Il Narodni Dom di Trieste: memorie e oblio allo specchio

12.07.2020

Il 13 luglio 1920 squadre fasciste assaltavano la casa del popolo slovena di Trieste. Quello che è considerato uno degli esordi dello squadrismo organizzato è all'origine di una spirale di violenza in una comunità che, ancora oggi, cent'anni dopo, si ritrova spaccata tra chi quegli eventi li vuole ricordare e chi li vuole cancellare dalla propria memoria.  

di Giorgia Kakovic - 11 luglio 2020

Incendio del Narodni Dom di Trieste il 13 luglio 1920.
Incendio del Narodni Dom di Trieste il 13 luglio 1920.

Trieste tra confine e frontiera

Considerare l'incendio del Narodni Dom - la casa del popolo slovena - di Trieste un evento a sé stante, senza analizzarne le conseguenze su ciò che sarebbero state le violenze fasciste nei territori della Venezia Giulia e in Istria e, per estensione, nella vicina Slovenia e in generale nelle zone dell'ex-Jugoslavia, sarebbe ingenuo e pericoloso allo stesso tempo, nonostante i cent'anni passati da quell'evento terribile che rappresenta ancora oggi il punto di svolta nei rapporti tra la comunità italiana e quella slovena a Trieste. E ci sono fin troppi personaggi pronti a nascondere l'importanza di quelle violenze su quello che poi sarà il lungo periodo pre-guerra con lo sviluppo di movimenti resistenziali ancor prima che l'Europa cominciasse a capire l'impatto dell'onda nera, l'invasione, la guerra fascista e ferocissima in Jugoslavia e la successiva storia di Trieste dopo e durante la Liberazione dal nazifascismo, con il fenomeno delle foibe istriane prima, quelle triestine poi.

Trieste è una città simbolo di quello che è stato il XX secolo. Posizionata su un confine che fin troppe volte diventa frontiera, Trieste e le sue genti sono state protagoniste e vittime spesso di violenze endemiche, di sopraffazione di una parte della comunità sull'altra: il regno di perenni memorie contrastanti che vengono, se necessario, utilizzate per aizzare odi definiti "atavici", creando l'impossibilità concettuale - e politica - di risolverli. La violenza endemica, gli spostamenti di confini, le occupazioni militari, la violenza politica che si somma a quella etnica, le deportazioni di parte della popolazione, il razzismo codificato e diventato legge, e poi la divisione Est - Ovest sono di casa nella Trieste e nella Venezia Giulia del Novecento. Una parabola lunghissima che sembrava essersi chiusa nel 2008, con l'entrata della Slovenia nel trattato di Schengen e l'abbattimento dei confini tra i due stati, a cui molti di noi guardarono con speranza. Oppure nel 2010, quando i tre presidenti di Italia, Slovenia e Croazia si ritrovarono in Piazza Unità, famosa per essere stata il 18 settembre del 1938 il luogo prescelto da Mussolini per proclamare le leggi razziali fasciste, e si strinsero la mano accompagnati dall'orchestra guidata da Riccardo Muti. Sembrava.

Bisogna andare indietro con la memoria, fino al 1920, per capire quando le tensioni, sempre presenti sui confini o in contesti multinazionali, a Trieste fanno un passo avanti violento, con l'impossibilità e la non volontà di tornare indietro, trasformando dei localismi regionali dell'alto Adriatico in nazionalismi veri e propri.

Fino al 1918, Trieste era stata il porto d'elezione dell'Austria-Ungheria. Ancora oggi in città è presente una forte nostalgia per la "Defonta" - la defunta, l'Austria-Ungheria, appunto. Trieste era Mitteleuropa: multilinguista, multireligiosa e, quindi, multinazionale. Con la fine della Prima guerra mondiale, il mondo era sottosopra. Dalle ceneri dell'Austria-Ungheria e dall'Impero ottomano nacque il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Nel frattempo, il 4 novembre 1918, le truppe italiane entrarono in città e la occuparono militarmente, fino all'annessione avvenuta nel novembre del 1920 in seguito al trattato di Rapallo. Le tensioni in seguito all'occupazione di Fiume, alle trattative per il trattato di Rapallo e alla creazione del mito della "vittoria mutilata" aumentarono. La Venezia Giulia e Trieste ormai "redente" diventarono il terreno perfetto per la nascita di un fascismo duro, violento e feroce contro la componente slava - e non solo - di questi territori. Gli allogeni dovevano essere distrutti sia come comunità etnica che come comunità culturale.

Non a caso Mussolini inviò a Trieste uno dei suoi più stretti collaboratori. L'avvocato toscano Francesco Giunta arrivò nel maggio del 1920 portando nel 1921 la Federazione del fascio di Trieste ad essere la più importante d'Italia, con circa 14 000 iscritti. Un anno dopo l'incendio del Narodni Dom fu lui stesso ad affermare che la campagna elettorale dei fascisti per le elezioni del '21 era iniziata un anno prima proprio con l'incendio della casa del popolo slovena.  

Manifesto del 1942 di Dignano (Istria). Utilizzato nel 1946 dal pubblico accusatore della commissione interalleata di Pisino, in Istria.
Manifesto del 1942 di Dignano (Istria). Utilizzato nel 1946 dal pubblico accusatore della commissione interalleata di Pisino, in Istria.

13 luglio 1920: l'incendio del Narodni Dom

Le giornate intercorse tra il 12 e il 14 luglio del 1920 furono giornate di disordini e sangue a Trieste e nelle zone limitrofe.

Il 12 luglio vi furono degli scontri a Spalato, dove morirono un manifestante jugoslavo e due italiani. Nonostante il fatto che gli incidenti fossero responsabilità, come avrebbe provato successivamente la commissione internazionale che se ne occupò, di alcuni marinai italiani che avevano strappato una bandiera del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, quegli scontri divennero il pretesto giusto per Giunta per convocare i fasci triestini nella giornata seguente. Il 13 luglio, in piazza Unità, Giunta e i fasci si ritrovarono per commemorare e vendicare le vittime italiane di Spalato. Durante l'adunata, i manifestanti cominciarono a dare la caccia ai "pericolosi" jugoslavi. Cadde, accoltellato a morte, Giovanni Nini, un cuoco di una trattoria poco distante. Dal palco del comizio, la colpa venne data agli slavi. Quella fu la miccia che fece incendiare la situazione. La folla si riversò per le strada puntando i riferimenti della comunità slovena in città e, in primis il Narodni Dom. Dirigendosi verso il Balkan - il nome dell'albergo presente all'interno del Narodni Dom - i fasci presero a sassate anche il consolato jugoslavo.

Al di fuori del Narodni Dom era già schierato l'esercito e i carabinieri, che in teoria avrebbero dovuto proteggere l'edifico dalla folla dei manifestanti. Da una finestra del terzo piano vennero lanciate tre bombe a cui seguirono dei colpi di fucile da parte dei fascisti, con cui vennero ferite 8 persone e venne ucciso l'ufficiale di polizia Luigi Cassano. Nonostante le forze di sicurezza, i fascisti riuscirono ad entrare all'interno dell'edificio, a cospargere di benzina i suoi locali e ad appiccare il fuoco. Gli ospiti dell'hotel riuscirono a uscire, tranne il farmacista di Lubiana Hugo Roblek e sua figlia. Nel tentativo di salvarsi, si gettarono dai piani alti. Lui morì sul colpo, la figlia rimase gravemente ferita. Il palazzo simbolo della comunità slovena veniva dato alle fiamme.

È lucida e terribile l'immagine dataci da Boris Pahor, scrittore triestino della comunità slovena che all'epoca dei fatti aveva 7 anni e fu testimone dell'evento, nel suo libro Il rogo nel porto:

"Sulla via Commerciale non era scesa la sera, l'incendio sopra i tetti sembrava venire dal sole che liquefacendosi sanguinava nel crepuscolo. Il tram per Opčine si era fermato, gli alberi nel giardino dei Ralli apparivano immobili nell'aria color porpora. Loro due correvano tenendosi per mano e nell'aria, sopra le loro teste, volavano le scintille che salivano da piazza Oberdan. [...] Piazza Oberdan era piena di gente che gridava in un alone di luce scarlatta. Attorno al grande edificio invece c'erano uomini in camicia nera che ballavano gridando: «Viva! Viva!». Correvano di qua e di là annuendo con il capo e scandendo: «Eia, eia, eia!». E gli altri allora di rimando: «Alalà!». Improvvisamente le sirene dei pompieri cominciarono a ululare tra la folla, ma la confusione aumentò perché gli uomini neri non permettevano ai mezzi di avvicinarsi. Li circondarono e ci si arrampicarono sopra, togliendo di mano ai pompieri le manichette. «Eia, eia, eia, alalà!» gridavano come dei forsennati e tutt'attorno c'era sempre più gente. Tutta Trieste stava a guardare l'alta casa bianca dove le fiamme divampavano a ogni finestra. Fiamme come lingue taglienti, come rosse bandiere. «Eia, eia, eia, alalà!» cantavano gli uomini dai fez neri, ma i pompieri finalmente svolgevano le lunghe manichette e la folla si andava scostando. I getti d'acqua sprizzarono alti simili a zampilli uggiolanti e scalpitanti nella sera amaranto. Gli uomini neri intanto gridavano e ballavano come indiani che, legata al palo la vittima, le avessero acceso sotto il fuoco. Ballavano armati di accette e manganelli."

Il giorno successivo, il 14 luglio, in Istria i fascisti diedero alle fiamme anche il Narodni Dom di Pola, e ci furono dei disordini anche a Pisino e a Fiume.  

Le ceneri di luglio

Le conseguenze dell'incendio furono enormi e devastanti sulla comunità slovena a Trieste, nella Venezia Giulia e in Istria. Il fascismo si adoperò sin da subito nell'opera di snazionalizzazione e bonifica etnica, cercando di eliminare ogni presenza fisica, culturale, associazionistica e identitaria della comunità slava presente da secoli in queste terre e che fino a quel momento era stata parte integrante e fondamentale di una città e di una regione che si erano sviluppate repentinamente dal 1700 in poi. La testa della classe dirigente della comunità venne tagliata con trasferimenti forzosi e incentivando l'emigrazione, vennero liquidate le associazioni economiche e culturali esistenti, venne soppressa la stampa, le scuole a insegnamento sloveno e croato vennero italianizzate e per l'anno scolastico 1928-29 non esistevano più classi a insegnamento a lingua slava. E ancora: il clero slavo o slavofilo venne allontanato, vennero italianizzati cognomi e nomi e venne imposto il divieto di assegnare nomi slavi ai bambini per evitare di turbare la morale pubblica, la lingua slava venne interdetta dai pubblici uffici prima e poi in pubblico, vietando anche le iscrizioni in sloveno o croato sulle lapidi. Anche il Tribunale speciale per la difesa dello stato si impegnò particolarmente in queste zone diventando il protagonista di ben tre processi: il processo Gortan a Pola nel 1930, il primo processo di Trieste del 1930 e il secondo processo di Trieste del 1940-1941, con il più alto tasso di condanne a morte nei confronti di antifascisti in tutta Italia, che nel caso specifico erano croati e sloveni.  

Immagine della manifestazione del 3 novembre 2018, a Trieste. La foto è stata scattata da Claudia Bouvier Calderone.
Immagine della manifestazione del 3 novembre 2018, a Trieste. La foto è stata scattata da Claudia Bouvier Calderone.

Quello che resta

Nonostante la ferocia fascista in queste zone ciò che ne rimane nella memoria pubblica è ben poco e settorializzato per comunità. Dal centenario della fine della Prima guerra mondiale, a Trieste sembra che il discorso pubblico sia ritornato al 1918. Basti pensare al 3 novembre del 2018, centenario della firma dei trattati di pace, in cui il nazionale di Casapound organizzò a Trieste un corteo, presentandosi in meno di 2.000 persone per le vie della città. La reazione fu un corteo antifascista di circa 10.000 persone che in quel gioco di strumentalizzazione del passato non volevano starci.

I sentimenti pubblici a Trieste cominciano a scaldarsi ogni anno attorno al 27 gennaio. Vi sono diversi mesi, fino al 1° maggio, in cui la tensione politica e memoriale della città si alza. Ogni anno dal 2004 ormai assistiamo alla commemorazione del "Giorno del Ricordo". Anche quest'anno passato non ci siamo risparmiati le polemiche, con Casapound - sempre lei - che, in diversi blitz, ha attaccato diversi striscioni e manifesti in centro città ma soprattutto in Carso - dove risiede una buona parte della comunità slovena - riprendendo l'adagio neofascista "slavi titini=assassini". Adagio che viene ripreso ogni 1° maggio, Festa dei lavoratori che per Trieste è anche il giorno della Liberazione da parte della città delle truppe jugoslave dall'occupazione nazista con la zelante collaborazione fascista, con l'inizio del periodo ricordato per le foibe triestine. Anche quest'anno che segna il passaggio di un secolo da quegli eventi, la giunta comunale di Trieste decide di proporre il 12 giugno come la giornata dell'effettiva Liberazione della città. Nel 1945, gli jugoslavi se ne andarono in seguito all'accordo di Belgrado, che sanciva la fine dell'occupazione da parte delle truppe di Tito. Non viene ricordato, però, che l'entrata delle truppe partigiane in città il 1°maggio del 1945 fu a tutti gli effetti, e non solo per la comunità slava ma anche per tutti coloro che da erano antifascisti e resistenti oppure semplicemente oppressi da vent'anni, una Liberazione al pari di altre città in tutta Europa. E nel caso specifico di Trieste una liberazione dell'occupazione nazista del Litorale Adriatico che qui aveva portato gli specialisti dello sterminio per occuparsi della situazione ebraica e della forte e tenace resistenza sul territorio.

Quello che resta a Trieste di una critica e una consapevolezza dei crimini fascisti, che esacerbarono i nazionalismi, viene rimpiazzato da una narrazione che indica altri crimini di queste terre come più violenti e sistemici, lasciando da parte ogni tipo di ragionamento possibile su un continuum di violenza effettivamente avvenuto. È sempre stata parziale una riflessione a livello politico, e quindi a livello sociale, rispetto ai crimini commessi dai fascisti nella Venezia Giulia e in Jugoslavia. Questi fattori vanno a creare una spirale in cui le colpe effettive non vengono mai assegnate e l'effettiva composizione di questo conflitto resta, ancora oggi, dopo cent'anni, lontana dall'essere raggiunta, con una comunità spaccata tra chi quelle colpe le vuole ricordare e chi quelle colpe le vuole cancellare dalla propria memoria.  

Riferimenti bibliografici

AA. VV., Dall'impero austro-ungarico alle foibe: conflitti nell'area alto-adriatica, Bollati Boringhieri, Torino 2009.

AA.VV., Relazione della Commissione mista storico - culturale italo slovena, 1993 - 2001.

Kocin - Wohinz Milica, Gli sloveni del Litorale sotto l'occupazione italiana, 1918-1921, Ismrl Friuli Venezia Giulia, "Rivista Qualestoria", giugno 2000.

Sala Teodoro, Collotti Enzo, Il fascismo italiano e gli slavi del sud, Irsml Friuli Venezia Giulia, "Rivista Qualestoria", aprile 2009.