Indignarsi non basta. Ancora un appello in difesa di Eric Gobetti e del lavoro delle storiche e degli storici

La gogna mediatica che si è di nuovo scatenata contro chi lavora con professionalità e coraggio su temi spinosi come quello della "complessa vicenda del confine orientale" rappresenta un pericoloso varco in un territorio che dovrebbe essere democratico, inclusivo, dialogico. Un varco che bisogna, a tutti i costi, presidiare. 

La copertina di "E allora le foibe?" di Eric Gobetti, Laterza 2021.
La copertina di "E allora le foibe?" di Eric Gobetti, Laterza 2021.

la Redazione - 13 gennaio

Anno nuovo, vecchie storie. Quelle che vedete nella foto sono solo alcune delle ingiurie e delle intimidazioni che lo storico torinese Eric Gobetti ha ricevuto su Facebook settimane prima che uscisse il suo nuovo libro, per la serie "Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti" degli Editori Laterza, intitolato E allora le foibe?. Si tratta di un volume che, come dichiarato a più riprese dallo stesso Gobetti, cerca di ricostruire cosa è accaduto nel Novecento - e in particolare a partire dal 1943 - sul confine orientale, tentando di ancorare il dibattito pubblico a un nocciolo di fatti incontestabili che in questi decenni sono stati distorti all'inverosimile. Come è noto, per fare l'esempio più lampante, le circa 5.000 vittime attestate dalle fonti più attendibili sono recentemente lievitate - negli articoli di giornale, nelle dichiarazioni dei politici, in tv - fino ad arrivare a "centinaia di migliaia" se non, addirittura, al "milione". Con la strumentalizzazione decontestualizzata delle violenze in un'area dalla storia complessissima e la sua trasformazione nel culto martirologico di una religione vittimistica, diventato il refrain "E allora le foibe?", negli ultimi anni si sostiene - ed è sotto gli occhi di tutti - un montante e aggressivo neonazionalismo, che arriva al punto di vedere un avversario o un nemico in chi ragiona in termini storici e di volerlo zittire a priori.  

Ci risiamo

Molti dei commenti che hanno infestato i profili social di Gobetti in questi giorni a cavallo tra il 2020 e il 2021 farebbero anche sorridere, se tra di essi non si trovassero delle vere e proprie minacce piuttosto esplicite: "Torino è piccola Gobetti. Fartela girare tutta a calci nel culo non impiegherà troppo tempo", commenta pubblicamente su Instagram ""******_***_ragnarok". Non sottovalutando affatto queste curvature che ha preso lo shitstorm degli ultimi giorni dello scorso anno, orchestrato da diverse frange dell'estrema destra italiana, bisogna inoltre rilevare come questo abbia immediatamente portato alla pubblicazione di fatwe di fogli come "Il Giornale" e "Il Secolo d'Italia", generando un'ondata di esplicite pressioni anche sugli Editori Laterza perché ritirino il volume, ne modifichino il titolo (sic) o concedano ai neofascisti il diritto di replica - richiesta, quest'ultima, che si commenta da sola. Tutto questo, si badi bene, a libro non ancora uscito.

Quasi un anno fa una parte del gruppo che in scia a questa mobilitazione avrebbe poi dato vita a lastoriatutta.org ha lanciato un appello rivolto al mondo della ricerca, della scuola e della cultura che ha raccolto centinaia di adesioni in pochi giorni. L'appello era proprio in difesa di Gobetti - anche allora minacciato fisicamente - e più in generale del lavoro di chi, con professionalità e coraggio, negli ultimi anni ha affrontato temi spinosi come quello della "complessa vicenda del confine orientale"; per usare l'espressione della legge istitutiva del "Giorno del Ricordo". In quel frangente, anche se non ne eravamo ancora consapevoli, stava nascendo un'esperienza collettiva che nei mesi successivi avrebbe provato e contribuito, attraverso questo sito, a tentare di ridefinire l'orizzonte pubblico della storia contrastandone le rimozioni, le distorsioni e gli stereotipi, per aprire scorci meno canonici indagando anche gli incroci con altre discipline.

Oggi ci rendiamo conto che lo scontro nell'uso pubblico della storia si è fatto ancora più acceso e che proprio chi cerca di impostare un dibattito fondato sull'attestazione dei fatti e che si nutra di un confronto sulle loro interpretazioni è sottoposto a una ingiustificabile e inaccettabile gogna mediatica. La campagna denigratoria contro Gobetti, prima ancora che contro il suo lavoro, rappresenta, ancora una volta, un pericoloso varco in un territorio che dovrebbe essere democratico, inclusivo, dialogico. È un varco che bisogna presidiare - uno squarcio da ricucire nel tessuto del discorso pubblico.  

Febbraio 2020, Torino. Striscione minatorio di Casa Pound contro Gobetti (fonte: nuovasocietà.it)
Febbraio 2020, Torino. Striscione minatorio di Casa Pound contro Gobetti (fonte: nuovasocietà.it)

Perché la storia va raccontata tutta

Siamo di nuovo qui, quasi dodici mesi dopo, a ribadire che - limitandoci al ventennio sul quale si incardina questa ennesima polemica - non basta un moto di indignazione. Bisogna, al contrario, continuare a lavorare sui rimossi e sulle distorsioni della storia del fascismo e dei suoi protagonisti, delle sue guerre, dei massacri coloniali, del razzismo e della violenza sistemici. E, a proposito del confine orientale, ricordiamo che da un secolo a questa parte ancora mancano una chiara consapevolezza e una sincera assunzione di responsabilità da parte dell'opinione pubblica italiana e delle sue istituzioni rispetto ai crimini commessi in nome dell'Italia dagli squadristi prima e dall'esercito fascista poi. Come auspicava qui lo stesso Gobetti, commentando lo storico incontro tra il presidente sloveno Borut Pahor e Sergio Mattarella, è doveroso "domandare ai nostri governanti, finalmente, una cerimonia di scuse ufficiali verso tutti i paesi che hanno subito la nostra aggressione: l'Eritrea, la Somalia, la Libia, l'Etiopia, la Spagna, l'Albania, la Francia, la Grecia, la Russia, l'Ucraina, la Croazia, la Bosnia, il Montenegro e naturalmente anche la Slovenia".

Siamo ancora - di nuovo - al punto di partenza, ma nel frattempo sono aumentati gli strumenti per ribattere alle offensive mediatiche, provenienti dall'estrema destra o da chi ha interiorizzato le sue retoriche, i suoi dispositivi argomentativi, il suo fare intimidatorio. Nell'"Appello in difesa del lavoro delle storiche e degli storici" scrivevamo, e lo ribadiamo:

Indignarsi non basta. Respingere, senza tentennamenti come è accaduto, le minacce verso Gobetti può essere però l'occasione per ripartire, per rovesciare il paradigma in cui è invischiato da anni il dibattito pubblico su questi temi. È necessario raccontare la storia ed è necessario raccontarla tutta, senza tacere i crimini del fascismo italiano, senza edulcorare le responsabilità che il nostro paese ha avuto nell'aggressione alle popolazioni che abitavano la penisola balcanica o nelle guerre coloniali. Dalla "conquista" della Libia e dell'Africa orientale, passando per i bombardamenti sulla Spagna repubblicana, per giungere alla guerra contro i civili nella campagna bellica in Grecia, Russia e Jugoslavia, l'esercito italiano e, soprattutto, fascista si è macchiato di indicibili atrocità, sterminando le popolazioni locali, guidato da una feroce sete imperiale i cui effetti sono ferite aperte ancora oggi. Non si possono inoltre dimenticare le politiche di discriminazione razziale che iniziano, ben prima delle leggi del 1938, proprio nei territori occupati, e le pratiche di italianizzazione forzata nei confronti di tutte le minoranze, ma in particolar modo di quelle residenti su quel "confine orientale" evocato dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo.

Restituire al vaglio della storia e alla memoria pubblica le pagine più oscure e dolorose del nostro passato è un compito a cui non vogliamo sottrarci, oggi più che mai. Lo facciamo da tempo, e continueremo a farlo con rinnovata convinzione nelle scuole, negli Istituti di ricerca, nelle università, negli spazi pubblici reali e virtuali e ovunque sarà possibile.

Rinnoviamo, dunque, la nostra solidarietà a Eric Gobetti e a chi vorrà e saprà continuare questo impegno per un sapere storico aperto e problematico.