L’altra metà della memoria. Riflessioni su monumenti, memoriali e cultura della memoria nell’ex Germania comunista

L'Est della Germania è il nuovo banco di prova per un Paese che ha fatto della riflessione sulla propria drammatica storia del secolo scorso la cifra distintiva della sua contemporanea civiltà democratica. Il processo di appropriazione collettiva del passato nazista non ha riguardato le generazioni cresciute e formate nel cosiddetto socialismo reale, l'eredità ideologica e culturale della quarantennale dittatura comunista pesa, ma offre anche l'opportunità di rilanciare la "battaglia della memoria", rispondendo all'urgenza di una narrazione storica complessa, stratificata e plurale, sensibile anche alle peculiari esperienze del totalitarismo comunista.

di Gianluca Falanga - 18 luglio 2020

Fotogramma tratto dal film "Goodbye Lenin" (2003) di Wolfgang Becker. Fonte: theindivdualinsociety.weebly.com
Fotogramma tratto dal film "Goodbye Lenin" (2003) di Wolfgang Becker. Fonte: theindivdualinsociety.weebly.com

In questi giorni di dibattiti sulle statue da rimuovere, mi è tornata alla mente più volte la famosa scena del film Goodbye Lenin, quella della statua del rivoluzionario russo portata via da Berlino in elicottero. La realtà, come spesso succede, è stata molto meno romantica della sua rappresentazione cinematografica. Al monumentale Lenin di granito rosso che per venti anni aveva campeggiato al centro della piazza a lui dedicata (oggi Piazza delle Nazioni unite), non fu concessa alcuna passerella d'addio, nessun saluto struggente sorvolando la Karl-Marx-Allee a braccia distese. Non gli toccò nemmeno di condividere il destino drammatico di tante effigie di sovrani e dittatori, abbattute nel clamore della folla all'apice di una sollevazione rivoluzionaria. Il Lenindenkmal di Berlino Est, simbolo del trionfo del socialismo in terra tedesca, fu fatto a pezzi (129 per la precisione) nell'autunno 1991 su delibera della giunta circoscrizionale del distretto di Friedrichshain, che ne votò a maggioranza la rimozione.

La statua di Lenin a Berlino Est (Leninplatz, oggi Platz der Vereinten Nationen, distretto di Friedrichshain), rimossa nell’autunno 1991, era stata inaugurata nel 1970 in occasione del centesimo anniversario della nascita di Lenin. Fonte cartolina, akpool.de
La statua di Lenin a Berlino Est (Leninplatz, oggi Platz der Vereinten Nationen, distretto di Friedrichshain), rimossa nell’autunno 1991, era stata inaugurata nel 1970 in occasione del centesimo anniversario della nascita di Lenin. Fonte cartolina, akpool.de
La statua di Lenin a Berlino Est (Leninplatz, oggi Platz der Vereinten Nationen, distretto di Friedrichshain), rimossa nell’autunno 1991, era stata inaugurata nel 1970 in occasione del centesimo anniversario della nascita di Lenin. Fonte Fonte: Der Tagesspiegel (tagesspiegel.de)
La statua di Lenin a Berlino Est (Leninplatz, oggi Platz der Vereinten Nationen, distretto di Friedrichshain), rimossa nell’autunno 1991, era stata inaugurata nel 1970 in occasione del centesimo anniversario della nascita di Lenin. Fonte Fonte: Der Tagesspiegel (tagesspiegel.de)

Lo smantellamento di uno dei più marcanti emblemi della Berlino socialista fu accompagnato dalla vibrante protesta di una parte della cittadinanza che reclamava un atteggiamento più sensibile verso il corredo culturale della defunta DDR, accusando le istituzioni della neoriunificata Germania di voler smaltire la loro storia recente come un rifiuto ingombrante, scorie di una balorda deviazione della storia tedesca. La testa della statua, intombata in una cava di ghiaia nella foresta di Köpenick, all'estrema periferia sudorientale di Berlino, è stata dissotterrata nell'autunno 2015, al termine di una lunga discussione sul destino delle lucertole che nel frattempo l'avevano popolata, e si trova oggi esposta - per ironia della sorte, in compagnia di una galleria di busti dei monarchi prussiani d'epoca guglielmina - in un'esibizione permanente dedicata ai monumenti rimossi negli ultimi tribolatissimi cento anni di storia della capitale tedesca. L'aneddoto ci dice che bisogna stare attenti a nascondere la testa, meglio: la memoria, sotto la sabbia e che non basta cancellare un monumento per considerare chiusi i conti con il passato.

La testa della statua di Lenin, rimossa e sotterrata nel 1991, è stata recuperata nel 2015. Oggi si trova esposta nell’esposizione permanente intitolata Enthüllt. Berlin und seine Denkmäler, presso la Cittadella di Spandau a Berlino. Fonte: Von Sol Octobris - Eigenes Werk (commons.wikimedia.org)
La testa della statua di Lenin, rimossa e sotterrata nel 1991, è stata recuperata nel 2015. Oggi si trova esposta nell’esposizione permanente intitolata Enthüllt. Berlin und seine Denkmäler, presso la Cittadella di Spandau a Berlino. Fonte: Von Sol Octobris - Eigenes Werk (commons.wikimedia.org)

Dopo la Riunificazione, nessuna sistematica epurazione iconoclasta come nel 1945

La discussione sui monumenti ereditati dalla DDR non è chiusa, periodicamente si riaccende. Rispetto ai primi anni novanta i toni sono però decisamente mutati, hanno perso la carica emotiva e polemica del sentire post-Riunificazione e si sono fatti più equilibrati. Un bilancio a freddo, a ormai tre decenni dal superamento della divisione tedesca, smentisce la tesi di una seconda epurazione iconoclasta dopo quella del 1945: la rimozione di monumenti e sculture della DDR ritenuti inopportuni come il Lenindenkmal di Friedrichshain ha rappresentato l'eccezione e non la regola. Dopo il 1989/90, la stragrande maggioranza delle sculture politiche, utilizzate dal regime per indottrinare la popolazione, inculcandole una narrazione commemorativa partigiana e ideologica, è rimasta al suo posto.

Non vi è stata alcuna sistematica epurazione dell'arredo urbano, come taluni pensano, né una regia politica centrale paragonabile a quella degli Alleati dopo il 1945 nella soppressione dei simboli celebrativi del nazismo. Si è intervenuto per lo più laddove il messaggio era insostenibile sul piano etico e politico, come nel caso dei monumenti dedicati ai militari caduti facendo la guardia al "Vallo antifascista" (= Muro di Berlino), oppure per correggere una loro centralità topografica ingiustificata nella riorganizzazione dello spazio urbano. Con l'illustre eccezione della contestata rimozione della statua di Lenin a Berlino, si è proceduto con basso profilo, cercando di evitare polemiche o di suscitare sospetti di un impulso ideologico. Iniziative dal basso hanno manifestato a più riprese, spontaneamente, l'esigenza di dialogare con quei monumenti, giocarci reinterpretandoli, usandoli come superficie per comunicare o proponendo idee per stimolare la ricerca di soluzioni creative alternative al mero binomio conservare o rimuovere.

Il regime della DDR aveva la tendenza a sovraccaricare semioticamente lo spazio pubblico, il pathos narrativo dei monumenti era diametralmente opposto alla sobrietà di simboli e autorappresentazione della Repubblica federale tedesca. Le sculture abbattute dopo il 1990 non sono state rimpiazzate, la narrazione rimossa non è stata sovrascritta. In questo la Germania sembra aver fatto tesoro del lungo processo di riflessione e appropriazione collettiva del passato nazista, della ricerca di una modalità per commemorare generando contenuti e valori che parlino al presente. Una società democratica, antitotalitaria, deve rigettare forme e linguaggi dell'indottrinazione, non può celebrare la storia ma solo raccontarla senza omissioni in una dimensione di permanente interlocuzione col presente. E può, anzi deve permettersi di concedere spazio a schegge, anche quelle più appuntite, del suo passato. Piuttosto che rimosse, queste devono essere commentate, contestualizzate. Perché è la mutazione che subisce nel tempo la percezione collettiva dei monumenti, la tensione fra passato e presente che questi vengono a esprimere, a parlarci più della loro volontà assertiva originaria.

Dalla parte giusta della storia: la dottrina dell'antifascismo di Stato

Le gestione dell'eredità ideologica e culturale della dittatura comunista nell'Est della Germania non è il solo problema che pone la prolungata divisione del Paese, la quale ha provocato anche una frattura nella memoria collettiva. La lunga "battaglia per la memoria" che ha condotto a una diffusa acquisizione di consapevolezza collettiva rispetto ai crimini del nazismo non ha riguardato le regioni della DDR, la cui cultura della memoria era imperniata attorno alla dottrina di Stato dell'antifascismo, funzionale alla legittimazione politica dello "Stato dei contadini e degli operai". La DDR si concepiva come il frutto della lotta di resistenza antinazista del Partito comunista tedesco, una Germania nuova e migliore, antagonista della Repubblica federale, erede delle tradizioni scioviniste, militariste e revansciste dell'Impero germanico. Questa impostazione consentì al regime della DDR e ai suoi cittadini di sottrarsi al dovere di un confronto approfondito col nazismo. Il radicale cambio di classe dirigente (più radicale che a Ovest) e la focalizzazione sul futuro (costruzione del socialismo) permisero al Partito-Stato SED di chiudere la riflessione sul passato recente, evitando qualsiasi associazione con le pratiche di repressione staliniste che caratterizzavano il presente negli anni cinquanta e generando - a dispetto dell'antifascismo professato come una religione - una continuità dell'autoritarismo.

Nella commemorazione delle vittime del nazismo, il Partito impose una gerarchia che differenziava nettamente e subordinava la categoria delle vittime passive come gli Ebrei, i Sinti e Rom, gli omosessuali assassinati, le vittime del Programma nazista di eutanasia, alla categoria dei martiri dell'eroica resistenza comunista, l'unica meritevole di essere celebrata. I benefici previdenziali erano riservati infatti solo ai familiari dei caduti comunisti della lotta di liberazione antinazista. L'antifascismo liberale e cristiano era taciuto e dimenticato, marginalizzato in una cultura della memoria ritualizzata e strumentale al controllo ideologico delle masse. Nessuno spazio era lasciato alla memoria e alla riflessione sul dolore e il tragico destino di milioni di deportati di quasi ogni Paese d'Europa. I tre campi di concentramento nazisti situati sul territorio tedesco-orientale, Ravensbrück, Sachsenhausen e Buchenwald, furono elevati a veri e propri templi di questo culto degli eroi. I memoriali nazionali della DDR non servivano a illustrare il funzionamento dei campi del terrore nazista ma erano monumentalizzati e, al pari delle sculture poste nelle piazze e per le strade di città e paesi, destinazione di marce della gioventù, raduni politici, adunate di massa del Partito, anche di un certo turismo della commemorazione, precursore propagandistico di quello che conosciamo oggi. Al campo di Buchenwald si tenevano i giuramenti delle reclute delle Forze armate, dei funzionari della Stasi, si celebravano le confermazioni civili (Jugendweihe), il rito di passaggio all'età adulta riservato agli adolescenti senza confessione religiosa, trasformato dal regime della DDR in un giuramento di fedeltà allo Stato socialista.

Monumenti di riconoscenza ai caduti dell’Armata rossa e celebrativi della resistenza antifascista dei comunisti nella Seconda guerra mondiale si trovano ancora oggi disseminati sul territorio della ex Germania orientale (qui nella cittadina di Fürstenwalde Spree nel Brandeburgo orientale). Fotografie dell'autore
Monumenti di riconoscenza ai caduti dell’Armata rossa e celebrativi della resistenza antifascista dei comunisti nella Seconda guerra mondiale si trovano ancora oggi disseminati sul territorio della ex Germania orientale (qui nella cittadina di Fürstenwalde Spree nel Brandeburgo orientale). Fotografie dell'autore

Diversamente dai tedeschi dell'Ovest, quelli dell'Est non hanno dovuto confrontarsi con la questione della colpa, delle vaste complicità della società tedesca nei crimini commessi dal regime nazista perché, attraverso il mito inattaccabile della lotta di liberazione antinazista, la DDR ha offerto loro la possibilità di sentirsi vincitori e non sconfitti, di stare dalla parte giusta della storia. La continuità di autoritarismo e repressione nel passaggio da un totalitarismo all'altro ha reso larghe aree della società insensibili o addirittura insofferenti verso quella cultura progressista oggi dominante in Germania, attenta ai temi della memoria storica e alla loro proiezione e tesaurizzazione nella società contemporanea, frutto di un lungo percorso che non li ha riguardati, perché si è svolto nella sostanza dall'altra parte del Muro, nella Repubblica federale. La preoccupante diffusione di un pensiero negazionista nei Länder orientali della Germania odierna, accompagnato da forti rigurgiti xenofobi e antidemocratici, è evidentemente (anche) il frutto avvelenato della cultura della memoria e della narrazione ideologica della DDR.

La sfida di una memoria complessa, stratificata e plurale

Dietro l'irritazione verso sterili forme di commemorazione ritualizzate espressa da tanti ex cittadini della DDR vi è però anche la richiesta di una narrazione storica più ampia, di una pluralità di discorsi e chiavi di lettura che abbracci anche le esperienze individuali e collettive del totalitarismo comunista. Questa è la strada che deve battere un rilancio della lotta per la memoria, che non è mai chiusa o vinta una volta per tutte, ma un processo in permanente evoluzione. L'esperienza raccolta nel confronto col nazismo non può che giovare per fare i conti con l'altra metà della memoria. Un esempio per essere ottimisti può essere senz'altro la ristrutturazione del Memoriale di Buchenwald. Il maggiore memoriale antifascista della DDR era uno dei luoghi dal doppio passato, lager nazista fino al 1945, campo di internamento sovietico nel 1945-50. La storia dei lager speciali sovietici e delle vittime della repressione stalinista nell'immediato dopoguerra era completamente taciuta nella DDR fino al 1990, così come tabù erano le esperienze dei comunisti sopravvissuti ai gulag staliniani e rientrati nella Germania orientale negli anni cinquanta. Ma anche in Occidente la coscienza di questi temi risultava rudimentale e marginalizzata. Una profonda ristrutturazione del memoriale dopo il crollo della dittatura socialista pose l'urgenza di una discussione su forme e possibilità della commemorazione delle vittime di entrambe i totalitarismi, con la non trascurabile complicazione che, in casi non rari, le vittime di una erano stati carnefici o complici dell'altra.

Questa riflessione ha prodotto per Buchenwald una concezione che ha messo al centro la complessa stratificazione dell'impianto, onorando tutti e tre i periodi storici che ha attraversato e la relazione fra loro: il lager nazista, il campo sovietico e la funzione di memoriale nazionale nei decenni della DDR. Buchenwald ha fatto da progetto pilota e da motore per una generale rifondazione, avvenuta negli anni novanta e duemila, ma in parte ancora in corso, dell'articolato e ricco arcipelago dei Memoriali tedeschi, luoghi e istituzioni che oggi rappresentano una colonna portante, punti di ancoraggio imprescindibili della coscienza civile e democratica della Germania contemporanea.