Il fascismo indiscreto della borghesia liberale

21.11.2020

Cento anni fa a Bologna la strage di Palazzo d'Accursio segna l'inizio del "biennio nero". Lo squadrismo guadagna spazio grazie al benestare delle forze politiche conservatrici che lo assecondano

di Marco Meotto - 21 novembre 2020

Avrebbe dovuto essere una festa, invece è il preludio di una tragedia.

Siamo a Bologna. È il 21 novembre del 1920, il giorno in cui dovrebbe insediarsi la nuova giunta comunale. A fine giornata, in piazza Maggiore, nel cuore cittadino, si conteranno undici morti e una sessantina di feriti. La chiameranno la "Strage di Palazzo d'Accursio". È lo spartiacque che segna la fine - almeno per Bologna e l'Emilia Romagna - del "biennio rosso" e fa presagire l'inizio di un periodo che si tinge di nero.

Per comprendere come si arrivi alla strage, bisogna ricostruire il clima bolognese dell'agitato autunno del 1920.

Il 31 ottobre, in un crescendo di tensione, si sono tenute le elezioni comunali e i socialisti si sono confermati la forza egemone in città. Rispetto alle politiche del 1919 hanno perso qualche manciata di voti, ma sotto le due torri il loro consenso sfiora comunque il 60%. Anche in provincia la maggioranza è schiacciante: su sessantuno comuni, cinquantacinque sono di marca socialista. E così va anche nel resto dell'Emilia e della Romagna.

La lista sconfitta, a Bologna e provincia, si chiama Pace, libertà, lavoro. Mette insieme liberali e nazionalisti. Tra i candidati spiccano, oltre al notabilato cittadino, alcuni repubblicani interventisti e molti ex combattenti. Il cartello elettorale era nato nei giorni di settembre in cui si stava esaurendo l'occupazione delle fabbriche, che, pur senza i livelli raggiunti a Torino e nel triangolo industriale, anche in Emilia Romagna aveva alimentato le speranze - o i timori - nella rivoluzione.

A promuovere il blocco elettorale sono stati per primi i nazionalisti, ma i liberali hanno da subito sposato la causa, affermando, in un documento votato dalla segreteria provinciale, la necessità che "fra tutti i gruppi politici che si oppongono alle direttive del socialismo ufficiale intervenga un aperto e leale accordo allo scopo di riunire in un solo fascio tutte le forze sane". ("La Squilla", n. 20, 1920)

È a protezione delle iniziative pubbliche di quest'alleanza liberal-nazionalista che l'Associazione di difesa, un'organizzazione cittadina che raccoglie la borghesia benestante, e cioè gli industriali, i grandi commercianti e gli agrari, ha dato il via al reclutamento di trecento "guardie del corpo".

Leandro Arpinati, dopo un passato socialista e anarchico, fu tra i principali animatori del fascismo bolognese
Leandro Arpinati, dopo un passato socialista e anarchico, fu tra i principali animatori del fascismo bolognese

Dell'operazione si è occupato soprattutto Leandro Arpinati, un ex socialista e poi anarchico, prima interventista e infine diventato nazionalista. Con i soldi dell'Associazione di difesa Arpinati ha rifondato il Fascio bolognese, già sorto una prima volta nel 1919, ma diviso al suo interno in diverse tendenze. Arpinati espelle i pochi repubblicani e sindacalisti-rivoluzionari che ancora vi fanno parte e, insieme ad ex legionari fiumani, che hanno ormai abbandonato la reggenza di D'Annunzio al suo destino, e con gli ex combattenti dei Sempre pronti, mette insieme il servizio d'ordine per i comizi e le manifestazioni pubbliche della lista che vuole costruire una diga contro l'avanzata socialista. Sono trecento giovani il cui compito sarebbe - si legge in una nota del Questore di Bologna - "circondare i comizianti e salvaguardarli da eventuali attentati dei partiti estremisti; essi in caso di conflitto sarebbero subito sostenuti da tutti gli altri aderenti all'associazione".

Antisocialismo e antibolscevismo sono dunque le solide direttrici di azione dei fascisti di Arpinati. Su questo terreno l'accordo con la grande borghesia della città turrita è totale. A Bologna, come altrove, il fascismo fiorisce grazie ai finanziamenti del mondo liberale. Ancora una volta è lo stesso questore di Bologna a segnalarlo in un rapporto riservato : "molti cittadini benestanti della Città, ispirati da sentimenti di simpatia verso i componenti del Fascio e verso l'azione dai medesimi spiegata, hanno in varie circostanze spontaneamente raccolto ed offerto agli stessi somme rilevanti, che ascenderebbero complessivamente a oltre centomila lire" (Archivio di Stato di Bologna, Carte Riservate, Fondo di Prefettura, Cat. 7, Fas. 1, 1920). Vale la pena precisare che, nel 1920, il salario medio di un operaio è di 300 lire al mese, quello di un bracciante agricolo di 60 centesimi all'ora.

Saranno soldi ben spesi perché, anche se il risultato delle urne sembra dire il contrario, il predominio socialista sul bolognese sarà spazzato via dalla violenza degli squadristi.

Camicie nere in posa
Camicie nere in posa


I precedenti: la lotta dei braccianti

Il mese di ottobre, quello della campagna elettorale, è stato ricco di tensioni, tanto in città quanto in provincia. Nelle aree rurali è in corso ormai da tempo una lotta serrata tra la Federterra, il sindacato di ispirazione socialista che raccoglie i lavoratori salariati, e le organizzazioni padronali. Sotto la pressione delle leghe bracciantili, che organizzano scioperi e agitazioni continue, gli agrari sono ormai sul punto di cedere. Un nuovo patto che disciplini l'organizzazione del lavoro nelle campagne sembra essere all'orizzonte. Viene siglato a pochi giorni dalle elezioni: il "concordato Paglia-Calda" - dai nomi del presidente degli agrari, Calisto Paglia, e del responsabile delle trattative della Federterra, l'avvocato Alberto Calda - garantisce un miglioramento delle condizioni lavorative sia per i mezzadri, sia per i braccianti. Per i primi viene abbassata la quota di riparto delle spese a loro carico, per quanto riguarda i secondi la quota di manodopera necessaria al lavoro dei fondi è stabilita con trattative tra i capilega e i singoli padroni. Ogni proprietario insomma deve trovare un accordo con il sindacato dei braccianti per stabilire quale sia, a partire da un indicatore generale, la giusta quantità di manodopera da impiegare nel suo fondo. Spetta poi agli uffici di collocamento comunali reperire i lavoratori. Gli agrari, che sulla base dei patti salariali del 1919 hanno già rinunciato a una parte dei loro profitti, vedono svanire così anche la possibilità di selezionare i braccianti. Il loro potere pare sgretolarsi. Chi lavora la terra sembra avere finalmente più forza di chi la possiede. Che le cose non stiano proprio così lo si capisce la sera stessa della firma dell'accordo.

Da Bologna partono alcuni camion carichi di fascisti. Piombano sui comuni di San Lazzaro, di Ozzano, di Casalecchio, l'area bracciantile del bolognese dove la lotta è stata più dura, arrivando sino allo sciopero della vendemmia. I fascisti bolognesi minacciano i capilega e gli intimano di non sottoscrivere l'accordo: "Guai a voi", urlano loro. Lo fanno ostentando pugnali, manganelli, e rivoltelle. Entrano nelle Case del Popolo le mettono a soqquadro, sparano qualche colpo in aria, strappano le bandiere rosse e poi se le portano via, a Bologna, dove le bruceranno in piazza.

Della forza pubblica, che mai era mancata durante le agitazioni dei braccianti, non v'è traccia. Che i fascisti - una vera milizia al servizio degli agrari - siano trattati con un occhio di riguardo è evidente.

D'altra parte, nei giorni successivi, sul loro giornale - Il Fascio - gli squadristi di Arpinati, che già avevano ricevuto gli apprezzamenti della stampa cattolica e liberale, rivendicheranno l'accaduto come un tentativo di salvare le campagne bolognesi dall'avanzata dei rossi: "Formate le squadre, in camion i fascisti si recarono nelle campagne del comune di San Lazzaro ove maggiormente imperversava la dittatura bolscevica." (Il Fascio, n. 39, 1920)


Un presagio: i fatti del Casermone

Dalla campagna, dove le loro spedizioni iniziano ad avere successo, i fascisti bolognesi mirano a conquistare anche la città, dove il clima è tesissimo.

L'occupazione delle fabbriche ha condotto alla nascita delle Guardie rosse, che non si sono certo sciolte quando la vertenza dei metallurgici si è risolta con gli accordi tra la Fiom e il governo di Giolitti. In città ormai circolano parecchie armi e il livello dello scontro si è alzato.

Lo si comprende il 20 settembre quando i fascisti mettono a segno la loro prima grande azione in città. Dopo una giornata di manifestazioni contrapposte, assaltano in armi un'osteria, ritrovo abituale di socialisti e anarchici. Ne segue una sparatoria di cui fa le spese l'operaio Guido Tibaldi. Ferito gravemente da una pallottola, spirerà nei giorni seguenti. Da questi fatti, che hanno addirittura eco nazionale - il Corriere della Sera ne parla in prima pagina - emerge con evidenza che l'azione della forza pubblica e della magistratura non è neutrale: gli arrestati sono tutti tra le fila della sinistra cittadina.

Così, il 14 ottobre viene convocato un comizio per esprimere solidarietà agli arrestati durante e dopo gli scioperi di settembre e per condannare la politica del governo italiano nei confronti della Russia bolscevica. La manifestazione è unitaria: hanno indetto due ore di sciopero sia la socialista Confederazione Generale del Lavoro, sia l'Unione Sindacale Italiana, guidata dall'anarchico Armando Borghi.

Francesco Zanardi, primo sindaco socialista di Bologna
Francesco Zanardi, primo sindaco socialista di Bologna

In piazza prende la parola l'ex primo cittadino, Francesco Zanardi, il "sindaco del pane", ma molti sono lì per sentire la voce di Errico Malatesta, che torna nella penisola dopo tanti anni d'esilio. Il carismatico anarchico, suo malgrado, si è guadagnato il soprannome di "Lenin d'Italia" per l'innegabile capacità di incendiare le folle. Il suo però è un comizio misurato - lo diranno persino i rapporti della polizia - che invita al "fronte unico" tra le forze rivoluzionarie. Eppure, anche se non sono autorizzati cortei, al termine dei comizi, un fiume di persone inizia a mettersi in marcia verso il carcere cittadino di San Giovanni in Monte, dove sono reclusi i compagni arrestati nei giorni precedenti. Per andare verso il carcere si passa però nei pressi del "Casermone", il presidio delle guardie regie. Qui iniziano a sentirsi le scariche di fucile e di rivoltella, da una parte e dall'altra. Chi abbia cominciato non è chiaro, ma il bilancio della giornata lo è: sei morti. Sono due guardie (il vice-ispettore La Volpe e il brigadiere Colamasi) e quattro manifestanti (i tre anarchici Fuzzì, Vacchi e Donati e il consigliere comunale socialista Zucchini). I giorni seguenti lasciano comprendere che qualcosa sta cambiando.

I fascisti bolognesi trasformano i funerali cittadini per le due guardie regie in una manifestazione nazionalista. Bologna è fasciata di tricolori e i giovani al seguito di Arpinati obbligano i passanti a baciare il drappo nazionale che ostentano. Intanto sull'Unione Sindacale Italiana e sugli anarchici cala una scure repressiva: buona parte della direzione dell'organizzazione viene imprigionata con l'accusa di aver premeditato i fatti del Casermone. Anche se i libertari si disinteressano della disputa che avrà luogo nelle urne, gli arresti degli anarchici incendiano gli ultimi giorni della campagna elettorale.

Crescono fino al parossismo le provocazioni del blocco liberal-nazionalista, sostenuto nelle strade dalle parate e dalle azioni sempre più frequenti dei fascisti. I manifesti della lista Pace, libertà, lavoro affissi sotto i portici bolognesi lo documentano ampiamente.

"Un incubo sempre più grave incombe sulla nostra diletta città e minaccia di paralizzarne completamente la vita", si legge in un cartello elettorale in riferimento alla probabile vittoria socialista. Per gli avversari politici non sono risparmiate le parole più sprezzanti, mentre, tra le righe, si coglie ben più di una semplice minaccia: "Essi non lasciano nessun dubbio su quel che l'avvenire riserba se non sapremo difenderci: fame, guerra civile, rovine, terrore, barbarie".

Tra le fila di chi si oppone ai socialisti inizia a essere esplicito il fatto che l'esito elettorale potrebbe essere superato da altri eventi. Lo si intuisce persino dalle parole della stampa cattolica che, pur essendo ostile ai socialisti, non appoggia il cartello di Pace, libertà, lavoro, in quanto il congresso del Partito Popolare Italiano si è dichiarato ancora una volta contrario ai blocchi nazionali. Eppure sull'Avvenire d'Italia il deputato cattolico Paolo Cappa si concede un fosco presagio, quando ammette che bisognerebbe permettere ai socialisti di "accentuare l'esperimento della finanza e della politica anarcoide, fino a quando la cittadinanza non perderà la pazienza spazzandoli via... e forse quel giorno (gli indizi sono recenti) non è lontanissimo" (L'Avvenire d'Italia, 20 ottobre 1920)

Il cencio rosso non sventolerà su Palazzo d'Accursio

La vittoria nelle urne del 1920 per i socialisti bolognesi è una conferma del loro radicamento. Avevano guadagnato per la prima volta lo scranno più importante di Palazzo d'Accursio nel 1914, quando il 28 giugno - proprio mentre l'eco dei colpi di rivoltella di Sarajevo si stava per diffondere su tutta Europa - era stato eletto sindaco il riformista Francesco Zanardi. In quel giugno, che preludeva alla crisi della seconda Internazionale, la bandiera rossa era stata esposta dal balcone del palazzo comunale di Bologna. Era stato un gesto puramente simbolico, ben presto annacquato dalla posizione cauta e lealista verso il governo che Zanardi aveva tenuto quando, l'anno successivo, l'Italia era entrata nel conflitto.

Sei anni dopo, nella memoria dei fascisti, ma anche di tutto il fronte liberal-nazionalista, l'episodio della bandiera rossa, tuttavia, era stato assunto a simbolo di un oltraggio che non avrebbe dovuto mai più ripetersi.

E così all'inizio di novembre, a risultato elettorale acquisito, si scatena una lotta accesa per l'occupazione simbolica dello spazio pubblico della città. Si comincia con le manifestazioni non autorizzate che i fascisti mettono in scena il 4 novembre, per il secondo anniversario della vittoria nel conflitto mondiale. La città è imbandierata di tricolori, le provocazioni nei confronti dei luoghi di ritrovo dei lavoratori non si contano. I tranvieri sono obbligati a esporre dalle carrozze vessilli nazionali e chi si rifiuta viene schiaffeggiato o percosso. Alcuni tram sono dirottati dagli stessi fascisti che iniziano dei caroselli rumorosi per la città. La forza pubblica non interviene. Il prefetto e il questore ammetteranno che gli agenti simpatizzano per i fascisti, "provenendo per la maggior parte dagli ex combattenti vedono con simpatia siffatte manifestazioni ostili al partito massimalista".

Alla sera i fascisti tentano l'assalto alla Camera del Lavoro, ma qui vi trovano le Guardie rosse a presidio della sede sindacale. La maggior parte di queste arrivano da Imola, dove durante l'occupazione delle fabbriche hanno trovato rifugio comunisti ungheresi profughi dopo la caduta della repubblica sovietica magiara. L'assalto fascista è respinto, dopo numerosi scambi di colpi di rivoltella. Tra le fila fasciste si conta un ferito. Ormai è notte quando intervengono carabinieri e Guardia regia: gli arresti sono numerosi, ma ancora una volta solo tra le fila dei "rossi", com'era accaduto in seguito ai fatti del Casermone . A conclusione di tutto, i fascisti, che non erano riusciti a impadronirsi da soli della Camera del Lavoro, possono infine devastarla impuniti.

L'assalto alla Camera del Lavoro ha degli strascichi giudiziari terribili: l'onorevole socialista Bucco, arrestato insieme alle "Guardie rosse", scarica, in sede di interrogatorio, su queste tutta la responsabilità dei fatti. Sarà costretto dal partito a rassegnare le dimissioni. Il proletariato di Bologna e della provincia, che era stato pronto a indire lo sciopero generale in solidarietà con gli arrestati, è profondamente disorientato.

Hanno appena vinto le elezioni, ma i socialisti bolognesi sono già in crisi. Quasi con rassegnazione ci si avvicina alla data d'insediamento della nuova giunta comunale.

Per lo schieramento nazionalista e per chi lo appoggia è il momento di affondare il colpo decisivo.

Sui muri di Bologna compare un manifesto:

Cittadini,

I massimalisti rossi sbaragliati e vinti per le piazze e per le strade della città chiamano a raccolta le masse del contado per tentare una rivincita, per tentare d'issare il loro cencio rosso sul palazzo comunale!

Noi non tollereremo mai questo insulto! Insulto per ogni cittadino italiano e per la Patria nostra che di Lenin e di Bolscevismo non vuole saperne.

Domenica le donne e tutti coloro che amano la pace e la tranquillità restino in casa e se vogliono meritare della patria espongano dalle loro finestre il Tricolore Italico. Per le strade di Bologna, domenica, debbono trovarsi solo Fascisti e Bolscevichi. Sarà la prova! La grande prova in nome d'Italia.

IL DIRETTORIO

Bologna, 19 novembre 1920

La strage

Nonostante le minacce esplicite, la folla che accorre il 21 novembre in piazza Maggiore è numerosa. Non mancano donne e bambini: è domenica e il popolo socialista di Bologna non vuole rinunciare alla sua festa. Ancora una volta i cortei sono vietati - lo stesso PSI locale ha concordato con prefetto e questore una manifestazione misurata nei toni - ma ad accorrere sono comunque migliaia di persone. Molti arrivano dal contado o dalla collina. Tra le varie colonne che entrano in città ce n'è una che issa la bandiera rossa sulla torre degli Asinelli. I carabinieri o i fascisti - questo non è chiaro dalle ricostruzioni - intervengono e la rimuovono subito.

La folla che gremisce la piazza aspetta che il nuovo sindaco si affacci dal balcone del Palazzo per un saluto al suo popolo, dopo il discorso d'insediamento della giunta. L'uomo che tutti attendono è Enio Gnudi, esponente della corrente comunista del partito. È un ferroviere, tutti lo conoscono come un abile organizzatore sindacale. Un operaio è diventato il primo cittadino. La folla lo attende per salutarlo.

Ai margini della piazza ci sono cordoni delle forze dell'ordine, carabinieri a cavallo e guardie regie. Trattengono i fascisti, guidati proprio da Arpinati, che premono per entrare in piazza. Lo hanno promesso. I cordoni però sembrano reggere. Almeno fino a poco dopo le tre di pomeriggio.

È quello il momento in cui Gnudi esce sul balcone, affiancato da alcuni consiglieri che tengono in mano drappi rossi. Alcune colombe, anch'esse adornate con nastrini rossi, sono liberate in cielo. Il sindaco saluta la folla, ma non fa in tempo a pronunciare alcun discorso. Si scatena un pandemonio.

Le testimonianze successive, la commissione d'inchiesta parlamentare, le indagini della magistratura non arriveranno a ricostruire un quadro coerente di quanto avviene in quel tragico pomeriggio. Di certo alcuni dei cordoni che circondano la piazza cedono sotto la pressione dei fascisti. Si sentono i primi colpi di arma da fuoco. In piazza Maggiore si scatena il panico, i gonfaloni e le insegne delle leghe, delle cooperative, delle sezioni locali vanno in terra e c'è il fuggi fuggi. In molti corrono verso la sede del Comune, pensando di trovare protezione. Si spara dalla piazza verso il palazzo e dal palazzo verso la piazza. Ma chi è che spara? Di fatto, tutte le parti in causa.

I fascisti - come riporteranno molti giornali anche di area moderata - hanno aperto il fuoco poco dopo l'apparire del sindaco Gnudi. Le "Guardie rosse" iniziano subito a rispondere alle pistolettate. E poi - lo documenterà l'inchiesta parlamentare - anche la "Guardia regia" comincia a bersagliare con i moschetti il palazzo. Ma mentre in piazza imperversa la sparatoria, la prospettiva di chi sta dentro Palazzo d'Accursio è rovesciata: un fiume di gente corre incontro al portone e cerca di entrare. Che sia l'assalto fascista? Dal cortile del palazzo sono lanciate delle bombe a mano: è quasi certo che siano le Guardie rosse a farlo, pensando di arginare l'avanzata fascista o, comunque, quella della forza pubblica. Non sanno di colpire invece la propria parte. All'interno dei locali del consiglio comunale la situazione è ancora più caotica. Si pensa che fuori ci siano Arpinati e i suoi che premono per entrare. Si puntano le rivoltelle contro gli esponenti della minoranza comunale ed è ucciso il consigliere Giulio Giordani, reduce di guerra, eletto nella lista del blocco liberal-nazionalista. Otto uomini e due donne muoiono tra le fila dei socialisti. Che siano stati uccisi dalle bombe a mano o dalle pallottole sparate da più parti le inchieste successive non riusciranno a stabilirlo con certezza, sebbene la prima ipotesi sia ritenuta la più fondata.

Non sarà chiaro nemmeno chi sia stato davvero a premere il grilletto contro Giordani - che diventerà un martire nella propaganda fascista.

Quel che certo è che alla fine della giornata Arpinati e i suoi cantano vittoria, insieme a tutto il cartello politico che li ha sostenuti. Enio Gnudi, il comunista ferroviere, è rimasto sindaco solo per mezza giornata. Il comune di Bologna è immediatamente posto sotto il controllo di un commissario governativo.

Sconfitta nelle urne, l'alleanza tra liberali e nazionalisti ha trovato nei fascisti lo strumento per rovesciare il governo cittadino.

A Bologna si comincia a capire che la strada del futuro dell'Italia è segnata.

1921, Bologna: i fascisti sono ormai padroni della scena pubblica cittadina
1921, Bologna: i fascisti sono ormai padroni della scena pubblica cittadina


BIBLIOGRAFIA

Paolo Alatri, Le origini del fascismo, Editori Riuniti, Roma , 1961

Valerio Evangelisti, Salvatore Sechi, Il gallo rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia-Romagna, 1880-1980, Marsilio, Venezia, 1982

Fabio Fabbri, Le origini della guerra civile. L'Italia dalla Grande Guerra al fascismo, 1918-1921, Utet, Torino, 2009.

Mimmo Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Feltrinelli, Milano, 2009

Nazario Sauro Onofri, La strage di Palazzo d'Accursio. Origine e nascita del fascismo bolognese. 1919-1920, Feltrinelli, Milano, 1980