Il “Giorno del ricordo” 2021 in 8 FAQ per il mondo della scuola

Negli ultimi anni ogni 10 febbraio migliaia di docenti si confrontano con temi complessi come quelli delle foibe e dell'esodo. Questo dossier vuole essere uno strumento conoscitivo dedicato al loro lavoro.
La Redazione
La Redazione
,
Picture of the author

1. Perché “il giorno del ricordo”?

Il 10 febbraio le scuole italiane celebrano il giorno del ricordo per «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.» (Legge 92/2004)

Foibe, esodo e “complessa vicenda del confine orientale” sono dunque i riferimenti storici di questa importante giornata di riflessione. Per riempirla di significato è necessario, anno dopo anno, compiere lo sforzo di guardare agli avvenimenti storici nel quadro d’insieme di un ragionamento critico che ci accompagni, oggi, nel difficile compito di essere cittadini consapevoli della nostra Repubblica.

2. Perché il 10 febbraio?

È il 10 febbraio del 1947 quando, a Parigi, l’Italia sottoscrive il trattato di pace con gli stati vincitori della seconda guerra mondiale. I confini italiani subiscono così alcune modifiche, soprattutto nella zona nord-orientale, quella dell’Alto Adriatico, dove le richieste della Jugoslavia – che a differenza dell’Italia siede al tavolo dei vincitori del conflitto – portano addirittura a rinviare a una successiva trattativa la definitiva assegnazione di alcuni territori, tra cui l’importante città di Trieste. Con il trattato di Parigi diventano però definitivamente jugoslave la valle dell’Isonzo, la città di Fiume e il suo entroterra, l’intera Dalmazia e buona parte dell’Istria.

Lo spostamento dei confini mette in movimento centinaia di migliaia di persone: la grandissima maggioranza degli abitanti di lingua e cultura italiana di queste regioni abbandona la zona. Nella appena nata Repubblica italiana affluiscono oltre 250.000 profughi.

3. Perché la vicenda del confine orientale è così “complessa”?

L’area geografica in cui si svolgono le vicende legate alla ricorrenza del 10 febbraio è storicamente un luogo d’incontro di lingue, culture e tradizioni diverse: italiani, slavi (croati e sloveni), austriaci e ungheresi hanno convissuto per secoli. Questa multiculturalità è stata la norma sotto la dominazione dell’impero asburgico, l’entità che ha governato la maggior parte della regione per più tempo. Quando prendono forza i nazionalismi tra fine Ottocento e inizio Novecento questa convivenza conosce momenti di crisi.

Nel periodo che va dalla prima guerra mondiale al secondo dopoguerra i confini della regione conoscono continui spostamenti, in parallelo all’affermarsi di forti istanze nazionalistiche che vedono contrapporsi soprattutto coloro i quali si riconoscono nelle componenti italiana e slava.

A titolo esemplificativo, può essere illuminante il caso di Trieste, la città più popolosa ed economicamente fiorente, dell’area.

Nel 1914 Trieste è il porto più importante dell’Austria-Ungheria. Dopo il 1919, con i trattati di pace successivi alla prima guerra mondiale, è annessa all’Italia insieme a tutta la penisola dell’Istria.

Nel 1943 è annessa direttamente al Reich di Hitler nella Operationszone Adriatisches Küstenland – la Zona d’Operazione del Litorale Adriatico – dove la repressione da parte di nazisti e fascisti delle resistenze locali, animate soprattutto da chi si riconosce nell’identità slovena e croata, si distingue per spietatezza. Proprio a Trieste entra in funzione la Risiera di San Sabba, l’unico campo di sterminio nazista all’interno di quelli che oggi sono i confini italiani.

L'ingresso della Risiera di San Sabba a Trieste (Museo della Risiera)
L’ingresso della Risiera di San Sabba a Trieste (Museo della Risiera)

Il 1° maggio del 1945, negli ultimi scampoli di guerra, entrano in città le forze partigiane dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia guidate dal leader comunista Tito. Il progetto di Tito è quello di annettere Trieste alla Jugoslavia, ma questo non rientra nei piani delle grandi potenze alleate.

Dal 9 giugno, infatti, 1945 la città è posta sotto l’amministrazione di un governo retto dagli alleati anglo-americani, nell’ambito del Territorio Libero di Trieste.

Nel 1954 si formalizza il passaggio della città all’Italia con la firma del Memorandum di Londra.

Sono trascorsi quarant’anni dal 1914 e Trieste è passata di mano sei volte.

4. Perché si parla di “fascismo di confine”?

La Trieste annessa all’Italia dopo la prima guerra mondiale è una città a maggioranza italiana ma con una forte minoranza slovena. Il resto del “confine orientale”, come ad esempio l’Istria, vede la concentrazione degli abitanti italiani nelle città, ma le campagne sono abitante in maggioranza da croati e sloveni. Le tensioni nazionalistiche sono molto forti in tutta la regione. Nell’estate del 1920 a Trieste gli esponenti del locale movimento fascista – che è ancora ben lungi dal conquistare il potere in Italia – attaccano e incendiano il Narodni Dom, la casa della cultura slovena in città.

L'incendio del Narodni dom ,Trieste, 13 luglio 1920
L’incendio del Narodni dom ,Trieste, 13 luglio 1920

Squadre d'azione fasciste (1922)
Squadre d’azione fasciste (1922)

Quello che gli storici definiscono il “fascismo di confine” colpisce ancora più duramente durante gli anni del regime (cioè a partire dal 1922).

Il fascismo mira alla cancellazione della cultura slava locale con l’italianizzazione dei cognomi, la riscrittura della toponomastica, la soppressione delle scuole slovene e croate e delle associazioni politiche slave. Anche durante le liturgie cattoliche è vietato l’uso della lingua slava. A ciò si deve aggiungere la sorveglianza speciale, le misure di polizia e la detenzione nei confronti dei sospetti di propaganda filo-slava. Sono infatti sloveni e croati la maggior parte dei condannati a morte dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato (lo speciale organo giudiziario costituito dal fascismo per colpire gli oppositori).

Nel corso della seconda guerra mondiale l’Italia fascista è protagonista, insieme alla Germania di Hitler, dell’aggressione alla Jugoslavia (aprile 1941), dove la “guerra ai civili” assume dimensioni notevoli. Nel corso della guerra – che vedrà morire un milione di jugoslavi – i confini italiani si estendono verso est nei Balcani, con l’occupazione di buona parte della Slovenia, di tutto il litorale dalmata, del Montenegro e di alcune zone dell’Erzegovina. L’esercito italiano fascista compie dure repressioni contro il movimento partigiano locale e rappresaglie contro i civili. Celebre è la circolare 3C del generale Roatta che, nel 1942, invita a una maggiore spietatezza anche nei confronti dei villaggi che appoggiano i partigiani. È proprio nell’area sotto controllo italiano che sorge il più grande campo di concentramento per civili della regione, quello dell’Isola di Arbe.

Bambini prigionieri nel campo di concentramento di Arbe
Bambini prigionieri nel campo di concentramento di Arbe

5. Cosa sono le foibe?

All’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 lo stato italiano collassa. Nelle zone del “confine orientale” e nelle regioni balcaniche sotto occupazione italiana, la resistenza jugoslava riesce per alcune settimane a prendere il controllo della regione. Si consuma così una prima tragica fase di resa dei conti: molti esponenti del fascismo locali sono passati per le armi insieme a centinaia tra i sospettati di complicità con il regime e collaborazionisti sloveni e croati. Ma non ci si limita a questo, la repressione colpisce anche la popolazione civile, in particolar modo se si tratta di proprietari terrieri o commercianti (in gran parte italiani), dal momento che il movimento partigiano jugoslavo, animato dall’ideologia comunista, vede nella guerra partigiana un momento più ampio della lotta rivoluzionaria.

Spesso i cadaveri sono fatti sparire all’interno delle “foibe”. Queste sono profonde cavità naturali, tipiche della regione carsica. Vista la difficoltà a scavare fosse comuni nel terreno roccioso della zona, le foibe divengono il luogo ideale per occultare i corpi.

Tra la fine del 1943 e il 1945, la regione passa sotto il diretto e feroce controllo nazista. Nel mese di ottobre l’Operazione Nubifragio condotta da due divisioni delle SS e unità della Wehrmacht proveniente dal fronte orientale, supportate da neocostituite forze fasciste della Repubblica Sociale Italiana, e i rastrellamenti che seguono fanno 2500 vittime tra partigiani e civili, italiani e slavi. È in questo lasso di tempo che inizia a funzionare la Risiera di San Sabba con un bilancio di circa 5.000 vittime. La spirale di violenza e di stragi collettive che insanguina la regione non fa che crescere.

Carri armati dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia in marcia verso Trieste
Carri armati dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia in marcia verso Trieste

Il termine “foibe” torna a essere usato, oltre a indicare le stragi dell’autunno del 1943, per definire anche le operazioni di epurazione su più larga scala che la polizia politica di Tito mette in atto nella primavera del 1945, quando – come si è visto – le truppe jugoslave entrano a Trieste e prendono il controllo di tutta la regione circostante. Gli arresti e le esecuzioni collettive – un tratto tragico che accomuna molte zone dell’Europa che si libera dai fascismi – arrivano a contare alcune migliaia di persone e si indirizzano in particolar modo verso coloro che sono individuati come un ostacolo al progetto della Jugoslavia comunista di Tito.

Per questo gli esponenti di spicco delle comunità italiane, a meno che esprimano sostegno verso la resistenza jugoslava, sono presi particolarmente di mira. Oltre a essere “infoibati”, molti moriranno nei campi di internamento del regime jugoslavo.

6. Cosa si intende per “esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati”?

A guerra conclusa la zona indicata come “confine orientale” è divisa in due settori: uno sotto amministrazione anglo-americana (che comprende Trieste) e uno sotto amministrazione jugoslava, che comprende la gran parte dell’Istria, la città di Fiume e l’intera Dalmazia. L’incertezza riguardo a quale sarà lo stato ad amministrare quelle terre è predominante.

Nel clima della nascente “guerra fredda” e nel rovesciamento dei rapporti di forza sul territorio, la maggioranza degli abitanti di lingua e cultura italiana vive con grande preoccupazione sia le politiche di epurazione del regime comunista sia l’intero sistema politico che la Jugoslavia socialista sta instaurando, adottando il modello sovietico di economia pianificata e di esproprio delle proprietà private. Sia prima, ma soprattutto dopo il trattato di Parigi, decine e decine di migliaia di abitanti delle città dell’Istria e della Dalmazia fuggono in direzione dell’Italia. I profughi saranno circa 300.000, tra questi anche alcune decine di migliaia di croati e sloveni che non se la sentono di vivere sotto un regime comunista.

Profughi istriani arrivano a Torino
Profughi istriani arrivano a Torino

Per l’Italia, un paese che ha subito pesantemente le conseguenze della guerra fascista, accogliere centinaia di migliaia di profughi non è semplice. A chi arriva dai territori ora jugoslavi si aggiungono coloro che fuggono dal Dodecaneso greco, dalla Libia, dal Corno d’Africa. Senza dimenticare i sopravvissuti dei campi di concentramento nazisti e dei reduci dall’internamento militare che tornano in un paese bombardato e distrutto economicamente e moralmente, ferito dall’occupazione e dalla guerra civile. Le politiche aggressive del fascismo e del nazismo presentano il conto sulla pelle della gente comune: in tutta Europa decine di milioni di donne, uomini, anziani e bambini sono costretti a fuggire, scacciati spesso violentemente da luoghi in cui vivevano perché ora erroneamente identificati tout court come complici dei regimi che hanno scatenato la guerra. I profughi tedeschi, espulsi dai territori precedentemente occupati dal Reich, sono oltre 12 milioni.

7. Come furono accolti i profughi in Italia?

I profughi della Dalmazia, dell’Istria e della città di Fiume furono ospitati in tutte le regioni d’Italia, spesso in condizioni igieniche precarie e in locali sovrafollati e poco adatti. Le città coinvolte nell’accoglienza furono 43 e le strutture ricettive furono oltre cento.

La dislocazione dei campi profughi in Italia
La dislocazione dei campi profughi in Italia

Nei loro confronti non mancarono gli atti di ostilità: nel clima di un’Italia che usciva provata dal conflitto venivano ingiustamente identificati tutti come fascisti, quando invece al loro interno esistevano le più varie posizioni politiche e, anzi, vi erano pure coloro che avevano appoggiato il movimento partigiano di liberazione.

Per molte famiglie che avevano dovuto affrontare l’esodo queste condizioni di estrema precarietà (dalla mancanza di alloggio alla frequente mobilità da un luogo di raccolta all’altro) durarono fino agli anni Sessanta.

8. Cosa ci insegna questa vicenda?

La giornata del 10 febbraio talora si presta a interpretazioni controverse: da alcune parti si è cercato di farne una giornata di celebrazione di una sorta di “orgoglio italiano”. Da altre parti si rischia di minimizzare la complessità degli eventi o di giustificarli.Le stragi che insanguinarono le regioni dell’Alto Adriatico, le foibe, l’esodo sono vicende che affondano le loro radici nel cuore nero del Novecento, nelle pretese aggressive dei nazionalismi, nel furore ideologico. Sta a noi, cittadini di una Repubblica democratica, rifiutare i semi di odio e fondare sulla pluralità e sull’accoglienza un futuro migliore.Oggi, nel febbraio del 2021, a meno di 150 km dai territori dove si consumarono quegli episodi tragici, al confine tra Bosnia e Croazia, ci sono, di nuovo, migliaia di profughi che premono sulle frontiere per cercare riparo dalle guerre e dalla persecuzione.


Una diversa versione di questo dossier è stata utilizzata dall’IIS “Giulio Natta” di Rivoli (To) per guidare allieve ed allievi a ragionare sui temi storici inerenti il “Giorno del ricordo”. 


Picture of the author

Vive la Commune! Ribellarsi senza capi

Giorgio Nieloud
Giorgio Nieloud
,
A 150 anni dalla nascita del “primo governo operaio”, è ancora tempo di riflettere su un evento che tanto ha affascinato l’immaginario e che ancora si presta a interpretazioni diverse.
Picture of the author

Black History Month. Il vuoto di memoria degli Stati Uniti d’America

Claudio Ferlan
Claudio Ferlan
,
Negli Stati Uniti febbraio è il mese dedicato alla riflessione sulla storia degli schiavi e dei loro discendenti, sulle loro cultura ed eredità, sulla centrale rilevanza degli afroamericani per lo sviluppo del Paese. Quanto bisogno c'è di una ricorrenza come questa? Tanto, ed ecco perché.

La ciurma

Viviamo in un'epoca in cui imperversa la "dittatura del presente", in cui il passato è imbalsamato ed è un semplice guardiano dell'esistente. Così nello spazio pubblico e nel senso comune il ricorso alla storia serve troppo spesso per legittimare l'ordine del discorso dominante.

Crediamo fermamente nella necessità di ridefinire l'orizzonte pubblico della storia, ribadendo la natura dinamica e processuale del passato.

Unisciti a noi