso di manodopera poco costosa. Già, ma come reperirla? In Europa c'erano grandi masse di "miserabili", ossia nullatenenti che vivevano di espedienti, vagabondando da un'opportunità di lavoro all'altra, dedicandosi all'accattonaggio e, in generale, riversandosi nelle grandi città. A volte si trattava di contadini che avevano perso la terra indebitandosi, oppure di donne e uomini provenienti da regioni in cui i cattivi raccolti si erano susseguiti per anni, in altri casi ancora potevano essere artigiani la cui bottega era fallita. La folla dei "diseredati" componeva una matassa inestricabile di storie personali, ma tutte avevano in comune il bisogno di sbarcare il lunario: ecco che la promessa di trovare la salvezza di là dell'oceano induceva molti a sottoscrivere un contratto di servitù. Altri erano costretti a farlo con la forza, sotto la minaccia di essere rinchiusi in case di correzioni per vagabondi. Nello stesso arco di tempo in cui si sta sviluppando la tratta negriera dall'Africa prende piede anche il commercio di uomini e donne europee. Fino alla metà degli anni Ottanta del Settecento, ci dicono le stime degli specialisti, almeno il 50% degli europei che approdavano nell'America del nord era costituito da servi a contratto.

Era un fenomeno comune alle aree di insediamento inglese, francese e olandese. Questo accadeva anche perché il fenomeno della tratta dei neri era, almeno fino all'inizio del Settecento, controllato in prevalenza dai portoghesi che avevano i propri mercati di vendita della merce umana soprattutto nell'America centrale e meridionale. Così le potenze dell'Europa del nord si servivano di servitù bianca.

Zinn ci spiega che le condizioni di viaggio non erano poi diverse da quelle delle navi che salpavano, cariche di schiavi dall'Africa. E sulle piazze delle colonie in America i servitori provenienti dall'Europa venivano battuti all'asta in modo non diverso da quanto accadeva ai loro simili con la pelle più scura. E come questi ultimi subivano le angherie del padrone e i vincoli che questi poneva alle loro decisioni: ad esempio vigeva il divieto di sposarsi senza il suo consenso.

Un annuncio bandisce l'asta di "servi a contratto in buona salute" prevista per il 25 maggio del 1774 a Richmond in Virginia
Un annuncio bandisce l'asta di "servi a contratto in buona salute" prevista per il 25 maggio del 1774 a Richmond in Virginia

Società meticce

La grossa differenza stava nel fatto che il vincolo con il padrone per gli indentured servants era temporaneo. Durava cinque-sette anni in cambio del viaggio in America, di un alloggio, di un modesto vitto e pochi altri agi. Si impegnavano a lavorare duramente per poter riscattare la propria libertà: alcuni ricevevano a saldo un piccolo capitale di avviamento o un pezzo di terra. La maggior parte, però, restava un dipendente salariato anche una volta sciolto il vincolo servile: a dieci anni dall'ottenimento della libertà, la maggior parte dei servi non possedeva terre.

Così, sulle coste atlantiche delle colonie inglesi in America, si ingrossano le fila dei poveri che iniziano a praticare la stessa vita di molti loro simili europei. Le cronache dell'epoca li descrivono come uomini e donne «sporchi e pigri, rozzi, ignoranti, volgari e spesso criminali» che «rubavano e vagabondavano, mettevano al mondo bastardi e corrompevano la società con malattie ripugnanti».

Non era raro che i servi affrancati si mescolassero talora con una nascente società meticcia, fatta di nativi e schiavi neri fuggiaschi. Accadeva nelle città portuali, o nell'entroterra nelle zone più impervie meno controllate dagli ufficiali coloniali, ma anche tra le ciurme delle navi. Secondo il punto di vista dei coloni benestanti erano aggregazioni di "gentaglia", "canaglia", in inglese erano spesso detti "motley crew", delle "ciurme meticce" che si ritaglieranno un ruolo determinante nella storia del Settecento atlantico.

Servi a contratto in procinto di imbarcarsi su una nave
Servi a contratto in procinto di imbarcarsi su una nave

In cerca di libertà

«La Francia, soprattutto la capitale, è diventata un mercato pubblico dove si vendono uomini al miglior offerente: non v'è borghese o lavoratore che non abbia il suo schiavo negro». Queste sono le parole che Guillaume Poncet de La Grave, procuratore del re, scrive all'ammiragliato di Francia nel 1762. Di nuovo, la nostra consolidata visione del passato sembra vacillare: non siamo forse abituati a pensare che il lavoro schiavistico degli africani fosse un fenomeno relegato alle Americhe?

Sin dal Seicento in Inghilterra e in Francia erano stati introdotti uomini e donne provenienti dall'Africa. Le stime di metà Settecento ci parlano di circa 15.000 persone nel primo caso e di poco più di 5.000 nel secondo. Numeri non enormi, ma comunque significativi.

Il problema, ma al contempo l'opportunità, che si pone per questi "immigrati involontari" in Europa è quello della condizione giuridica. Sbarcati sul continente come "schiavi", di fatto possono facilmente sperare di affrancarsi, poiché le leggi francesi e inglesi, pur con sistemi di riferimento diversi, non prevedono istituzione schiavistica se non nelle colonie.

Ecco che nell'opinione pubblica dei due paesi iniziano a farsi strada, minoritarie ma risolute, correnti di pensiero che invocano l'uguaglianza delle prerogative giuridiche anche per chi proviene dall'Africa. È questo ciò che spaventa Poncet de La Grave e che lo induce a scrivere all'Ammiragliato di Francia, non certo il numero di africani presenti nel paese.

Passeranno quindici anni e il regno francese si doterà, nel 1777, di una legge - la Déclaration du roi pour la police des noirs - che renderà impossibile la naturalizzazione di qualunque persona di colore introdottasi in Francia. Nonostante il contesto culturale dell'illuminismo, è il segno che il cammino verso l'uguaglianza sarà ancora lungo.

Il dispositivo del re per la "polizia dei neri" rende di fatto impossibile la naturalizzazione di qualunque schiavo deportato in Francia.
Il dispositivo del re per la "polizia dei neri" rende di fatto impossibile la naturalizzazione di qualunque schiavo deportato in Francia.