Il 25 aprile non è una festa di tutti

Da tre decenni è in corso il tentativo di svuotare di contenuto ed edulcorare le celebrazioni del 25 aprile. Cercando di identificare questa data come una festa di tutto il popolo italiano, si è paradossalmente finiti nel legittimare politicamente i nipoti di chi il 25 aprile perse la guerra. Riaffermare la natura divisiva di questa celebrazione è allora oggi dirimente.

di Oreste Veronesi - 22 aprile 2020

Quest'anno ad aprire le danze è stato Ignazio La Russa, esponente di Fratelli d'Italia già Ministro della Difesa nel Governo Berlusconi dal 2008 al 2011. Rievocando le celebrazioni del 25 aprile ha esortato affinché questa ricorrenza «sia ricordo delle vittime di tutte le guerre: anche del virus». Nel 2018 fu Giorgia Meloni, leader dello stesso partito, a porre la questione in termini più espliciti, rivendicando come celebrazione nazionale il 4 novembre, a dispetto del 25 aprile e del 2 giugno, «più divisivi», a sua opinione.

Le questioni che pongono gli esponenti di Fratelli d'Italia potrebbero apparire di nicchia e quasi ridicole. D'altronde sono esponenti diretti di quella famiglia politica erede del Movimento Sociale Italiano. Eppure, dalla svolta di Fiuggi ad oggi la questione si pone con maggiori criticità. I problemi da affrontare sono diversi: la legittimità acquisita dall'inizio degli anni Novanta ad oggi da forze politiche che hanno un legame con la storia del fascismo; le politiche revisioniste sulla storia del Ventennio e dell'antifascismo; la naturale scomparsa di un sentimento diretto con quell'epoca e i suoi testimoni.

Alle origini della narrazione antifascista

Il 25 aprile 1946 si svolse la prima celebrazione della festa della Liberazione. In quell'occasione la rivendicazione della resistenza come fenomeno di tutto il popolo italiano accomunava l'intero alveo politico: dai monarchici ai comunisti. Sarebbero passati pochi mesi perché la narrazione antifascista iniziasse a frammentarsi sotto l'egida dell'influenza degli schieramenti della guerra fredda. 

Manifestazione per la celebrazioni del 25 aprile 1948, Torino (fonte: Archivi del Polo del '900 di Torino)
Manifestazione per la celebrazioni del 25 aprile 1948, Torino (fonte: Archivi del Polo del '900 di Torino)

Ma fino alla fine degli anni Settanta il paradigma antifascista che identificata nella guerra al Fascismo un fenomeno di tutta la popolazione italiana resse e si intensificò anche grazie all'ondata mobilitativa sessantottina. Erano allora molte le divisioni e le discussioni attorno al senso politico della Liberazione, come bene esplicitava una commedia di Dario Fo. Nell'ottobre 1970 andò in scena a Milano lo spettacolo dal titolo "Vorrei morire anche stasera se dovessi pensare che non è servito a niente", in cui il drammaturgo apriva con queste parole: 

«Oggi più che mai la resistenza viene celebrata esclusivamente come lotta unitaria "nazionale" [...] La preoccupazione di togliere ogni accenno alla lotto di popolo - prima che nazionale, lotta di classe - contro un'altra classe, responsabile del fascismo e non di un antifascismo generico, ha sporcato, ingessato, mummificato il significato di quella guerra». 

Ma nonostante una discrepanza forte rispetto alla burocrazia del PCI e al blocco di potere della DC, era ancora difficile disconoscere la portata emotiva che raccoglieva gran parte della popolazione italiana nel riconoscimento della resistenza. In quegli anni il fascismo era ancora riconoscibile: erano vivi i camerati; era vivo il ricordo della guerra; era identificabile un partito - il Movimento Sociale Italiano - erede di quell'esperienza; ma, soprattutto, erano in corso spinte eversive di stampo neofascista di diversa rilevanza. Dunque, pur all'interno di una discussione molto accesa, era difficile scomporre l'identificazione della resistenza dalla popolazione italiana tutta. Proprio perché il nemico era esterno all'alveo di legittimità costituzionale che aveva permesso quel connubio tra forze di natura molto diversa e di cui per fortuna siamo ancora eredi.

Da allora però la situazione è cambiata, molti legami con l'esperienza Fascista e finanche resistenziale si sono sfilacciati; il quadro politico è radicalmente mutato; il ricordo degli eventi quasi svanito. Serve allora interrogarsi sul senso di richiamarsi alla medesima narrazione antifascista nel celebrare il 25 aprile oggi.

Fine di un'epoca

Quando nel corso degli anni Ottanta Bettino Craxi avviò la discussione per una "grande riforma" costituzionale, i tempi erano maturi per una messa in mora di quel compromesso che il Partito Comunista Italiano difendeva come fonte della propria legittimità politica. E' in quel contesto che iniziarono a prendere piede gli stereotipi e la retorica anti-resistenziale che fino ad allora erano rimasti sotto traccia, come discussioni all'interno dell'area di estrema destra. La diffusione di tali narrazioni era tale che il 25 aprile 1985, parlando da Siena, la presidente della camera Nilde Iotti attaccò le tesi di coloro che riportavano la lottizzazione partitocratica al Comitato di Liberazione Nazionale. Pochi giorni dopo, il 30 aprile 1985, fu lo storico Guido Quazza ad esprimersi sulla pagine de Il Manifesto con parole dure contro la diffusione di una «pseudo-cultura della riabilitazione del ventennio mussoliniano». Il clima era incandescente e preparava il terreno alla legittimazione della destra neofascista.

Fini e Violante insieme a Trieste a 17 anni dallo storico incontro del 1998 (fonte: Il Secolo d'Italia)
Fini e Violante insieme a Trieste a 17 anni dallo storico incontro del 1998 (fonte: Il Secolo d'Italia)

L'11 maggio 1994 con l'entrata in carica del primo governo Berlusconi anche il Movimento Sociale Italiano fece la propria apparizione nella coalizione: era la prima volta in Europa per un partito neofascista. In quell'occasione il segretario Gianfranco Fini rivendicò l'antifascismo come momento essenziale del processo democratico italiano. Ma allo stesso tempo, in un'intervista a Pierluigi Battista sulle pagine de La Stampa il 3 giugno 1994, usava parole di ammirazione per Mussolini e i combattenti della RSI ed esprimeva una valutazione positiva sul governo fascista ante 1938. Fu quello il momento in cui la retorica della "pacificazione" iniziò a farsi largo nel quadro politico italiano. Si trattava di una parola d'ordine presente agli albori del neofascismo che già il 6 ottobre 1946 sulle pagine del foglio neofascista Il Meridiano, lo storico Gioacchino Volpe aveva usato, facendo appello a una "pacificazione di tutti gli italiani". In questo processo di svuotamento di senso del 25 aprile, l'estrema destra fu aiutata non solo dalla destra moderata, ma anche da molti esponenti del centro sinistra. Se poteva apparire folcloristica la proposta del sindaco di Trieste Riccardo Illy quando nel marzo 2000 invitò a spostare il 25 aprile al 21 marzo, una festa di primavera, per celebrare tutte le vittime di persecuzioni e totalitarismi, molto meno folcloristica fu l'accoglienza della retorica neofascista sul tema delle foibe e della pacificazione nazionale da parte di Luciano Violante.

Negli anni a seguire i piani si sono confusi in molte occasioni, tra cui tra le ultime compare l'abilitazione del concetto di "negazionismo" da parte del Presidente della Repubblica Mattarella a riguardo della storia del confine orientale.

Il 25 aprile non ha nazione

In questi anni si sta affermando una nuova narrazione egemonica che spinge ai margini la precedente imponendo un suo immaginario. Ciò ci obbliga a ragionare sul senso di mantenere le stesse categorie retoriche e le stesse strategie di trasmissione adottate fino ad oggi. 

Quanto osservato da Valentina Pisanty in merito alla memoria dell'olocausto sembra in parte adattabile a quanto concerne la memoria della resistenza. L'affermazione e la diffusione del "paradigma vittimario" e dell'era del testimone", per cui a parlare deve essere chi ha vissuto in prima persona l'esperienza traumatica del fascismo e del nazismo, è oggi in forte crisi. Come scrive la studiosa, «se tutti reclamano a sé il ruolo di vittime, la possibilità di inquadrare la varietà delle storie particolari in un'unica cornice metastorica viene meno. Chi è veramente vittima e chi usurpa un ruolo che non le spetta?» 

Non può sorprendere dunque che a ricevere l'onorificenza istituzionale per il Giorno del Ricordo siano stati anche 300 combattenti della Repubblica Sociale Italiana, come non sorprende il successo editoriale del fantasy storiografico imbastito da Giampaolo Pansa o il fatto che sempre più spesso la voce di chi ha vissuto in prima persona le vicende della storia del confine orientale acquisisca più autorevolezza di chi ne è uno studioso riconosciuto.

Ma a questo piano di problematicità se ne sovrappone un altro specifico alla narrazione antifascista della resistenza. Ai primordi della Repubblica, il richiamo alla festa della liberazione come celebrazione di una lotta di tutto il popolo italiano implicava che i fascisti, che erano ancora in vita, non fossero legittimati all'interno del quadro costituzionale e democratico. Oggi quella riconoscibilità non è più immediata se non con le frange più caratteristiche dell'estrema destra, come Veneto Fronte Skinheads

In questo contesto l'ossessivo richiamo alla comunità nazionale diventa il viatico per l'inserimento della destra radicale all'interno di quel recinto di legittimità e alimenta una retorica nazionalista di cui quella stessa destra si nutre. In questo modo si entra in un corto circuito in cui ad emergere non è più la memoria della guerra di liberazione come fenomeno specifico, con il suo portato di valori di libertà e giustizia sociale, ma l'immagine di una festa del popolo italiano senza contenuto, un'autocelebrazione. Ad aiutare questa visione è stata in parte anche la stessa narrazione antifascista che, sbiadendo le responsabilità italiane, ha sistematicamente eluso una rilettura critica della storia nazionale di cui i crimini di guerra sono l'esempio più emblematico. Non sorprende, dunque, che sia nato in questi giorni un gruppo Telegram per esortare la popolazione a scendere in piazza il 25 aprile contro le misure di contenimento della quarantena, in cui sono riconoscibili molte figure dell'estrema destra italiana, Roberto Fiore e Luca Castellini in primis.

 Roberto Fiore accoglie l'appello per disobbedire il 25 aprile alle misure di contenimento della quarantena (dal profilo twitter di Roberto Fiore)
Roberto Fiore accoglie l'appello per disobbedire il 25 aprile alle misure di contenimento della quarantena (dal profilo twitter di Roberto Fiore)

Questo 25 aprile, allora, più che esporre il tricolore e richiamarsi all'unità nazionale, avrebbe senso rivendicare i valori di giustizia sociale e libertà che la resistenza ha inscritto nella Costituzione e che non hanno una dimensione nazionale. Valori di cui ancora oggi sentiamo l'esigenza. 

Ma per farlo bisogna rivendicare senza paura la natura divisiva del 25 aprile.

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