La «democrazia difficile». Una lettura del compromesso storico

15.05.2020

Non è possibile sfogliare l'album storico, politico e sociale degli anni Settanta senza analizzare la proposta berlingueriana del «compromesso storico» e la relativa politica dei "tempi lunghi" di Aldo Moro, le cui elaborazioni si scontravano con i limiti sanciti dal sistema della Guerra fredda.  

di Andrea Mulas 15 maggio 2020

Gli anni Settanta tra confitti e dialogo

Nel dibattito nazionale gli anni Settanta (convogliati nei binari del trentennio 1960-'80) rappresentano lo snodo della storia repubblicana, ancora oggi assai controverso - «la nostra memoria mancata» l'ha definita a ragione Giovanni Moro   - ma sicuramente ricco di pagine, avvenimenti, incroci, zone grigie su cui riflettere anche per individuare i prodromi della parabola politica degli anni Novanta. Ciclicamente nel corso degli ultimi venti anni, da punti di vista diversi, storici, giornalisti, intellettuali, ex militanti sono tornati a rianimare lo scontro e il confronto tra analisi interpretative e piste investigative, quasi come fossero strumenti paritetici da cui muoversi per schiarire le zone d'ombra che insistono su diverse vicende storiche. Gli episodi negli anni bui della «strategia della tensione» da cui partire non mancano per analizzare quella che nel discorso di presentazione alle Camere del governo Dc-Pri nel dicembre 1974 Aldo Moro definì con incredibile lungimiranza una «democrazia difficile», ipotizzando l'alternanza al governo del Paese di diverse maggioranze. Il chiaro riferimento era ai difficili, controversi e osteggiati rapporti tra la Dc e il Pci nel quadro della Guerra fredda.

Nell'Italia stretta nella morsa di un risorgente neofascismo strisciante, trame eversive, servizi segreti deviati, manipolazioni e attentati terroristici il faticoso dialogo a distanza tra le due maggiori forze democratiche parlamentari venne inaugurato dal segretario Berlinguer con le pubblicate su "Rinascita" in tre diversi celebri articoli nel settembre-ottobre 1973. L'esperimento del socialismo cileno - per la commistione di cause nazionali e ingerenze internazionali - aveva fallito e traendo la lezione proprio dai limiti della drammatica esperienza politica della coalizione delle forze di sinistra dell'Unidad popular guidata dal presidente Allende, il segretario aveva deciso di lanciare la proposta di un «compromesso storico» tra le forze interessate alla difesa della democrazia italiana (in realtà la nuova linea politica del Pci era già stata delineata al congresso di Milano del 1972 che lo aveva eletto segretario). Il suo nucleo fondamentale risiedeva nell'affermazione della «necessità non soltanto di larghe alleanze sociali, ma anche di un determinato sistema di rapporti politici, tale che favorisca una convergenza e una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari, fino alla realizzazione tra di esse di un'alleanza politica». Guardando al Cile, secondo questa analisi, comunisti e socialisti insieme non potevano sperare di governare il paese con il 51% dei voti o poco più, al contempo la Democrazia cristiana rappresentava un partito che non si sarebbe dovuto vedere come una «categoria astorica», ma come una realtà «non solo varia ma assai mutevole»; in poche parole poteva essere convinta a collaborare con le sinistre nella difesa delle istituzioni repubblicane.

Nel corso degli anni la storiografia più volte è tornata ad analizzare la proposta berlingueriana, sottolineandone gli errori tattici e i limiti strategici, ma come ha giustamente fatto notare Aldo Agosti, questa «prima versione» del «compromesso storico» aveva un «carattere prevalentemente difensivo» e solo in seguito Berlinguer l'avrebbe arricchita di contenuti più ambiziosi, auspicando un superamento del capitalismo attraverso l'introduzione di «elementi di socialismo» nell'economia, oltre al fatto che si presentava con una dimensione non limitata all'orizzonte nazionale, bensì destinata a investire la politica europea e mondiale. Il segretario lo aveva chiarito al XIV congresso: «la strategia del compromesso storico va oltre la questione della partecipazione comunista al governo è [...] una linea valida al di là della formazione di una nuova maggioranza, una linea idonea ad affrontare e risolvere correttamente e positivamente i problemi più pressanti del paese».

Moro e Berlinguer, Roma 1977 (fonte: www.aldomoro.eu)
Moro e Berlinguer, Roma 1977 (fonte: www.aldomoro.eu)

Al di là dei blocchi: la primavera di Praga, il socialismo di Santiago del Cile

Con questa proposta il segretario comunista intendeva incunearsi nella logica della divisione bipolare che contrapponeva i due emisferi, cercando di dare una conformazione nuova e inedita sia al governo nazionale che alla politica internazionale dei comunisti italiani. Il cosiddetto «superamento dei blocchi» era inviso tanto al Dipartimento di Stato statunitense quanto ai comunisti sovietici. Al di là delle teorie complottiste, è un fatto che il 3 ottobre 1973 a Sofia, di ritorno da un incontro tesissimo con il capo dei comunisti bulgari, lungo la strada per l'aeroporto la vettura su cui viaggiava Berlinguer incorse in un violento incidente stradale e per pura casualità il mezzo non precipitò dal cavalcavia. Il segretario ne uscì illeso e la notizia, comunicata al presidente del Consiglio Rumor e al ministro degli Esteri Moro, trapelò con un'intervista rilasciata a "l'Unità" dalla vedova di Berlinguer solo nel 1991. Secondo lo storico Giuseppe Vacca «si può fondatamente ritenere che i servizi segreti bulgari, d'intesa con quelli sovietici, pensassero di fermare Berlinguer simulando un incidente stradale». Un avvenimento che oggi consideriamo "minore", ma che avrebbe sicuramente modificato il corso delle politiche nazionali e internazionali qualora avesse avuto un diverso epilogo.

Questo era il clima da "guerra fredda" nel quale si muoveva la politica di avvicinamento tra Moro e Berlinguer, tra il mondo comunista e quello democristiano, tra porzioni maggioritarie della società fino ad allora ostili. Un contesto caratterizzato al contempo da forti tensioni sociali (si pensi alla crisi petrolifera, alla "legge sulla casa", al referendum sul divorzio, alla crisi recessiva, alla Legge n. 194 sull'interruzione volontaria della gravidanza) e atti terroristici, tanto che sono state calcolate solo dalla strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) fino alla metà del 1972, ben 271 esplosioni dinamitarde. Come ha recentemente sottolineato Benedetta Tobagi citando Norberto Bobbio, la «degenerazione del nostro sistema democratico» che caratterizzò quegli anni passò anche per la bomba di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974) fino a culminare nei tragici eventi del 1978. In generale, negli anni Settanta, hanno rilevato Marcello Flores e Nicola Gallerano, «vi fu un intreccio originale e per certi versi inedito tra sovversivismo sociale e richiesta di espansione delle libertà civili, la cui ampiezza e la cui portata non si riducevano alle proteste e alle forme di lotta cui davano luogo».

Non è possibile ripercorrere tutti gli episodi politici e non, su scala nazionale o internazionale, che hanno marcato e inciso in diversa misura sulla politica italiana degli anni Settanta. Il lessico politico targato «compromesso storico» si faceva sempre più incisivo mano a mano che Moro e Berlinguer intrecciavano la tela del superamento della conventio ad excludendum e dell'inevitabile allontanamento da Mosca in chiave democratica: «non sfiducia», «attenzione dovuta», «confronto interessante», «politica di distensione», «terza fase», «convergenze parallele». Questi passi fecero progressivamente alzare la soglia di attenzione anche da parte di alcuni paesi Nato. Per delineare il delicato contesto entro cui si muovevano i due leader, merita fare riferimento ad un'approfondita ricerca di pochi anni fa di Andrea Ambrogetti che ha fatto emergere la documentazione intercorsa tra il Dipartimento di Stato guidato da Kissinger e il Foreign Office britannico. Spicca tra tutte il paper "Italy and communists: options the West - Secret" (aprile 1976) nel quale si prendevano in considerazione alcune opzioni, «mezzi di persuasione e dissuasione», nel caso di inclusione di ministri comunisti nel governo: «La libertà delle potenze occidentali di prendere azioni contro lo sviluppo di partiti comunisti in occidente è dovuta alla necessità di rispettare e proteggere i principi e gli interessi fondamentali che crediamo siano minacciati dal comunismo, sia nella forma dell'Unione Sovietica, sia in quella di partiti comunisti occidentali».

La divisione geopolitica degli emisferi rappresentava lo scacchiere entro cui muoversi, e due episodi fortemente simbolici avevano tracciato le linee di confine.

Sia il massiccio intervento sovietico di Praga nell'agosto 1968 che aveva represso le riforme di Dubček (la più imponente operazione militare che avesse avuto luogo in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha rilevato Agosti), che il violento colpo di Stato cileno nel 1973 che aveva soffocato la scoordinata ma democratica «transizione al socialismo» allendista, avevano chiaramente dimostrato l'illusorietà della speranza di un'evoluzione democratica dei paesi comunisti e contemporaneamente la scarsa propensione dell'Occidente ad incoraggiare e sostenere processi di questo tipo. I fatti cileni parlavano chiaro: anche all'interno dell'emisfero "democratico" il cambiamento politico incontrava un confine oltre il quale nell'epoca della Guerra fredda non era lecito spingersi.  

Treno Italicus (fonte: www.ilrestodelcarlino.it)
Treno Italicus (fonte: www.ilrestodelcarlino.it)

Il paese mancato

La sera del 15 marzo 1978 in via Chiana, a Roma, tramite un emissario Moro rassicurò Berlinguer che si sarebbe fatto «personalmente garante che il rinnovamento andrà avanti nonostante la lista di governo che ha dovuto tener conto di tutte le correnti della Dc» e lo esortò a non cambiare «la linea decisa, passando sopra i nomi di alcuni uomini». Mancavano poche ore all'insediamento del nuovo governo Andreotti, un monocolore democristiano sostenuto anche dai voti parlamentari del Pci. Stava cadendo la conventio ad ecludendum che per trentuno anni aveva reso incompiuta la democrazia italiana. Il Pci tornava a far parte della maggioranza di governo. Poche ore dopo, intorno alle 9 di mattina del 16 marzo 1978, il presidente del Consiglio nazionale della Dc veniva rapito. A partire da quest'avvenimento la storia repubblicana avrebbe intrapreso strade diverse da quelle faticosamente ricercate fino ad allora.

I lineamenti del "paese mancato" (per dirla con Guido Crainz) sono contenuti nell'ultima intervista rilasciata dal presidente Moro a Eugenio Scalfari il 18 febbraio e pubblicata postuma, nella quale, pur rinnovando la sua contrarietà al «compromesso storico», ammetteva la possibilità di associare il Partito comunista «al governo insieme a noi e alle altre forze democratiche». In altre parole sarebbero potute coincidere, per la prima volta nella storia repubblicana, l'area di legittimità costituzionale, l'area di maggioranza e l'area di governo. Chiusa la stagione della "solidarietà nazionale" Craxi aprì alla Dc e iniziò uno scontro ideologico «ossessivo», così lo definì Bobbio, con i comunisti.  

via Mario Fani, 16 marzo 1978 (fonte: www.archivioluce.com)
via Mario Fani, 16 marzo 1978 (fonte: www.archivioluce.com)