Il concerto che fece crollare il Muro. David Bowie e la Berlino della Guerra fredda

18.06.2020

Cosa lega David Bowie e la Berlino della guerra fredda? La permanenza dell'artista nella città durante gli anni Settanta è ben nota, ma c'è molto di più oltre la convivenza con Iggy Pop e i tre album della trilogia berlinese. Analizzare il potere di David Bowie come artista-simbolo di alcuni momenti fondamentali della guerra fredda può aprire prospettive inedite sulla storia di quel periodo e sul valore della storia culturale: i simboli del tempo visti nell'ambito della produzione dell'artista, ma anche la produzione dell'artista come simbolo del suo tempo. 

di Francesco Cacciatore - 18 giugno 2020

La popolazione di Berlino scavalca il muro la notte del 9 novembre 1989
La popolazione di Berlino scavalca il muro la notte del 9 novembre 1989

Culture della Guerra fredda

«Good-bye, David Bowie. You are now among #Heroes. Thank you for helping to bring down the #wall». Con questo tweet, il Ministero degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca dava il suo commiato a David Bowie in seguito all'improvvisa notizia della morte dell'artista, l'11 gennaio del 2016. Al di là del cordoglio per la scomparsa di una delle icone non solo della musica, ma della cultura pop degli ultimi cinquant'anni, potrebbe sorprendere il riferimento al contributo di Bowie alla caduta di un'altra icona, il muro di Berlino. Molte figure pubbliche, dai politici agli artisti, sono state in qualche modo collegate all'abbattimento del simbolo più potente della guerra fredda e della divisione bipolare del mondo, sebbene con diversi gradi di credibilità: se si può effettivamente dibattere sull'influenza dell'appello di Ronald Reagan dalla porta di Brandeburgo («Mr. Gorbačëv, tear down this wall!»), il ruolo attribuito a David Hasselhoff è quantomeno discutibile*. Bowie, però, occupa un posto speciale nella storia non solo della caduta del muro, come verrà spiegato in seguito, ma della città di Berlino nel cuore di quel periodo a cui si fa comunemente riferimento con il nome di Guerra fredda. A dire il vero, la relazione di Bowie con la Guerra fredda va oltre i confini della città tedesca che di essa fu l'epicentro, e risale fino al brano che segnò il primo successo commerciale e di pubblico dell'artista, Space Oddity. Pubblicata l'11 luglio del 1969, nove giorni prima che le immagini dei primi uomini a camminare sulla Luna venissero trasmesse in tutto il mondo, Space Oddity finì per essere inesorabilmente collegata a quell'evento e a tutto l'immaginario che lo aveva preceduto, quello della corsa allo spazio che aveva animato tutto il decennio appena trascorso, frutto della competizione tra le due superpotenze rivali. Il peculiare collegamento di David Bowie all'immaginario della Guerra fredda si declinò tramite un rapporto bilaterale tra l'artista e la storia, intesa sia come insieme degli eventi a lui contemporanei che come rappresentazione degli stessi nell'immaginario collettivo. Il valore del simbolo assume un'importanza fondamentale: i simboli del tempo nella produzione dell'artista, ma anche la produzione (e la vita, intesa nel caso di Bowie anch'essa come prodotto artistico) dell'artista come simbolo del suo tempo.

L'interesse per la dimensione culturale della Guerra fredda, sebbene abbia le proprie radici negli studi sulla propaganda e la guerra psicologica, ha trovato nuova linfa negli ultimi due decenni, di pari passo con l'attenzione per aspetti di quel periodo che vadano oltre le tradizionali categorie di studi politici, diplomatici, economici, e militari. Inoltre, il modo in cui la Guerra fredda terminò, improvvisamente, pacificamente e sull'onda della crisi di legittimità sovietica, serve da monito costante che la storia delle idee (e di conseguenza la storia culturale) va tenuta in seria considerazione nell'approcciarsi a quel periodo. Superando quindi la tradizionale visione di un conflitto per l'egemonia culturale tra due superpotenze, potremmo provare a rispondere alla domanda posta da John Lewis Gaddis: «What did ordinary people during the Cold War really think?»

In che modo si inserisce la vita e l'opera di David Bowie in questi tentativi di comprendere la dimensione culturale della Guerra fredda? Come già detto, l'immaginario dell'artista si collega agli eventi sviluppantesi intorno a lui, venendone influenzato e a sua volta lasciando il proprio marchio indelebile nell'immaginario collettivo dell'epoca. Con l'acutezza tipica delle avanguardie, ma anche dei grandi imprenditori, Bowie sintetizzò alcuni grandi capitoli del XX secolo, anticipando e annunciando alcuni aspetti del XXI, confermando la sua piena sinergia con i flussi dominanti e cangianti del contemporaneo: dall'apoteosi dell'entusiasmo ingenuo degli anni Sessanta, che portò al successo dell'Apollo 11 rappresentato dal Major Tom di Space Oddity, passando per la me decade degli anni Settanta, gli anni della delusione e del riflusso in sé, degli amanti disperati che tentano di superare invano il Muro di Berlino cantati in "Heroes", per arrivare a quel concerto del Glass Spider Tour tenutosi il lunedì di Pentecoste del 1987 di fronte al Reichstag che, secondo alcuni, fu l'inizio degli avvenimenti tumultuosi che portarono in poco più di due anni alla caduta del Muro e alla fine della Germania Est. Un percorso che accompagna la costruzione di un immaginario, fatto di simboli, suggestioni, temperie e personaggi, che se analizzato può espandere la nostra conoscenza sia della Guerra fredda culturale che delle culture della Guerra fredda. David Bowie, nella sua pratica artistica squisitamente sincretica, si colloca all'incrocio tra la cultura d'élite (o di avanguardia) e quella di massa, sconfessandone la reciproca impenetrabilità e intercettando le contraddizioni ideologiche di un'epoca che dall'ideologia era imbevuta, guidata, e sostenuta.

Bowie e Iggy Pop condivisero un appartamento a Berlino, e collaborarono a diversi progetti musicali
Bowie e Iggy Pop condivisero un appartamento a Berlino, e collaborarono a diversi progetti musicali

Bowie e la Berlino degli anni Settanta

Tra il 1974 e il 1980, David Bowie si ritrasse dal mondo che lo circondava e nel quale aveva trovato fama e successo, per costruire un proprio microcosmo, che mutò costantemente col passare degli anni. Il suo metodo consisteva nell'impiantare sé stesso in ambienti e culture a lui "alieni", assorbirli in modo da creare un nuovo sé, per poi demolirlo sistematicamente e spostarsi verso la fase successiva. Il processo cominciò nel 1974 con l'approdo di Bowie in America, per quelli che furono forse i due anni più tormentati della sua vita, segnati dall'abuso di droghe e dall'ossessione per l'occulto, ma anche dal contatto con l'R&B e il rock sperimentale. Bowie aveva già visitato gli USA nel 1971, dove era entrato in contatto con una cultura estremamente diversa da quella della natia Inghilterra, e dove aveva fatto la conoscenza di Iggy Pop e Lou Reed. Il tour del '74 partì subito dopo che Bowie aveva ritirato il suo personaggio forse più famoso, Ziggy Stardust, annunciandone la "morte" il 3 luglio del 1973 dal palco dell'Hammersmith Odeon di Londra. Nel corso del tour, Bowie avrebbe spinto sé stesso al limite della stanchezza attraverso le sfide fisiche dello spettacolo (il tour di Diamond Dogs fu il più costoso e stravagante nella storia del rock fino a quel momento), il superlavoro e l'abuso di cocaina. In America, sotto la guisa del Thin White Duke, Bowie raggiunse l'apice del successo come rockstar, producendo musica che poteva sembrare eccessivamente comune rispetto agli exploit di Ziggy, in linea con la fissazione per l'R&B della scena americana del tempo. È significativo che proprio il singolo Fame raggiunse la posizione numero uno nelle classifiche americane, perché a quel punto la popolarità di Bowie sembrò rivelarsi un'arma a doppio taglio. Nel 1975 affermò che la Gran Bretagna aveva bisogno di una leadership forte, di stampo fascista, per uscire dalla crisi. I giornali lo chiamarono nazista, Bowie negò, per poi affermare in un'intervista a Playboy nel settembre del 1976 di "credere fortemente nel fascismo".Quanto di queste affermazioni fosse solo un altro elemento controverso da aggiungere alla sua nuova immagine di Duca Bianco, un superuomo ariano amorale creato sulla scia dell'entusiasmo per la lettura di Nietzsche, e quanto ci credesse davvero, non potremo mai saperlo. Uno dei grandi maestri riconosciuti da Bowie fu Lindsay Kemp, artista performativo e mimo con il quale il cantante collaborò negli anni '60, calcando in prima persona il palcoscenico. Questo ci serve a ricordare come la dimensione dello sdoppiamento teatrale e della provocazione sia fondamentale per comprendere la vita e l'opera di Bowie. È certo, però, che nel proclamare la propria fascinazione per il potere autoritario in tempo di crisi, l'artista si facesse interprete di una tendenza non ancora dominante al momento delle sue affermazioni, ma che trovò negli anni successivi espressione nell'elezione di due leader forti, autoritari e "liberal-conservatori" nei due paesi guida del mondo libero, Ronald Reagan in America e Margaret Thatcher in Inghilterra. Nel 1976, quella che potremmo definire una certa fascinazione per alcuni aspetti del Nazismo sembrò peggiorare, e fu documentata in foto celebri, come quella scattata a Victoria Station nel maggio del 1976, con Bowie, capelli tinti di biondo platino e camicia nera, che saluta la folla col braccio destro teso dal retro di una Mercedes decappottabile molto simile a quelle usate da Hitler. Fu nell'estate di quell'anno, però, che Bowie cambiò di nuovo il suo ambiente, e la sua pelle, e si trasferì a Berlino. Lì, lungi dal creare un nuovo culto della sua personalità sulle macerie del Nazismo, Bowie si disintossicò dagli eccessi, fisici e mentali, del periodo americano, immergendosi nella musica sperimentale del Krautrock, e creando i suoi tre album meno commerciali e artisticamente più rivoluzionari.

Negli anni Settanta, Berlino era al centro della détente, dopo che i governi di Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia firmarono l'accordo quadripartito del 1971 che regolamentava definitivamente lo status della città. Un anno dopo, con il "trattato fondamentale", le due Germanie si riconobbero reciprocamente come Stati sovrani. I due accordi conclusero simbolicamente il lungo processo seguito alla crisi di Berlino del 1961, sottolineato e accompagnato dalla costruzione del Muro che, secondo alcuni analisti, aveva risolto la crisi a favore dell'Unione Sovietica. Nei fatti, il Muro risolse ben pochi dei problemi di Khrushchev e dei suoi alleati in Germania Est: sebbene da un lato la grande fuga di persone (soprattutto i lavoratori più qualificati) verso occidente fu interrotta, e la grande vetrina del capitalismo che Berlino Ovest rappresentava fu sigillata, dall'altro il Muro era una confessione aperta che la DDR non poteva trattenere i suoi abitanti senza trasformarsi in una prigione, e che l'Unione Sovietica e i suoi alleati rinunciavano ad ottenere il controllo totale sulla città. Dal punto di vista degli americani, Berlino era sempre stata al centro della Guerra fredda. La guerra del Vietnam e i cambiamenti demografici e sociali in patria avevano creato una forte corrente di dubbio sul fatto che la Guerra fredda fosse un'altra "buona guerra". Era difficile però per qualsiasi americano, anche i revisionisti più incalliti, vedere il muro di Berlino e non convincersi che ci fosse qualche differenza morale tra i due rivali e i loro sistemi di organizzazione della società, riprendendo quanto affermato da Kennedy nel suo discorso a Berlino nel 1963: «People who really don't understand, or say they don't, what is the great issue between the free world and the communist world-let them come to Berlin!». Sarebbe sbagliato infatti credere che per via della détente Berlino fosse stata improvvisamente catapultata fuori dal conflitto. Molti aspetti chiave della Guerra fredda erano comunque manifesti, e l'enclave occidentale continuava ad essere circondata da una società comunista ostile. Per effetto dell'accordo quadripartito, però, la vita degli abitanti di Berlino Ovest si era fatta più facile, e per la prima volta la preoccupazione primaria della città non era più la propria sopravvivenza, ma poteva dirigere i propri sforzi al progresso e guardare al futuro con la mente più sgombra. Timore e speranza, repressione e libertà, questa massa di contraddizioni convergeva in quella città divisa da un muro che non era solo il confine tra due città, ma tra due Stati e tra due mondi diversi, tra due sistemi opposti di organizzare la società. Berlino Ovest era una città di frontiera, un'isola di libertà e un avamposto della democrazia, dove però si potevano ancora sentire gli spari dall'altra parte del Muro.

Non sappiamo se David Bowie si recò a Berlino perché sentiva con forza la chiamata di Kennedy, o per ritrovare l'eco del passato totalitario e del culto del superuomo che lo aveva affascinato a partire dalle sue letture di Nietzsche. Quello che conta è che la permanenza dell'artista in città, e la sua natura, si incrociarono perfettamente con la massa di contraddizioni sopra descritte. A Berlino Bowie condivise un appartamento, e un sodalizio umano e artistico, con Iggy Pop, che si rivelò fondamentale per la salute fisica e psichica di entrambi. Iggy collaborò anche alla famosa trilogia berlinese (Low, "Heroes", Lodger), registrata negli Hansa Studios, uno studio entrato nella leggenda della musica non solo per la levatura degli artisti che decisero di utilizzarlo in seguito (oltre allo stesso Iggy Pop, i Depeche Mode, gli U2, Nick Cave), ma anche per la posizione: 38 Köthener Straße, a circa 200 metri dal Muro. Dalle finestre degli Studios si poteva vedere la barriera che separava due mondi, e una torre di guardia da cui le vedette armate della DDR proiettavano la minacciosa presenza del mondo che era dall'altro lato. La leggenda dice che proprio da una di quelle finestre Bowie vide due amanti baciarsi all'ombra del Muro (il suo produttore e una delle coriste), ed ebbe l'ispirazione per scrivere "Heroes". Il brano, scritto a quattro mani con Brian Eno (che collaborava strettamente con Bowie all'epoca), come Space Oddity divenne il simbolo di qualcosa di ben più grande dell'artista e della sua musica. Più che il racconto dell'incontro clandestino tra due amanti, "Heroes" è un memoriale per persone come Henri Weise, il ventitreenne della Germania Est che fu ritrovato morto il 27 luglio del 1977, all'incirca quando cominciarono le registrazioni del brano. Weise era affogato nella Spree circa due mesi prima, tentando di attraversare illegalmente il confine, come tanti altri prima di lui (120 persone erano morte fino a quel momento tentando di superare il Muro, molte per annegamento). «I wish you could swim, like dolphins, like dolphins can swim», recitano i primi versi della canzone, un riferimento certamente non casuale. Il romanticismo apparente della canzone, così come la storia ufficiale della sua ispirazione, non sono altro che una maschera. Bowie definì "Heroes" come il grido disperato dell'ultimo romantico rimasto su un pianeta ormai distrutto, e le virgolette nel titolo furono volute proprio per trasmettere il valore sarcastico della definizione. Lungi dall'essere un grido di trionfo o un invito alla rivoluzione, il brano ci dice che sì, possiamo essere migliori di quello che siamo, ma solo per poco tempo («just for one day»). D'altronde, la visione di Berlino da parte di Bowie era, all'epoca, quella di una città fatta di persone disilluse e disperate, che ispiravano un senso di compassione, persone che rappresentavano per esteso la generazione disillusa, frammentata e in cerca di una guida degli anni Settanta.  

Alla metà degli anni Settanta, Bowie adottò brevemente uno stile estetico che ricordava quello del Nazismo, con la mercedes nera e i lunghi cappotti di pelle
Alla metà degli anni Settanta, Bowie adottò brevemente uno stile estetico che ricordava quello del Nazismo, con la mercedes nera e i lunghi cappotti di pelle

Il concerto che abbatté il muro

"Heroes" resta, e forse a discapito della volontà del suo autore, il brano più simbolico di David Bowie. Gli echi di Berlino e della Guerra fredda, del Muro sotto il quale gli amanti si baciano incuranti degli spari sopra le loro teste, restano indissolubilmente legati a "Heroes" e, di conseguenza, al suo autore, e tornarono a farsi sentire con forza dieci anni dopo l'uscita del brano. Il David Bowie degli anni Ottanta non era stato un rivoluzionario né un provocatore, piuttosto si era rivelato come l'intrattenitore di professione che era stato fin dall'inizio. Il giorno di Pentecoste del 1987, però, una piccola rivoluzione dalla grande eco partì proprio da Bowie, o meglio da una sua performance. Il Duca era tornato a Berlino, per un concerto di tre giorni parte dello Spider Glass Tour, che si tenne di fronte al Reichstag. Berlino Est era diventata un posto più sicuro, ma non più libero: la musica rock occidentale era ancora considerata potenzialmente destabilizzante. Il muro però non poteva tenere fuori le onde radio; la Radio in the American Sector, gestita dagli americani e operata dai tedeschi dell'Ovest, era popolare anche ad Est e aveva ottenuto il raro permesso di trasmettere lo spettacolo nella sua interezza (le etichette discografiche negli anni Ottanta in genere erano contrarie a ciò, sapendo che gli ascoltatori avrebbero registrato le trasmissioni). Il concerto si tenne abbastanza vicino al confine da far sì che molti berlinesi orientali si affollassero lungo il muro per ascoltare la musica proibita americana e britannica che si diffondeva attraverso la città. Quando Bowie si esibì la seconda sera, cominciò dicendo in tedesco alla folla "mandiamo i nostri migliori auguri ai nostri amici dall'altra parte del muro". In seguito, affermò che quella fu una delle esibizioni più emotive della sua vita.

Il primo giorno si erano esibiti gli Eurythmics, e c'erano solo poche centinaia di persone dall'altro lato del muro, per lo più giovani studenti, che erano arrivati ​​con radio portatili e si fermavano in piccoli gruppi. L'atmosfera era buona, alcuni cercavano di arrampicarsi sui tetti e sui camini delle rovine sulle rive della Spree per vedere qualcosa da lì. La polizia antisommossa li allontanò immediatamente, ma la serata si concluse pacificamente. Il giorno dopo, domenica, con il passaparola i giovani cominciano ad arrivare a frotte. L'esibizione di Bowie agitò gli animi, partirono cori contro il governo o che incitavano all'abbattimento del muro. La polizia tirò fuori dalla folla alcuni giovani, ci furono cordoni, pestaggi, lanci di bottiglie. Eppure, secondo i testimoni del tempo, non era ancora una manifestazione politica, soltanto dei giovani che volevano essere il più vicino possibile alle loro rockstar. Lunedì, le radio e le televisioni occidentali riferirono degli attacchi del giorno precedente. Si temeva una nuova fase di escalation. Oltre ai giovani, dei berlinesi orientali più anziani, compresi quelli dell'opposizione politica, si riversarono nell'area tra Friedrichstraße e Brandenburger Tor. La polizia antisommossa e membri della Stasi in borghese pattugliarono la zona tutto il giorno. Quando i Genesis cominciarono a suonare quella sera, le autorità della DDR ne avevano avuto abbastanza: nelle strade secondarie erano stati nascosti dei cannoni ad acqua, e le camionette della polizia si riversarono sul posto. Almeno 200 persone furono arrestate, trascinate per strada e pestate. Molti dei testimoni presenti hanno affermato che la reazione violenta della polizia fu cruciale per il cambiamento di umore e di attitudine dei berlinesi orientali verso il loro Stato. Le autorità della DDR, reagendo in maniera eccessiva, avevano trasformato una folla di giovani che volevano solo ascoltare un concerto nei protagonisti di un atto politico sovversivo. Una settimana dopo, il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, in piedi di fronte alla porta di Brandeburgo, invitò Gorbačëv ad «abbattere questo muro». Il discorso di Reagan, insieme al concerto per Berlino di una settimana prima, contribuì a cambiare la percezione del Muro, che venne visto con rinnovata indignazione e come meno permanente di quanto fosse sembrato quando Bowie aveva registrato la disperata "Heroes" un decennio prima.

Bowie in posa davanti al Muro di Berlino
Bowie in posa davanti al Muro di Berlino


Riferimenti bibliografici

Amendola, A. (2017) Un eroe nell'immaginario della contemporaneità, in: A. Amendola, L. Barone (a cura di) Far above the world. David Bowie fra consumi culturali e analisi del discorso, Salerno, Areablu Edizioni.

Deveraux, E., Dillane, A., Power, M. J. (a cura di) (2015) David Bowie: Critical Perspectives, London, Routledge.

Doggett, P. (2011) The Man who Sold the World: David Bowie and the 1970s, London, Random House.

Johnston, G. (2010) Revisiting the Cultural Cold War, in «Social History», 35, (3), pp. 290-307.

Romero, F. (2009) Storia della guerra fredda. L'ultimo conflitto per l'Europa. Torino, Einaudi.

----------------------------------------------------------------------------------------

*Hasselhoff fu il pezzo forte di un concerto tenutosi presso il Muro il 31 dicembre 1989, circa un mese dopo l'apertura dei passaggi tra le due Germanie in conseguenza degli eventi del 9 novembre, e sei mesi prima che la demolizione del Muro cominciasse ufficialmente.