La “guerra ai monumenti”. Gli attentati sudtirolesi contro i simboli del dominio italiano in Alto Adige

07.01.2021

Il 1961 sudtirolese è il Bomben Jahr, "l'anno delle bombe": siamo all'apice di un'offensiva volta soprattutto a cancellare l'opera di sacralizzazione e di fascistizzazione delle frontiere nazionali che il regime aveva messo in atto nel ventennio. Se negli ultimi anni si è cercato di risemantizzare le tracce del passato fascista sulla regione di confine, l'eredità degli attentati continua tuttavia a causare conflitti che ancora oggi mostrano le linee di faglia della convivenza impossibile tra due opposti nazionalismi.  

di Davide Leveghi - 7 gennaio 2021

Il monumento al “Genio italico” (o "Aluminium Duce") ridotto in frantumi dall’attentato del gennaio 1961
Il monumento al “Genio italico” (o "Aluminium Duce") ridotto in frantumi dall’attentato del gennaio 1961

Riverso nella neve, il busto di Mussolini rappresentava uno dei più iconici frammenti della statua di alluminio mandata in frantumi in quella notte di fine gennaio del 1961. Nel Bomben Jahr, "l'anno delle bombe", la guerra lanciata dai Freheitskämpfer ("i combattenti per la libertà") sudtirolesi avrebbe toccato l'apice durante la tradizionale "Notte dei fuochi", quando le montagne brulicano di devoti del Sacro Cuore di Gesù che illuminano l'oscurità con le immagini composte mediante barattoli di cera e gasolio. L'obiettivo dell'attentato alla statua costruita di fronte alla centrale idroelettrica Montecatini di Ponte Gardena, però, non aveva lo scopo di colpire l'economia nazionale o di far scattare la sollevazione popolare contro uno Stato considerato come invasore. Era un atto simbolico contro la persistente memoria del fascismo, che in Alto Adige inestricabilmente si intrecciava con quella della stessa presenza italiana.

Colpendo l'Aluminium Duce, si mandava in frantumi un odiato simbolo del dominio italiano, posto dal fascismo a suggellare il "genio italico" che in Alto Adige aveva portato progresso ed industrializzazione. Non a caso, in tutta la lunga stagione terroristica sudtirolese, gli atti dinamitardi contro i monumenti avrebbero rappresentato un punto cardine della lotta lanciata dal Befreiungsausschuss Südtirol, il "Comitato di liberazione del Sudtirolo", contro lo Stato italiano. Tutto era cominciato con la profanazione della tomba di Ettore Tolomei, a seconda delle opposte visioni il "becchino" o il "padre" dell'Alto Adige. Sepolto nel cimitero di Montagna, il primo botto avrebbe echeggiato quando il nazionalista roveretano era ancora in vita. Per sua volontà, infatti, il sepolcro era già stato costruito, rigorosamente a nord, di modo tale che "potesse vedere l'ultimo tedesco ripassare le Alpi". Dopo l'attentato del '47, la tomba venne fatta saltare altre due volte, nel 1957 e nel 1979.

Nel 1959, anno in cui gli attentati sconfinavano nella vicina provincia di Trento colpendo il Mausoleo di Cesare Battisti, a divenire oggetto della dinamite sudtirolese fu invece il monumento dedicato alla Divisione alpina "Val Pusteria", impegnata nella campagna coloniale abissina, noto ai più come il Monumento all'Alpino o Kapuziner Wastl. Inaugurato nel 1938, l'alpino, rivolto verso nord, doveva simboleggiare il sacrificio compiuto dai soldati italiani di lingua tedesca e ladina caduti per la grandezza dell'Impero. Abbattuto per una prima volta nel travagliato post-8 settembre, quando le province di Trento, Bolzano e Belluno vennero di fatto annesse al Reich nella Zona d'operazione delle Prealpi, e ricostruito nel dopoguerra dall'Associazione Nazionale Alpini, subì numerosi attentati che ne polverizzarono le imponenti dimensioni. Nel 1966, considerato simbolo del dominio italiano, venne fatto completamente a pezzi, ricostruito e nuovamente fatto esplodere alla fine degli anni '70, lasciando intatto solamente il busto (in un periodo più recente venne distrutta la penna del cappello).

Oggetto di diversi attentati, cominciati anche in questo caso al tempo dell'occupazione nazista, quando le erme dei "martiri dell'irredentismo" Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa vennero abbattute, fu nondimeno il più odiato simbolo della presenza italiana, quel Monumento alla Vittoria voluto da Mussolini e costruito dall'architetto del regime Marcello Piacentini. Eretto tra il 1926 e il 1928 sul cantiere di un memoriale ai Kaiserjäger caduti nella guerra contro il Regno d'Italia, il grande arco dominato dalla Vittoria alata e dalla beffarda (per i tedeschi) scritta latina Hic patriae fines siste signa. Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus ("Qui sono i confini della Patria. Poni le insegne! Da qui educammo gli altri alla lingua, al diritto, alle arti"), nonostante le simbologie palesemente fasciste si trasformò nel dopoguerra nel simbolo dell'italianità dell'Alto Adige, teatro di tutte le celebrazioni ufficiali, dal 4 novembre al 25 aprile. Per questo, oggetto di diversi attentati dinamitardi e scenario di opposte manifestazioni nazionalistiche, venne protetto con la costruzione di una ringhiera che ne impediva l'accesso.

Tra i simboli della presenza italiana in Alto Adige colpiti dalla dinamite sudtirolese non potevano mancare i sacrari della Grande Guerra, collocati ai confini - in zone dove tra l'altro il conflitto non era nemmeno passato. Eretti dal regime su tutto il fronte italo-austriaco, gli ossari rappresentarono uno strumento di sacralizzazione delle frontiere nazionali, trasformati poi in spettacolari scenari delle celebrazioni e dei rituali della Nazione italiana. Quello di Burgusio, a pochi passi dal lago di Resia, al valico che dalla Val Venosta porta alla Svizzera, fu oggetto di almeno tre esplosioni, di cui l'ultima, avvenuta nel 1982, lasciò impressa una macabra immagine di teschi e resti umani sparsi dalla violenza del botto. Nel montare un ordigno contro quel simbolo della falsificazione fascista della memoria della Grande Guerra, il 9 ottobre 1964 avrebbe perso la vita un attivista, Friedrich Rainer, dilaniato dallo scoppio improvviso.  

Le immagini successive all’attentato all’Ossario di Burgusio (Passo Resia) dell’ottobre 1982
Le immagini successive all’attentato all’Ossario di Burgusio (Passo Resia) dell’ottobre 1982

La "Battaglia dei monumenti" come costante nella storia tirolese

La regione storica del Tirolo d'altronde non era nuova all'utilizzo dei monumenti (e alla loro distruzione) come strumento di rivendicazione nazionale. Nella seconda metà dell'800, la cosiddetta "battaglia dei monumenti" vide impegnate le diverse associazioni di stampo nazionale in uno scontro "a colpi di statue"; tali schermaglie etniche ebbero i momenti più significativi nell'erezione a Bolzano del monumento al trovatore tedesco Walther von der Volgelweide (1889) e del monumento a Dante Aligheri a Trento (1896), la cui mano, protesa verso nord, doveva "fermare" il montante pangermanesimo. Durante il periodo fascista, inoltre, diversi furono gli interventi, sempre ardentemente caldeggiati dall'instancabile Tolomei, per eliminare alcuni monumenti considerati "scomodi". E così, oltre allo spostamento nel 1935 di Walther dalla centralissima piazza del Duomo (in cui verrà ricollocato solo nel 1985), si ebbe ad esempio la distruzione della fontana del Re Laurino, posta lungo la passeggiata del Talvera. Raffigurante l'eroe germanico Dietrich (Teodorico) nell'atto di soggiogare il re delle Dolomiti Laurino (allegoria della vittoria germanica sui popoli latini), la statua venne vandalizzata e ridotta in pezzi in una notte del luglio 1933, provocando l'euforia del Tolomei - nel 1994, ricostruita e recuperata da un museo di Rovereto, venne ricollocata nella piazza della stazione, ora piazza Silvius Magnago.

Con l'eccezione della statua equestre di Ponte Gardena, la cui testa del cavallo è conservata in un museo di Innsbruck, tutti i monumenti sunnominati sono accomunati da un destino che li sottrae dal loro passato divisivo. Grazie a diverse iniziative, infatti, tutte queste reliquie del passaggio del fascismo in Alto Adige da oggetto di attentati sono divenuti oggetto di storicizzazioni, che in maniera più o meno innovativa hanno cercato di contestualizzarne ragioni e vicende, permettendo ad una popolazione divisa secondo linee etniche di guardare al passato senza acredine, con senso storico e critico. È all'inizio degli anni '10 del nuovo millennio, infatti, che il Monumento all'Alpino di Brunico, il Sacrario di Burgusio (e con questo quelli di Colle Isarco, vicino al Brennero, e di San Candido, vicino al confine con il Tirolo orientale) e il Monumento alla Vittoria finiscono al centro di progetti indirizzati a contestualizzarli, problematizzandone la storia e il conflitto di memorie che suscitano. All'entrata degli ossari viene montata una tabella esplicativa, non senza reazioni da parte della destra italiana, che considera quei luoghi sacri e intoccabili. Una targa redatta da uno storico di lingua italiana (Giorgio Delle Donne) ed uno di lingua tedesca (Stephan Lechner) viene invece approvata dal Consiglio comunale di Brunico e montata sulla base del monumento di Piazza dei Cappuccini, mentre l'esperimento più interessante - tanto da avere riconoscimenti internazionali - riguarda l'arco di Piacentini. È il 2010 quando un progetto dell'Archivio storico della città di Bolzano (di cui fanno parte storici come Hannes Obermair e Andrea Di Michele) volto a musealizzare e depotenziare il Monumento alla Vittoria prende piede. Nella cripta si costruisce un percorso espositivo, inaugurato nel 2014, dal titolo "Un monumento, una città, due dittature": qui il visitatore può gratuitamente percorrere un'esposizione che racconta la traiettoria storica della città di Bolzano e dell'intero Alto Adige, affrontando il pesante portato del passaggio in questa terra dei due totalitarismi neri del '900.

Se da una parte dei luoghi della memoria particolarmente problematici venivano depotenziati mediante gli strumenti della storicizzazione (altrettanto valido e ancora più complesso il discorso sul bassorilievo di Hans Piffrader in piazza del Tribunale, sempre a Bolzano), dall'altra l'eredità degli attentati continua a rappresentare materia di conflitto. Basti pensare alla commemorazione annuale organizzata in onore di Sepp Kerschbaumer, primo leader del Bas, nel cimitero che ne ospita le spoglie, ad Appiano, frequentata dalle diverse componenti del separatismo sudtirolese, comprese le frange della Südtiroler Volkspartei (il partito di raccolta della minoranza tedesca, al governo dal 1945 e protagonista del processo autonomistico) più ammiccanti verso la destra tedesca.  

Il monumento all’Alpino di Brunico (o "Kapuziner Wastl")
Il monumento all’Alpino di Brunico (o "Kapuziner Wastl")

I monumenti italiani, d'altronde, non rappresentarono che uno dei bersagli della dinamite separatista, non il più importante ma sicuramente uno dei più simbolici. Le case popolari costruite per le classi più povere di lingua italiana, i tralicci che portavano l'energia elettrica alle grandi industrie italiane, le ferrovie che connettevano la penisola al resto d'Europa; e ancora le stragi e le sparatorie contro la presenza militare italiana, segnarono ben più marcatamente la difficile convivenza tra i gruppi linguistici in Alto Adige. Il conflitto, d'altro canto, avrebbe sforato i confini provinciali, portando morte e paura anche fuori dalla problematica provincia di Bolzano. La "guerra dei monumenti" coinvolse anche delle cellule eversive italiane, gravitanti attorno alle sigle più note del terrorismo nero che avrebbe seminato il terrore a partire dagli anni '60. Il 23 settembre 1963, un manipolo di neofascisti provocò una vittima e dieci feriti in un attacco esplosivo congiunto a un cavo di una funivia, un monumento e una salina ad Ebensee, in Alta Austria. I monumenti ad Andreas Hofer, l'eroe tirolese per eccellenza, protagonista della rivolta contro le truppe napoleoniche del 1809, rappresentarono il bersaglio prediletto (a Merano, a Mantova, dove venne fucilato, al Monte Isel, luogo simbolo dell'insorgenza tirolese).

Al giorno d'oggi, pertanto, le diverse memorie convivono nel ricco e pacificato Alto Adige. Ma le divisioni producono ancora estemporanei sfoghi, di cui gli opposti nazionalismi si rendono protagonisti. Qui, la "guerra ai monumenti" ha visto delle prime valide soluzioni ai nodi più problematici. Ma molto rimane ancora da fare.