Il coprifuoco e la paura del nostro passato

04.11.2020

Da qualche giorno si è tornati a parlare di coprifuoco nelle nostre città assediate dal virus. Un piccolo tuffo nel passato per non dimenticare quando il virus era il fascismo e il nostro esercito circondava le città altrui.

Lubiana circondata dal filo spinato, 1942
Lubiana circondata dal filo spinato, 1942

Gennaio 1942, Kastelli Fournì, un piccolo villaggio nei pressi della cittadina di Agios Nikoalos, Creta orientale. Leonida Amariotachi, 45 anni, viene arrestato da Carabinieri italiani perché trovato a circolare dopo il coprifuoco. Condotto in tribunale, Leonida si giustifica affermando che era uscito di casa di notte perché aveva sentito il bisogno improvviso "di espletare bisogni corporali". Dopo un breve processo la corte gli dà ragione, considerando che, "nell'impellente bisogno di atti corporali determinati da disturbi gastrici si può ravvisare uno stato in cui, specie quando imprevisto, non si può porre rimedio e che è umano pensare che chiunque in simili condizioni avrebbe agito come l'Amariotachi". Il greco viene tuttavia condannato a un anno di detenzione (pena poi temporaneamente sospesa) per essere stato trovato in possesso di due paia di scarpe e una giacca militare, probabilmente provenienti dai magazzini dell'esercito italiano occupante.

Dopo il clamoroso fallimento della campagna militare italiana contro la Grecia nell'autunno del 1940, il paese era stato sconfitto e occupato grazie all'intervento tedesco nella primavera successiva. A partire dal maggio 1941 anche Creta era caduta nelle mani degli invasori, tra cui gli italiani, che amministreranno la provincia orientale di Lasithi fino al settembre 1943. È qui che, nel gennaio 1942, Leonida Amariotachi (trascrizione italiana, la cui forma corretta è probabilmente Amariotakis) si imbatte nella ronda dei carabinieri e nella giustizia militare italiana.

Micro-disavventure come quella di Leonida abbondano nelle carte dei tribunali militari italiani, in Grecia come in Jugoslavia, in Albania, nella Francia meridionale o in URSS, durante la seconda guerra mondiale. Queste piccole contravvenzioni alle norme istituite dagli invasori ci raccontano di un tentativo, comune a molte occupazioni nella storia, di istituire forme di controllo capillare su una società che si percepisce come potenzialmente ostile. L'esercito occupante si trova infatti a dominare una società per lui opaca, la cui solidarietà interna - determinata da legami di tipo familiare, locale, etnico - pone una sfida che difficilmente può vincere. È una situazione simile a quella coloniale, dove però le autorità dello stato colonizzatore hanno a disposizione molto più tempo per impiantare forme di potere stabile. L'occupazione, invece, è per sua natura transitoria e instabile. Ciò accomuna il comportamento del potere occupante a quello degli stati attraversati da violenti disordini, come ci ricordano le città americane in cui, solo pochi mesi fa, sono esplose proteste contro la brutalità della polizia verso le comunità nere, e dove è stato istituito il coprifuoco.

Nelle memorie private, d'altra parte, l'arrivo dell'esercito occupante è spesso legato proprio a queste invadenti prescrizioni, che penetrano nella sfera privata e influiscono pesantemente sulla quotidianità della popolazione occupata. Le limitazioni al libero movimento, il controllo sulla produzione e distribuzione dei prodotti (mediante il cosiddetto "ammasso" dei beni agricoli o il sistema delle tessere "annonarie"), la proibizione di detenere oggetti di uso comune (come la radio o banalmente un'arma, spesso vitale nella quotidianità di un contadino di montagna o di un pastore) sono solo alcune delle regole che in maniera evidente modificano la vita delle regioni invase dall'esercito fascista durante la seconda guerra mondiale.

Parte integrante di questi dispositivi di controllo è anche, immancabilmente, il coprifuoco, termine che ha origine nell'uso medioevale di imporre la "copertura del fuoco" nella case ad una certa ora per prevenire il diffondersi di incendi. Nel corso dei secoli questa parola è venuta ad indicare tutte le disposizioni riguardanti la vita serale e notturna, e in particolare il divieto di uscire di casa. È la notte, quindi, vista come momento ideale per svolgere attività illecite sottratte alla vista del potere, il nemico del coprifuoco. Per quanto ne sappiamo non è stata ancora scritta una storia di questa misura di controllo, anche se recentemente, in seguito alla sua imposizione per prevenire la diffusione del COVID-19, intellettuali di ogni paese sono andati alla ricerca di precedenti nella storia nazionale in cui tali misure sono state imposte, spesso mettendo in guardia contro il ritorno di fenomeni totalitari nelle società liberali. Nel marzo scorso è stata la stessa Angela Merkel, cresciuta nella Repubblica Democratica Tedesca, a ricordare ai tedeschi: "Agli occhi di una persona come me, per cui il diritto di viaggiare e muoversi liberamente è stato una dura conquista, queste limitazioni sono giustificabili solo in condizione di assoluta necessità".

Durante le occupazioni fasciste della seconda guerra mondiale il coprifuoco non era solo un modo per controllare la popolazione ma anche, spesso, per punirla. A Spalato, incorporata nel Governatorato di Dalmazia, il 15 aprile 1942 ricorre il primo anniversario dell'entrata delle truppe italiane in città. Alle celebrazioni però partecipano solo rappresentanti delle autorità, fascisti e membri della comunità italiana, mentre la maggioranza dei croati rimane a casa come forma di protesta. Nei giorni successivi il prefetto ordina per rappresaglia l'estensione del coprifuoco e proibisce l'usuale passeggiata sul lungomare. In maniera simile, in quasi tutte le aree dove è attiva la guerriglia partigiana gli occupanti estendono il coprifuoco. Questa misura punisce in sostanza l'intera popolazione rendendo più difficile se non impossibile svolgere alcune attività economiche. L'obiettivo è quello di alienare le simpatie di cui gode il movimento partigiano, togliendogli l'indispensabile appoggio della comunità.

Il coprifuoco viene talvolta utilizzato anche come pratica repressiva da un punto di vista strettamente militare. Di notte infatti è più facile per l'esercito occupante effettuare arresti in città deserte, dove gli abitanti sono costretti in casa. È quel che succede ad esempio a Lubiana, attuale capitale della Slovenia, interamente circondata dal filo spinato nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942. Nei giorni successivi vengono proibiti gli assembramenti di oltre tre persone e Lubiana assume, secondo un testimone, "l'aspetto di una città assediata". Il coprifuoco, in vigore dalle ore 17, facilita il lavoro degli occupanti italiani, che rastrellano interamente la città e arrestano migliaia di persone, tra cui quasi tutti i giovani maschi.

I casi più comuni di infrazione delle norme sul coprifuoco riguardano però taverne, osterie e caffè. Esattamente come accade oggi, sono questi i luoghi più colpiti, in quanto centri di ritrovo della popolazione e dunque fonte di potenziale pericolo per gli occupanti. Ma anche semplicemente perché si tratta dei classici luoghi di ritrovo serali o notturni, in Jugoslavia e in Albania come in Grecia. Il 31 dicembre 1942 per esempio, sempre nella zona di Creta sotto occupazione italiana, una pattuglia fa irruzione in un kafeneio, arrestando il proprietario e sette avventori "intenti a consumare alcool" ampiamente oltre l'inizio del coprifuoco: tutti si difendono sostenendo che pensavano fosse eccezionalmente consentito, essendo Capodanno. Nei villaggi greci il kafeneio è il centro della vita comunitaria, pertanto è proprio a questi luoghi che i fascisti guardano con maggior diffidenza e disprezzo. Il sociologo fascista Carmelo D'Agata ritiene addirittura che la fame sia una scuola di vita per i greci, perché li tiene lontani dai caffè costringendoli, così, a "incivilirsi". "La guerra", scrive nel 1943, "ha obbligato il popolo greco ad abbandonare abitudini inveterate, basate sul quieto vivere e, peggio ancora, sull'ozio, spingendolo a cercare nel lavoro di che sostentarsi, nel risparmio una riserva di mezzi per l'immediato domani. Oggi i caffè, i locali di ritrovo, le sale da gioco, non sono cosi frequentati come lo erano un tempo: oggi ognuno e costretto ad attivarsi per procurarsi i mezzi per vivere, non fosse altro che ramingando di qua e di là o facendo delle lunghe file negli spacci attendendo pazientemente il proprio turno. Queste nuove abitudini di vita, tanto profondamente diverse da quelle di un tempo, finiranno, a lungo andare [...] per imprimere come una seconda natura sulla generazione che questo periodo eccezionale matura. Esse eserciteranno un'influenza su tutta la vita loro e su quella dei loro discendenti".

Una taverna a Florina, in Grecia, durante l'occupazione
Una taverna a Florina, in Grecia, durante l'occupazione

Le disposizioni attuali sul coprifuoco seguono logiche ovviamente diverse. La prevenzione sanitaria, in sé, non ha niente di repressivo e non c'è alcuna ragione punitiva o intento persecutorio nelle norme che vengono emanate in questi giorni, nonostante molti commentatori mettano in guardia contro un'eventuale deriva autoritaria. Tuttavia un dato rimane coerente con il coprifuoco del tempo di guerra: la percezione da parte delle autorità che il pericolo si annidi in modo particolare negli assembramenti notturni. La notte rimane il momento della giornata meno controllato e controllabile, lo spazio della socialità giovanile, per definizione sregolata. Insomma, non si vuole "punire" la movida, ma certo appare evidente come le norme contro la socialità notturna (certamente meno intensa di quella diurna e quindi potenzialmente meno pericolosa dal punto di vista sanitario) siano il frutto della permanenza di una sorta di paura dell'ignoto, dell'incontrollato, quasi un terrore atavico e irrazionale per il buio della notte.

La notte che un tempo popolava di "feroci partigiani" gli incubi dei nostri soldati mandati a occupare terre non italiane oltre Adriatico, e che oggi sembra essere terreno più fertile per la diffusione della pandemia.