Il panino impossibile. Digiuno e astinenza in quaresima

Il mercoledì delle Ceneri secondo il calendario liturgico della Chiesa cattolica romana è il primo giorno di quaresima, periodo di quaranta giorni precedenti la Pasqua durante il quale ai fedeli sono richiesti comportamenti alimentari sobri e moderati. Tutto nasce dal racconto dei Vangeli sull'esperienza di Gesù nel deserto, subito dopo il battesimo e prima di iniziare la propria vita pubblica. Oggi il Codice di diritto canonico (1983) ha di molto limitato le ristrettezze della tavola (richieste solo in tutti i venerdì e nel tempo di quaresima), ma vi sono stati tempi in cui più della metà dei giorni dell'anno aveva indicazioni precise su cosa, come e quando mangiare e bere. È una storia millenaria, tuttora in divenire.
Claudio Ferlan
Claudio Ferlan
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Incertezza

Inizia la quaresima 2020, sul Washington Post a firma di Marisa Iati esce un articolo intitolato Possono i cattolici mangiare il panino impossibile (Impossible Burger) durante la quaresima? Certo, ma in qualche modo non si centra il bersaglio, sostengono gli esperti. “Non si centra il bersaglio”, missing the point: cerchiamo di capire assieme perché. La prima cosa da fare è definire un Impossible Burger; facile, è l’hamburger vegano. Se dunque ancora valgono le norme del digiuno e dell’astinenza cattolici, che razza di domanda è questa? Rinfreschiamo la memoria sul digiuno ecclesiastico. Così si definisce la volontaria astinenza dal cibo concretizzata secondo gli ordini della Chiesa, il costume o voti particolari, riferentesi a momenti dell’anno o giorni ben identificati. In concreto, il digiunante cattolico si limita per determinati periodi a un pasto al giorno, abitualmente a mezzodì, nel quale non si possono consumare determinati alimenti, la carne innanzitutto. Al digiuno si unisce così l’astinenza, che richiede di eliminare dalla dieta cibi specifici, di norma quelli considerati più nutritivi e appaganti. Le restrizioni alimentari per fede non sono affatto un’esclusiva cristiana; pensiamo al Ramadan, nono mese dell’anno nel calendario lunare musulmano, nel quale Maometto ricevette la rivelazione del Corano. Si tratta del mese sacro del digiuno, dedicato alla preghiera, alla meditazione e all’autodisciplina. Il digiuno è un obbligo per tutti i musulmani praticanti adulti e sani; si estende dalle prime luci dell’alba fino al tramonto e riguarda non solo cibo e bevande, ma anche fumo e sesso.

Torniamo all’articolo del Washington Post: dato per noto che esistono restrizioni al mangiare carne in quaresima, che problema si pone di fronte a un bel sandwich vegano? Suona davvero insensato chiedersi se si possa mangiare; certo che sì, ma il quesito in realtà è, forse inconsapevolmente, il coerente erede di dibattiti lunghi secoli, grazie ai (o per colpa dei) quali canonisti e teologi si sono dilungati a ragionare su questioni del genere: l’iguana è animale di terra o d’acqua? E il castoro? Il crocodilus brasiliensis detto dagli indigeni jacarè? Il camaleonte? La cioccolata è alimento o bevanda? L’anguria? Il tabacco dà sostentamento? Ancora nel Terzo millennio i cattolici del Michigan difendono il loro diritto a mangiare topo muschiato in quaresima. Sulla base di quesiti simili i dotti inventarono addirittura la categoria di “carne incerta”. La storia dimostra che non sono questioni semplici, lo rivela persino l’attualità del panino impossibile, di fronte al quale qualche prete cattolico ha sentenziato: “Se non è carne, non è carne”. Qualche altro, al contrario, ha intravisto nel mangiarsi un goloso Impossible un vero e proprio inganno, costituito dal ricercare un gusto simile a quello che si dovrebbe evitare di assaporare in rispetto alle norme sull’astinenza. Per mettersi d’accordo, il dibattito si risolve nell’appello alla coscienza individuale. Non è sempre stato così, niente affatto. Il medico spagnolo Juan de Cárdenas per denunciare la golosità diffusa in territorio messicano scrisse (1591) che quanti immaginavano di astenersi e digiunare bevendo cioccolato peccavano due volte, primo perché non osservavano realmente la regola, secondo perché cercavano di ingannare sia Dio, sia il confessore con un comportamento truffaldino. Era meglio mangiare e bere senza ritegno, almeno così facendo ci si limitava a un’unica trasgressione.

Un topo muschiato
Un topo muschiato

Penitenza

Perché i cattolici digiunano e si astengono? Semplice, per fare penitenza: rinunciano a un bene alimentare disponibile al quale di norma sono abituati. Semplice? No. Dietro a una motivazione apparentemente genuina si celano un sacco di complicazioni. Il 21 ottobre 1994 la Conferenza Episcopale Italiana promulgò una nota pastorale intitolata Il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza, cercando di mettere ordine in discussioni vecchie di millenovecentonovantaquattro anni. Il paragrafo introduttivo della nota (Il valore della penitenza per il nostro tempo) metteva in chiaro che digiuno e astinenza da sempre fanno parte della vita e della prassi penitenziale della Chiesa, non sono indirizzati a disprezzare il corpo ma a rinvigorire lo spirito e per essere compiuti “devono avere un’anima autenticamente religiosa, anzi cristiana”. La specificazione serviva a chiarire come non si trattasse di regole dietetiche, di vincoli legati a benessere fisico o soddisfazione personale, tutti fattori all’epoca emergenti e oggi dominanti quando si parla di moderazione alimentare. Alla penitenza si affiancava la questione identitaria, avremo modo di chiarirlo. Fermiamoci sulla prima, per ragionare di come, nel corso dei secoli, vi è stato chi ha ecceduto in contrizione e chi non l’ha minimamente presa in considerazione.

Nella quaresima della Chiesa primitiva i fedeli credevano necessario soffrire non solo la fame, ma anche la sete; per questo in molti si privavano delle bevande fino a sera: la ristrettezza di tale auto-imposizione non ebbe però fortuna durevole. Ci si domandò, a più riprese, fin dove si potesse spingere la virtù della rinuncia. Papa Innocenzo III, regnante tra 1198 e 1216, stabilì: affamati e ammalati potevano mangiare carne anche in quaresima. Su questa base canonica, pochi anni dopo il cardinale Enrico da Susa detto l’Ostiense rimproverò il rigoroso ordine dei certosini e quanti come loro erano convinti di non dovere trasgredire il divieto neppure nei casi consentiti da un pontefice. Qui l’ottusità della pratica tradiva la ragionevolezza della norma, trasformandosi in un crudele esercizio di mancanza di carità le cui conseguenze potevano addirittura portare alla morte di stenti, sentenziò Enrico.

Da opinioni come questa nacquero le dispense, per le quali molti e molte fedeli potevano mangiare e bere quello che pareva loro, pure nei tempi cosiddetti di magro. Le dispense divennero però oggetto di mercato: in Francia, a Rouen, una delle tre torri della cattedrale prese il nome di Tour de Beurre (torre di burro). Questo perché si riteneva, con tutta probabilità non senza una buona dose di fondamento, che fosse stata edificata (tra 1485 e 1506) con il denaro ricavato dai proventi delle dispense pagate dai fedeli della città per acquisire il permesso di usare il burro nei giorni proibiti. Pagare per mangiare quello che si vuole non corrisponde propriamente all’atteggiamento del penitente, come non vi corrisponde la mensa descritta dall’artista, viaggiatore, archeologo e scrittore inglese, il barone Arthur John Strutt. Nel suo A Pedestrian Tour in Calabria and Sicily (1842), Strutt descrisse con golosa precisione i ricchi piatti offertigli dai suoi anfitrioni. Tra tali descrizioni spicca quella di un banchetto offerto in un venerdì solo cosiddetto di magro, iniziato immediatamente dopo il risveglio con una piccola colazione a base di caffè e rosolio. Terminati gli affari della mattina fu il turno di un lauto pasto, nonostante si fosse in una casa di buoni cattolici, decisi a rispettare le regole del digiuno ecclesiastico. Ma quale digiuno? Certo, mancava la carne, quantità e sostanza dei cibi però sarebbero bastate a calmare qualsiasi appetito, anche il più forte, scrisse il barone. Pareva che le regole canoniche servissero semplicemente a stimolare la fantasia dei cuochi: pesci di mare e d’acqua dolce, e tutti buoni come acciughe fresche, tonni con le loro uova preparate in modo magistrale, sardine, trote pescate nei ruscelli di montagna. E poi le verdure, condite con sapienza, ancora con l’uso del pesce, di crostini di pane e aglio. Strutt si dilungava in seguito nella descrizione dei formaggi e dei dolci, dei vini di ogni sorta, delle saporite olive accompagnate da frutta e vari tipi di cagliata (le nostre ricotte). «Ce la cavammo a fare colazione in maniera tollerabile», scherza lo scrittore con il proprio lettore.

La Tour de Beurre a Rouen, Francia
La Tour de Beurre a Rouen, Francia

Distanza

Non si tratta, dunque, di sola penitenza. I primi cristiani modellarono e svilupparono il senso del digiuno facendo leva sulle conoscenze mediche dell’antichità e sul rifiuto delle religioni precristiane. A proposito delle prime, si riteneva che un regime alimentare molto moderato, attento a evitare i cibi capaci di accendere le passioni come la carne e il vino, fosse un’efficace maniera per appoggiare le scelte di continenza. Sappiamo bene quanto il cristianesimo abbia faticato e continui a faticare a fare i conti con la questione sessuale. Agostino di Ippona, futuro santo e padre della Chiesa, agli inizi del V secolo celebrò le virtù del digiuno, a suo dire strumento molto utile per promuovere la castità e controllare le pulsioni del corpo, sottomettendolo alla volontà superiore dello spirito. Quanto invece al rigetto del paganesimo, imporre determinati comportamenti a tavola aiutò ad allontanarsi dalle pratiche rituali del sacrificio animale. Più ancora di quelle pagane, erano le regole alimentari ebraiche quelle da cui esplicitamente discostarsi per affermare la diversità del cristiano. Tali regole si ispiravano a un principio rifiutato radicalmente da Gesù (Mc 7, 15) e dai suoi primi seguaci: l’esistenza di un grado di purezza o impurità nell’alimento e non nell’attitudine o nel comportamento di chi vi si accostava per mangiarlo. La carne in sé non è malvagia, lo è chi se ne ciba quando non dovrebbe.

È una dinamica riconoscibile in molti processi nella storia delle religioni, la possiamo definire “presa di distanza”: quando due diversi sistemi di credenze confliggono per imporsi in un determinato territorio, quello più recente segna i confini, cercando di scostarsi da chi lo ha preceduto. Un ragionamento simile vale anche per gli esponenti delle varie confessioni protestanti, decisi a mettere pesantemente in discussione il principio stesso delle regole alimentari cattoliche. Luterani, zwingliani e calvinisti non rifiutarono digiuno e astinenza come condotte virtuose, semplicemente sostennero non trattarsi di questione né giuridica, né teologica. Bisognava piuttosto lasciare libero spazio a un sincero desiderio interiore, non a vuoti comportamenti formali grazie ai quali chi era ricco poteva abbuffarsi di frutti di mare e dolciumi, chi era povero doveva tirare una cinghia già stretta di per sé. Contestavano elogiando una tavola sobria e senza eccessi. Lutero sul punto dimostrò qualche ambivalenza, censurando da un lato le norme ecclesiastiche e dall’altro attaccando golosi e ubriaconi, senza però provare alcuna vergogna testimoniando i propri eccessi nel mangiare e nel bere. Li difendeva come scelta consapevole, espressione dell’autonomia ottenuta dal nuovo cristiano, liberato dai falsi precetti imposti da Roma. Bastava leggere san Paolo per capire l’inganno, aggiungeva il riformatore, in particolare il capitolo 14 della Lettera ai Romani. Invitando i cristiani di Roma ad accogliere tutti, compreso chi era debole nella fede, Paolo espressamente aveva insegnato a non prestare attenzione a quanto uno mangiasse o non mangiasse, il regno non era certo questione di cibi o di bevande. Piuttosto, bisognava concentrarsi sulla sensibilità dei fratelli, evitando di consumare quanto per loro potesse essere di scandalo: carne, vino, o qualsiasi altra cosa. Anche le norme alimentari, in definitiva, contribuirono a creare la rottura confessionale destinata a segnare la storia del cristianesimo.

Martin Luther
Martin Luther

Identità

Oggi le regole su digiuno e astinenza hanno perduto gran parte della loro rilevanza, i segnali sono inequivocabili. Negli anni dell’emergere della Riforma luterana a Firenze esisteva un ufficiale incaricato di percorrere le strade della città in quaresima annusando alla ricerca di peccatori intenti a violare le norme alimentari. I tempi sono cambiati e un “fiutatore d’arrosti” sarebbe nel 2021 irrimediabilmente disoccupato. Nei messaggi quaresimali pontifici degli ultimi anni i riferimenti all’alimentazione sono rari, simbolici, talvolta del tutto assenti. Di digiuno si parla in altri toni, invitando i fedeli ad allontanarsi dal superfluo, a rinunciare al lusso, a staccarsi per qualche tempo dal web e dai social. L’evoluzione del sentimento religioso coinvolge molte pratiche, il digiuno e l’astinenza contribuiscono a descrivere le dimensioni e il ritmo del processo storico attraverso il quale le società della cristianità occidentale sono cambiate, come sono mutate le pratiche della nutrizione, per secoli così importanti da essere percepite e trattate da identitarie. La tavola non ha perso certo d’importanza, abitudini e preferenze alimentari non riguardano solo il sostentamento, ma sono fondamentali nella determinazione della appena citata “identità” come anche in quella dell’appartenenza: si pensi ai tanti discorsi, spesso infondati e strampalati, su presunte tradizioni (come quella degli spaghetti al pomodoro) legate al cibo ritenute a torto capaci di determinare, addirittura, la riconoscibilità di interi popoli o quantomeno di alcuni gruppi. Non si tratta, insomma, di una mera questione biologica. La fame, il gusto e le preferenze alimentari sono prodotti dell’ambiente socioculturale. Quando le disponibilità sono limitate o quasi inesistenti di necessità si fa virtù e ci si nutre come si può. Nei casi in cui invece la scelta è concessa, essa può riguardare non solo cosa si mangia o si beve, ma anche cosa non si mangia o non si beve. Tale scelta, in molti casi solo apparentemente di privazione, può servire ed è servita a delimitare i confini tra classi sociali, luoghi, tempi, popoli, culture, generi, mestieri e religioni. Oggi il cattolico si riconosce sempre meno in una comunità di commensali astinenti e deciderà serenamente in coscienza se mangiarsi un impossible burger o un topo muschiato il mercoledì delle Ceneri, ma questa libertà non sempre gli è stata concessa, specie se era povero.


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