La "Conquista" delle epidemie

10.04.2020

Per secoli la storiografia ha divulgato un'interpretazione euro-centrica della Conquista del Nuovo Mondo, che fu caratterizzata in realtà dalla scomparsa di intere civiltà precolombiane a causa del diffondersi di cicli epidemici e della barbarie dei conquistadores.

di Andrea Mulas - 10 aprile 2020

La storia ci insegna che le ondate epidemiche hanno ciclicamente caratterizzato la storia mondiale. Ne è un esempio il vaiolo, una delle più antiche malattie note dell'uomo, della cui esistenza ci sono prove che ci rimandano a oltre 3000 anni or sono in Egitto: la testa mummificata di Ramsete V, che morì nel 1157 a.C., mostra un'eruzione pustolare che può essere stata provocata dal vaiolo. Gli studiosi ritengono che la malattia possa essere esistita in alcune zone dell'Asia all'incirca allo stesso tempo e sembra sia penetrata in Cina verso il 50 a.C., per poi spostarsi grazie alle rotte commerciali e raggiungere Roma dove uccise milioni di cittadini dell'impero fra il 165 e 180 d.C. e diffondersi in alcune parti d'Europa alcuni secoli dopo fino ad apparire in Africa occidentale nel X secolo.

Va detto che le epidemie di peste e vaiolo, insieme agli attacchi di morbillo, influenza, difterite, tifo, febbre tifoide e altre malattie, dilagavano frequentemente nelle città europee uccidendo tra il 10 e il 20 per cento delle popolazione ogni volta che colpivano.

Per affrontare un'analisi che superi lo stampo eurocentrico della ricerca storica è necessario soffermarsi sulle responsabilità dei popoli europei nella diffusione (inconsapevole) delle epidemie e sulla pratica (intenzionale) dei continui massacri che flagellarono il Nuovo Mondo a partire dal XVI secolo.

L'assedio di Tenochtitlan
L'assedio di Tenochtitlan

I numeri del genocidio

La conquista del continente americano offre l'illustrazione più chiara del ruolo delle malattie nella storia del mondo. Come sottolineato anche dal demografo Massimo Livi Bacci, non furono l'unico motivo che permise agli europei di sopraffare facilmente le popolazioni indios, altri fattori determinanti sono individuabili nel progresso tecnico, nell'organizzazione politica e nella scrittura. Ma lo storico Tzvetan Todorov fa notare che «l'effetto delle armi da fuoco e dei cavalli non può essere misurato direttamente in base al numero delle vittime»: l'ordine di grandezza dell'impatto epidemico è invece evidente.

È però indiscutibile che con il procedere della conquista la visione paradisiaca dell'America che Colombo trasmise all'Europa venne ben presto distrutta.

«Catastrofe demografica» (Rouquié), «distruzione delle Indie» (Bartolomé de Las Casas), «genocidio» (Todorov), «olocausto americano» (Stannard): queste sono solo alcune delle definizioni più celebri. Per dare soltanto un'idea globale del fenomeno delle conseguenze della scoperta delle Indie Occidentali, si può ritenere che nel 1500 la popolazione del globo fosse dell'ordine di 400 milioni di abitanti, 80 dei quali residenti in America. Verso la fine del XVI secolo, di questi 80 milioni ne restavano 10. Un conteggio che fa riferimento solo agli indigeni, senza tenere conto delle vittime importate, cioè della "tratta dei negri" dal 1517, per cui si devono aggiungere altri 30-60 milioni di morti, a partire dal loro prelevamento nel continente africano.

Si calcola che le malattie importate dagli europei sterminarono circa il 95% della popolazione indigena precolombiana. Ad eccezione della sifilide nessun'altra malattia di rilievo compì il viaggio inverso dal Nuovo Mondo all'Europa.

I killer più efficaci delle popolazioni americane furono i germi portati dagli europei, ai quali i nativi non erano mai stati esposti, e ai quali non avevano sviluppato resistenze immunitarie o genetiche: gli indios morivano per vaiolo, morbillo, influenza, tifo, difterite, malaria, orecchioni, pertosse, peste e tubercolosi.

Gli agenti patogeni importati dalla Spagna si diffusero implacabili tra i popoli nativi: «Morivano così tanti indiani che era impossibile tenere il conto», scrisse Francisco de Oviedo.

Tra gli spagnoli essere crudeli era una regola generale

La prima e misteriosa epidemia frutto dello «scambio colombiano» (secondo l'illuminante definizione dello storico Alfred W. Crosby), dalle cause ancora non completamente chiarite, si verificò nel gennaio 1494 nell'isola di Hispaniola e colpì sia l'equipaggio di Colombo che i nativi. Allo stesso tempo, ovunque giunsero durante il loro viaggio d'ispezione, i predatori spagnoli, malati, armati e accompagnati da cani feroci addestrati a uccidere, devastarono le comunità locali obbligandole a fornire cibo, donne, schiavi e tutto ciò che loro desideravano. Colombo rimase malato per mesi e nel frattempo i suoi soldati vagabondarono incontrollati.

Tornato al comando, l'Ammiraglio radunò le truppe armate e iniziò le spedizioni nelle terre ignote uccidendo migliaia di nativi, come riportato dal missionario Bartolomé de Las Casas nella sua Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie (1552):

 «Una volta che gli indiani erano nel bosco, il passo successivo consisteva nel dividersi in squadre e seguirli e, quando gli spagnoli li trovavano, li massacravano senza alcuna pietà, come pecore al macello. Tra gli spagnoli essere crudeli era una regola generale; non semplicemente crudeli, ma straordinariamente crudeli, in modo che il trattamento duro e spietato impedisse agli indiani di considerarsi esseri umani o anche solo di pensare per un minuto. Tagliavano le mani a un indiano e le lasciavano penzolare attaccate a un ultimo brandello di pelle e poi gli dicevano: 'Va' ora, dai la notizia al tuo capo'. Provavano la lama delle loro spade e la loro forza virile sugli indiani catturati e scommettevano su chi sarebbe riuscito a tagliare la testa di un indiano o a dividerne in due il corpo con un unico colpo. I capi catturati venivano bruciati o impiccati»

Le crudeltà degli spagnoli, illustrazioni di Théodore de Bry
Le crudeltà degli spagnoli, illustrazioni di Théodore de Bry

La popolazione di Hispaniola, che contava 8 milioni di abitanti allo sbarco di Colombo nel 1492, secondo i principali studiosi del campo, nel 1535 era stata ridotta a zero da epidemie e massacri. Lo stesso destino toccò ai nativi delle terre del mar Caraibico. In pochi anni un'intera civiltà di milioni di persone, che da migliaia di anni vivevano in quelle terre, era stata sterminata. L'attenzione degli spagnoli si rivolse quindi alle regioni del Messico e dell'America centrale. Era la volta della splendida città di Tenochtitlán.

Tra epidemie e conquiste

Hernan Cortés sbarcò con 600 uomini in Messico nel 1519 con l'obiettivo di conquistare il bellicoso impero degli aztechi governato da Montezuma. Nella truppa, oltre a «dieci cannoni pesanti, quattro pezzi leggeri chiamati falconetti e una buona scorta di munizioni» e sedici cavalli, c'era uno schiavo malato di vaiolo. Il bacillo era apparso per la prima volta nel Nuovo Mondo nel 1518 sull'agonizzante isola di Hispaniola. In meno di un secolo la popolazione messicana crollò da 25 milioni del 1519 a poco più di 1 milione nel 1605.

La «guerra batteriologica» - per dirla con Todorov - che colpì gli aztechi fu l'arma in più dei conquistadores; morì quasi la metà della popolazione azteca, tra cui l'imperatore Cuitláhuac (fratello e successore di Montezuma), risparmiando gli spagnoli, quasi a mostrare la loro invulnerabilità. Scrisse il cappellano e biografo di Cortés, Francisco López de Gómara, che «si diffuse da un indiano all'altro e, poiché erano così numerosi e mangiavano e dormivano insieme, contagiò rapidamente tutto il paese. Molte case rimasero completamente disabitate: poiché era loro abitudine farsi il bagno per curare ogni disturbo, fecero lo stesso con il vaiolo e furono stroncati dalla malattia».

E prosegue: 

«E poi venne la carestia, non a causa della mancanza di pane, ma di farina, infatti le donne non facevano nient'altro che macinare il mais tra due pietre e cuocerlo. Poi le donne si ammalarono di vaiolo, il pane finì e molti morirono di fame. I cadaveri puzzavano in modo così disgustoso che nessuno li seppelliva; le strade erano piene; si dice che gli ufficiali, per rimediare a questa situazione, abbiano demolito le case per coprire i cadaveri». 

Sembra che l'epidemia durò due mesi, durante i quali Cortés avanzò nella regione bruciando villaggi e città.

Dopo che il successore di Montezuma morì di vaiolo, il nuovo sovrano oppose una strenua resistenza alle forze ispano-indie e l'assedio - per i mezzi impiegati, la ferocia della lotta (il cannibalismo sui morti divenne abituale), e la durata (quasi tre mesi) - fu epico e il maggiore di tutta la storia coloniale americana. Tenochtitlán cadde ad agosto del 1521. Morirono cinquanta spagnoli e decine di migliaia di aztechi, principalmente di fame. Raccontò con dovizia di particolari Cortés

«Decisi di penetrare in città il giorno seguente poco prima dell'alba e di distruggere il più possibile [...] e assalimmo moltissimi individui. Poiché molti erano solo disperati in cerca di cibo, in maggioranza donne e bambini, erano quasi tutti disarmati. In tutte le strade che riuscimmo a raggiungere uccidemmo e distruggemmo con tale foga che i morti e i prigionieri furono più di ottocento»

Tenochtitlan, murales di Diego Rivera
Tenochtitlan, murales di Diego Rivera

Più di trecentomila morti in una sola città, il cuore dell'impero azteco aveva cessato di esistere.

Non era che l'inizio. I predatori spagnoli conquistarono e imprigionarono i popoli che vivevano nel resto del Messico e negli odierni stati di Guatemala, Belize, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica. In Honduras centocinquantamila persone furono ridotte in schiavitù, in Nicaragua mezzo milione di persone erano state deportate come schiave. La conquista di Panamá iniziò nel 1510 e si calcola che in quattro decenni vennero uccisi quasi due milioni di indiani.

Non è stato sempre possibile risalire alle cause primarie dell'estinzione di interi popoli, se dovuta da malattie diffusesi prima dell'arrivo degli spagnoli, dai massacri o da ondate virali che hanno debilitato le popolazioni divenute inerti davanti le lance dei conquistadores.

La prima documentata epidemia arrivò in Perù solo nel 1546, quando le devastazioni operate dagli europei erano già molto avanzate. Già dal 1532 il conquistador Francisco Pizarro a capo di 168 uomini aveva iniziato la conquista dell'impero incaico, lo stato più popoloso, ricco e avanzato del Nuovo Mondo, che sarebbe terminata l'anno successivo.

La stessa epidemia che devastò gli Inca determinò la scomparsa della civiltà dei pellerossa del Mississipi prima dell'arrivo dei coloni francesi. Hernan de Soto, il primo europeo a calpestare quelle terre nel 1540, si trovò di fronte a villaggi abbandonati in cui tutti gli abitanti erano morti. Alla fine del XVII secolo quando arrivarono i coloni francesi, la locale civiltà indiana era ormai estinta.

Ciclicamente i popoli nativi vennero falcidiati da ondate epidemiche, oltre che dalle diverse forme di schiavitù. Così nel 1552, 1154, 1556, e ancora nel 1559 fino al 1561, le malattie epidemiche introdotte dagli europei dilagarono nelle città coloniali logorando gravemente i corpi indeboliti degli schiavi indigeni i cui antenati non avevamo mai vissuto simili pestilenze. E' stato calcolato che nel periodo compreso fra il 1520 e il 1600 si verificarono quattordici epidemie in Messico e addirittura diciassette in Perù.

La barbarie colonizzatrice preannuncia l'avvento dei tempi moderni

Nel frattempo la schiavitù e i lavori forzati continuavano, la carneficina non era conclusa.

Dopo la conquista spagnola, un indiano dello Yucatàn così scriveva del suo popolo e dei tempi felici che avevano preceduto l'arrivo degli europei:

«Allora non c'erano malattie e nessuno aveva le ossa doloranti, la febbre alta, il vaiolo, il petto in fiamme, i dolori addominali, la debilitazione e il mal di testa. A quel tempo l'esistenza degli uomini era tranquilla. L'arrivo degli stranieri ha cambiato le cose».

Al di là dei numeri del genocidio, il latinoamericanista Alain Rouquié ha sottolineato che «per le società autoctone, e principalmente per le più organizzate e centralizzate, l'arrivo degli europei e il crollo degli imperi, con il significato religioso che gli indigeni attribuirono a tali eventi, provocarono una vera e propria disintegrazione culturale. Tutti i sistemi di valori nei quali si inscriveva la vita quotidiana, sia in campo politico, sia morale e religioso, esplosero». Si evince chiaramente da una missiva di Cortés a Carlo V riferita alla città di Cholula: «I nativi mi hanno chiesto di recarmi colà perché molti dei loro capi sono morti per il vaiolo che attualmente infuria in queste terre e nelle isole; costoro, assicurandomi la loro approvazione e il loro consenso, desiderano che io nomini altri capi al posto di quelli morti».

Sono moltissimi i racconti della crudeltà omicida degli spagnoli, mossi dalla «mortifera fame dell'oro» - come la definì Pietro Martire, il primo storico del Nuovo Mondo - e protagonisti della cosiddetta «società del massacro». Ancora l'analisi di Todorov è illuminante su questo preciso aspetto: «Il massacro è intimamente legato alle guerre coloniali, condotte lontano dalle metropoli. [...] Al contrario dei sacrifici, i massacri non sono mai rivendicati: la loro esistenza, di solito, è tenuta segreta e viene negata. [...] La "barbarie" degli spagnoli non ha niente di atavico o d'animale; è interamente umana e preannuncia l'avvento dei tempi moderni».

Riferimenti bibliografici

Albo Albònico, Giuseppe Bellini (a cura di), Nuovo Mondo. Gli Spagnoli, Einaudi, Torino 1992.

Alfred W. Crosby, Lo scambio colombiano. Conseguenze biologiche e culturali del 1492, Einaudi, Torino 1992 (ed. or. 1972).

Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, Torino 2014 (I ed. 1999, ed. or. 1997)

David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringheri, Torino 2001 (ed. or. 1993)

Tzvetan Todorov, La conquista dell'America. Il problema dell'«altro», Einaudi, Torino 1992 (I ed. 1984, ed. or. 1982)