Il piombo degli anni e i conti con il passato

08.05.2020

Strategia della tensione e terrorismo politico occupano uno spazio differente nell'immaginario pubblico: il cortocircuito tra memoria e storia rende difficile la comprensione diffusa delle ragioni e delle passioni che connotarono un'epoca storica complessa e non riducibile a etichette schematiche

di Marco Meotto - 8 maggio 2020

L'interrogativo è semplice, la risposta complessa. Esiste o no in Italia una memoria pubblica condivisa riguardo ai turbolenti anni Settanta del Novecento? Proviamo a cercare una risposta nel calendario civile delle commemorazioni.

Nel 2007, durante il secondo governo Prodi, venne istituita la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice. La scelta della data cadde sul 9 maggio, il giorno in cui, nel 1978, il cadavere di Aldo Moro venne ritrovato in via Caetani.

L'individuazione di momenti da fissare nell'impalcatura del discorso pubblico sul passato non è mai affare semplice e spesso solleva obiezioni. Nel caso in esame il dissenso proveniva anche da un variegato universo di associazioni di vittime del terrorismo che, nella sua pluralità, unisce tanto i famigliari di chi è stato colpito dallo stragismo nero e quanto chi è stato vittima del terrorismo politico di sinistra.

Alcune associazioni avrebbero preferito che la scelta delle istituzioni per commemorare e ragionare pubblicamente sul "decennio lungo" (1969-1980) si orientasse sul 12 dicembre: il giorno dell'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. Ciò avrebbe dato anche una chiara connotazione periodizzante. Avrebbe significato comunicare che quel giorno del 1969 era stato uno spartiacque nella storia italiana.

D'altra parte, senza scomodare l'espressione "perdita dell'innocenza", è innegabile che ci siano un "prima" e un "dopo" quell'evento. Che la scelta definitiva sia stata invece quella di investire di maggiore significato il delitto Moro è un dato di per sé già sufficientemente esplicativo di quale sia il tono generale del discorso pubblico più sedimentato: è Moro sequestrato, imprigionato e giustiziato dalle Brigate Rosse a diventare il simbolo di un'epoca, non la prima "strage di stato".

Copertina del 20 ottobre 1971 dello storico periodico anarchico "Umanità Nova"
Copertina del 20 ottobre 1971 dello storico periodico anarchico "Umanità Nova"

Vuoti di memoria

Appena cinque mesi prima del voto parlamentare che avrebbe fissato una nuova (ennesima?) giornata di commemorazione nel calendario civile, sulle pagine del Corriere della Sera (13 dicembre 2006, p. 25), comparivano i risultati di un sondaggio, commissionato dalla Provincia di Milano e condotto dalla Fondazione Isec e dall'Istituto Piepoli su un campione di 1024 studenti milanesi di età compresa tra i 17 e i 19 anni, riguardo all'attentato di Piazza Fontana. Il sondaggio aveva luogo a sei anni di distanza rispetto a un'analoga iniziativa del 2000. Gli esiti erano sorprendenti.

La maggioranza degli studenti (il 43%) attribuiva la responsabilità dell'attentato alle Brigate Rosse, un'altra componente significativa (il 20,5%) ne riconosceva i mandanti nella mafia, più o meno la stessa percentuale (20,2%) che indicava "gli anarchici" come responsabili. Un po' più di uno studente su venti individuava le responsabilità nell'eversione nera (6,4%), un numero inferiore additava i servizi segreti italiani (4,3%). Non era trascurabile che, tra il 2000 e il 2006, coloro che non avevano mai sentito parlare della strage - ricordiamo che il campione era composto da studenti milanesi, indubbiamente più sensibili almeno sul piano della memoria locale - erano passati dal 3% degli intervistati al 18%.

Ci si deve interrogare su come l'istituzione scolastica possa aver contribuito alla costruzione di un simile senso comune sugli eventi del passato. Accanto a ciò è necessario approfondire l'articolazione di quei rapporti, spesso ambigui e contraddittori, che esistono, da un lato, tra la ricerca storica e la sua ricezione presso strati ampi della popolazione nell'età della comunicazione di massa e, dall'altro, tra la divulgazione storica e la memoria pubblica.

Se guardiamo alla definizione di memoria pubblica proposta da Bruno Bonomo in una ricerca sul rapporto tra storia e memoria e sulla validità e i limiti delle fonti orali nella ricerca storica, troviamo che essa consisterebbe nell'insieme delle «rappresentazioni del passato che si costruiscono e si confrontano nella sfera pubblica attraverso le retoriche, i rituali e le cerimonie, i musei, i monumenti e le iscrizioni, la toponomastica e le giornate dedicate al ricordo di determinati eventi o persone».

La stratificazione di pratiche nella sedimentazione della memoria dovrebbe mettere in guardia da equazioni troppo semplicistiche, ma è evidente che se la scelta della data più rappresentativa per la "stagione del terrorismo" cade sul 9 maggio - e l'enfasi viene quindi posta sull'azione più eclatante delle Brigate Rosse - si alimentano processi fallaci nella costruzione di un senso comune del passato.   

La devastazione nei locali della Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'attentato del 12 dicembre 1969
La devastazione nei locali della Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'attentato del 12 dicembre 1969

Che fine ha fatto il "quinquennio nero"?

A questo si deve aggiungere che le forme di racconto pubblico degli anni Settanta hanno spesso prodotto uno storytelling focalizzato o sulla memoria privata (in prevalenza delle vittime) oppure su un forzato tentativo di ricomporre quelle lacerazioni politiche e sociali che solo se esplorate nella loro drammaticità possono restituire la complessità di un'epoca. Sono in qualche modo "narrazioni tossiche" che lavorano all'espulsione delle catene evenemenziali dei fatti e dei ragionamenti che li contestualizzerebbero. Lo evidenzia con chiarezza un recente saggio di Elio Catania nel volume collettivo Dopo le bombe. Piazza Fontana e l'uso pubblico della storia. Catania sostiene che ci sia stata 

«la rimozione o la distorsione, in sede storiografica, didattica e di discorso pubblico, della verità storica sul "quinquennio nero" che, dagli attentati del 1969 che precedettero piazza Fontana e in particolare dal 12 dicembre fino alle stragi di Brescia e dell'Italicus del 28 maggio e del 4 agosto 1974, passando per almeno tre tentativi di golpe, si inserisce all'interno della strategia della tensione».

Rimozioni e distorsioni sono state quindi del tutto funzionali all'elaborazione e alla diffusione di un racconto ripetuto - per restare alle parole di Elio Catania - che «elimina la complessità e le distinzioni, considerando come un unico processo storico e politico lo stragismo e il golpismo, la stagione dei movimenti, la lotta armata dell'estrema sinistra, da accomunare sotto la generica categoria di "terrorismo"».

Una delle tante prime pagine di giornali italiani che, nei giorni successivi all'attentato di piazza Fontana, diffonde certezze sulla matrice anarchica della strage
Una delle tante prime pagine di giornali italiani che, nei giorni successivi all'attentato di piazza Fontana, diffonde certezze sulla matrice anarchica della strage

La notte che tutto confonde

L'immaginario comune - che si forma a partire dalla divulgazione giornalistica, letteraria, cinematografica e dei linguaggi multimediali - adotta la categoria generica di "terrorismo", come un contenitore in grado di ospitare visioni, pratiche, concetti contrapposti. In modo analogo agisce il dettato della manualistica scolastica, che a "terrorismo" spesso affianca i sintagmi di "opposti estremismi" o "anni di piombo".

«Al terrorismo "nero", neofascista, che metteva le bombe, si contrappose fin dall'inizio degli anni Settanta un altro terrorismo, di opposto colore politico, la cui organizzazione principale prese il nome di Brigate Rosse».

Questo si legge in un manuale scolastico all'interno di un più ampio capitolo intitolato - sembra uno scherzo, ma non lo è - "I terrorismi e la mafia siciliana".

Ed ecco comparire qualche elemento in più per interpretare le risposte degli studenti milanesi nel 2006. Avranno studiato su pagine simili? O forse una vulgata del genere è quella che emerge dal confuso brusio di fondo delle riflessioni pubbliche sul passato - nemmeno troppo recente - della storia italiana?

Erica Picco e Sara Troglio hanno compiuto un lavoro di campionatura delle modalità con cui, nel complicato mondo dell'editoria scolastica, è presentato il periodo che va dal 1968 ai primi anni Ottanta. Le studiose rilevano che esiste la tendenza, in molti manuali, a uniformare e semplificare con il ricorso a formule generiche. Spesso nei testi manca una solida periodizzazione degli eventi e questo genera una nebbia diffusa all'interno della quale è difficile, se non impossibile, la decodificazione agli occhi degli studenti di ciò che accade in quegli anni.

Un caso tipico è quello di indicare con l'espressione "anni di piombo" l'intero periodo che comincia con 1969 e si chiude con i primi anni Ottanta. La specificità dello stragismo nero si perde così in una sorte di notte hegeliana, in cui indistintamente troviamo tutto: da Piazza Fontana a Moro, passando per Pinelli e Calabresi, si mescolano insieme Piazza Della Loggia a Brescia e il rogo di Primavalle, le gambizzazioni e gli scontri di piazza, il sequestro Dozier e la stazione di Bologna. Per uno studente cessano di avere importanza le differenze di prospettive politiche tra chi ha sequestrato Moro e chi ha messo la bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Tutto è liquidato all'insegna della semplificazione. Italia, 1969-1980: gli anni di piombo. Avete domande, studenti?

Il 9 maggio 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riceve congiuntamente Licia Rognini (a sinistra), vedova di Giuseppe Pinelli , e Gemma Capra (a destra), vedova del commissario Luigi Calabresi
Il 9 maggio 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riceve congiuntamente Licia Rognini (a sinistra), vedova di Giuseppe Pinelli , e Gemma Capra (a destra), vedova del commissario Luigi Calabresi

Pesante come il piombo

Eppure vale almeno la pena ricordare che "anni di piombo" è un tropo potentemente conficcato nel senso comune, quanto è poco conosciuta l'origine dell'espressione. Questa compare solo dopo il 1981, come traduzione, ad opera dell'ufficio stampa della casa di produzione cinematografica Gaumont, del titolo di un film di Margarethe Von Trotta del 1981, Die bleierne Zeit: più letteralmente potrebbe essere tradotto con "l'epoca di piombo", in cui sarebbe del tutto voluta l'ambiguità metonimica. La pellicola tratta, con taglio introspettivo e attraverso la vicenda biografica di una coppia di sorelle, il contesto delle azioni della Rote Armee Fraktion, uno tra i gruppi terroristici più noti dell'estrema sinistra della Germania occidentale.

Gli "anni di piombo" fanno la loro comparsa nel discorso pubblico, nel 1981, quando il periodo che andranno, in seguito, a designare è ormai sostanzialmente finito. È curioso il confronto con l'espressione soccombente, cioè "strategia della tensione", che invece è quella più usata per indicare il "quinquennio nero" degli attentati stragisti tra 1969 e 1974. In questo caso il sintagma strategy of tension compare nell'immediatezza della strage di Piazza Fontana sul The Observer:la stampa britannica mette l'attentato in relazione con la necessità di rafforzare un blocco conservatore nell'opinione pubblica italiana.

Se si puntasse alla costruzione di una memoria pubblica onesta e desiderosa di fare i conti con il passato, bisognerebbe avere la forza di inserire la "strategia della tensione" in un quadro geo-politico più ampio, sia con riferimento alla specificità della situazione italiana, sia tenendo presente la cornice generale della guerra fredda e del ruolo dell'Italia nella contrapposizione tra i blocchi. Questa prospettiva di periodizzazione porterebbe a inserire in una corretta catena evenemenziale - pur senza voler proporre surretiziamente nessi causali giustificazionisti - il "quinquennio nero" 1969-1974 e lo sviluppo della lotta armata dei gruppi dell'estrema sinistra, il cui acme in termine di vittime, si colloca- come non è sufficientemente noto - nei tardi anni Settanta e nei primi anni Ottanta.  

La locandina del film "Gli anni di piombo" del 1981 di Margarethe Von Trotta
La locandina del film "Gli anni di piombo" del 1981 di Margarethe Von Trotta

Storia e memoria a scuola

Esiste una sufficiente maturità politica e una coscienza civica in grado di fare i conti con questo passato? Può forse la scuola operare in questa direzione? È difficile essere troppo ottimisti.

Sia prima, ma soprattutto dopo l'istituzione della specifica "giornata della memoria per le vittime del terrorismo", il Ministero dell'Istruzione ha sostenuto, tanto a livello di amministrazione centrale, tanto a livello di sedi territoriali, iniziative su questo tema.

Passarle in rassegna sarebbe un'impresa improba, si possono però segnalare alcuni tratti prevalenti che non si discostano dagli stereotipi adottati dalla manualistica. Prevale in generale l'attenzione su quello che è stato definito il "paradigma vittimario". È uno schema di costruzione del discorso pubblico che complica e rende ancora più spinoso il rapporto tra storia e memoria, tra il contesto in cui si verificano gli eventi e le singole traiettorie biografiche di chi vi è coinvolto. Se la specificità della storia è comprendere i fenomeni e, in ultima analisi, provare a spiegarne le ragioni (che non significa farle proprie o giustificarle), concentrarsi esclusivamente sulla memoria delle vittime induce ad adottare un punto di vista puramente empatico. Investendo molto sul piano emotivo, questa scelta tuttavia riduce, se non azzera, le possibilità di comprendere la specificità dei fenomeni storici.

Un esempio di questo agire è offerto dal progetto "Tracce di memoria", un concorso nazionale che invita gli studenti a svolgere delle ricostruzioni biografiche delle vittime del terrorismo o ad analizzare le modalità con cui si è sviluppato il loro ricordo nella memoria pubblica. Pur lodevole nell'intento di invitare a una ricerca storica sulle fonti, il progetto aggira il problema della ricostruzione del contesto in cui i fatti hanno avuto luogo e delle relazioni esistenti tra gli eventi. E questo può indurre ad aumentare la confusione su cosa è storia e cosa è memoria, se non addirittura facilitare significative rimozioni.

Ed è forse questo il danno più grave. Un'indagine promossa dall'Associazione culturale e professionale Lapsus ha fatto emergere, attraverso le interviste a numerosi insegnanti, le criticità legate al modo con cui a scuola si trattano questi temi.

Sono altamente esemplificative le parole di una docente.

«In realtà, trovo che il tema non venga trattato, ma soltanto accennato. In questo senso non posso riferirmi a "faziosi". Si scivola via, insomma. Con quella storia lì, non bisogna farne i conti. La mancanza di approccio storico non è solo sulla corretta definizione di "strategia della tensione", ma, soprattutto, sul grande movimento di massa, di cambiamento culturale, umano, sociale e politico che era in atto in quegli anni [prima della strage di piazza Fontana] alla "base" della società. Un cambiamento semantico che l'Italia non aveva mai conosciuto, fino a quel momento. Questa storia non la troverò mai su un libro di testo. Lo so. Così vado a cercarmi altri modi per raccontarla». 

Forse è tempo di far entrare "questa storia" nel discorso pubblico. È tempo di raccontarla tutta.

Una versione più ampia di questo articolo è stata pubblicata su www.popoffquotidiano.it il 12 dicembre 2019, a seguito di un'iniziativa pubblica in ricordo di Giuseppe Pinelli, anarchico, ferroviere, partigiano, morto nei locali della Questura di Milano la notte del 15 dicembre 1969.