Grazie di cosa? Thanksgiving, una festa americana

Claudio Ferlan
Claudio Ferlan
,
Picture of the author

È il quarto giovedì del mese di novembre, negli Stati Uniti la maggior parte delle famiglie si riunisce attorno a tavole imbandite, mangia un tacchino preparato ripetendo gesti tramandati di generazione in generazione. Non può mancare una torta di zucca. Poi, a pancia piena, ci si accomoda a guardare almeno una partita di football, forse due, da qualche anno addirittura tre; immancabilmente o quasi ci sono i Detroit Lions e i Dallas Cowboys, la squadra d’America. È il giorno del Ringraziamento.

di Claudio Ferlan – 26 novembre 2020

Lo sbarco e l’alleanza

La tradizione di Thanksgiving è stata costruita sulle fondamenta della narrazione di quanto presumibilmente accaduto a Plymouth (oggi Massachusetts) nel 1621, quando si narra che gli indigeni Wampanoag avessero condiviso un generoso banchetto con un gruppo di pionieri giunti fino lì un anno prima, a bordo del vascello Mayflower. I nuovi arrivati erano in maggioranza inglesi (sarebbero stati ricordati come ‘padri pellegrini’) e in minoranza olandesi (‘stranieri’). Nell’autunno 1620 la piccola e affollatissima nave era sbarcata da Plymouth (Inghilterra) con destinazione Nord America inglese, all’epoca definita ‘Virginia’ nella sua integrità, un territorio ben più esteso dell’omonimo stato della Confederazione statunitense attuale.

Quando approdarono a Cape Cod (poi ribattezzata Plymouth come il porto di partenza) alle porte dell’inverno, i padri pellegrini non erano affatto pronti a sopravvivervi e soffrirono le pene dell’inferno. Furono mesi atroci, segnati da stenti e carestie che costarono la vita alla metà dei viaggiatori. L’autunno 1621 portò invece un buon raccolto e il governatore William Bradford ordinò ai suoi di andare a caccia, così da procurare il cibo per festeggiare e ringraziare il Signore, non da soli, ma con i nativi Wampanoag, che erano giunti in aiuto nel momento del bisogno. Si narra infatti che fosse stato uno di loro a insegnare ai coloni come coltivare quei terreni. Eccolo qui, il primo Thanksgiving della storia americana, neppure tanto velatamente costruito per far sembrare che gli indigeni avessero accolto con piacere i migranti europei.

Il primo Thanksgiving

Secondo questa lettura edulcorata pare quasi che la storia inizi con il lauto banchetto, come se i secoli precedenti fossero stati un tempo oscuro, illuminato solo dall’approdo del Mayflower. Non fu questo il primo contatto e non fu quella una storia del tutto pacifica: da un secolo i Wampanoag conoscevano gli europei, il sangue era già scorso e molti tra gli indigeni erano stati ridotti in schiavitù dai primi coloni cinquecenteschi. Alcuni membri della tribù (due almeno, forse di più) erano già stati in Europa, conoscevano l’inglese e pure gli organizzatori del viaggio dei padri pellegrini.

Il capo indigeno Ousamequin volle davvero stringere alleanza con i nuovi arrivati, ma per interesse e necessità, non certo per benevolenza. La sua gente era stata falcidiata da un’epidemia, i nemici si facevano sempre più minacciosi e senza una nuova coalizione la sopravvivenza stessa della tribù era messa a serio rischio. Per questa ragione aveva proposto un’intesa ai coloni, conveniente per entrambi. Da un lato gli europei avrebbero ricevuto aiuto materiale e consigli sul come vivere in quella terra ignota, dall’altro gli indigeni avrebbero trovato manforte per difendersi contro i Narragansetts, propri tradizionali rivali. Ousamequin ebbe il suo bel da fare a convincere i suoi che fosse questa l’alleanza migliore, alcuni infatti ritenevano più vantaggioso stringere un patto con in Narragansetts per ricacciare indietro gli inglesi, ma le cose andarono diversamente.

L’incontro tra i due mondi non era partito male, ma una coalizione costruita su interessi effimeri non ha grandi possibilità di duraturo successo. Funzionò per poco più di cinquant’anni, anche più di quanto si potesse immaginare. Funzionò per merito soprattutto dei Wampanoag, che sopportarono l’espansione territoriale e lo sfruttamento delle risorse da parte dei pellegrini, non certo privi di conseguenze per la propria vita quotidiana. Le tensioni inevitabilmente ci furono e scoppiarono violente in quella a noi nota come Guerra di re Filippo (1675-1678). Filippo era il nome che gli inglesi attribuirono al capo Wampanoag Metacomet, un’attribuzione di identità forzata che è simbolo tra i tanti di una storia narrata dai vincitori. Trionfarono i bianchi, e la sconfitta fu per la cultura degli indigeni devastante, tanto che oggi ricordare l’arrivo dell’invasore come un giorno per cui ringraziare suona davvero stonato.

Metacomet, alias “Re Filippo”

Inventare una tradizione

Le storiche e gli storici hanno ampiamente provato come i racconti sul primo Thanksgiving siano perlopiù inaccurati. L’imprecisione non è gratuita e quella di cui parliamo colpisce in particolare la dignità storica del popolo Wampanoag, che dall’arrivo dei padri pellegrini non trasse niente di buono, anzi.

Nella cultura religiosa puritana il Ringraziamento veniva originariamente celebrato con il digiuno e la preghiera, in maniera dunque opposta a quella cui siamo abituati. Come si è arrivati allora alla festa che oggi conosciamo?

Thanksgiving, in verità, ha radici complesse ed è il frutto di una catena di commistioni. Le sue origini vanno cercate nelle celebrazioni tipiche della fede importata nella Plymouth del Massachusetts, spesso dedicate al digiuno e al ringraziamento a Dio, feste che si susseguivano con un calendario diversificato da quello cattolico. Anche per segnare le differenze. Con il passare del tempo il digiuno si sarebbe convertito in simposio e il significato sacro della solennità avrebbe assunto i toni della religione civile. Una tappa probabilmente decisiva fu completata già nel 1623, quando la siccità aveva gravemente danneggiato il raccolto; i coloni pregarono e digiunarono per chiedere la grazia della pioggia, la ottennero e festeggiarono il 30 giugno del 1623. Fu una celebrazione notevole, che mise assieme uno sfondo culturale religioso con la voglia di fare baldoria in compagnia: pare infatti che i puritani avessero pure rilassato i propri dettami comportamentali, dando spazio al desiderio di brindare con gli alcolici allo scampato pericolo. Sacro e profano si mescolavano. Del resto, i padri pellegrini edificarono molto presto un birrificio e una taverna. La bionda bevanda era un regalo di Dio e come tale andava trattato, godendone nella misura opportuna.

La loro voglia di celebrare non trovò presumibilmente ostacolo nei Wampanoag, anzi. In molte culture indigene, infatti, rendere grazie per il buon raccolto attraverso riti collettivi era un’usanza comune. E prima di quelli di Plymouth, diversi altri coloni avevano ringraziato, chissà se in compagnia dei nativi: dalle fonti sappiamo che già nel 1578 (27 maggio) nel New Foundland era stata organizzata una grande Festa di Ringraziamento. Altre testimonianze attestano molto probabili Thanksgiving nel 1607 in Maine, nel 1610 a Jamestown (Virginia), non possiamo certo escludere che se ne fossero celebrati anche nei primi insediamenti della Florida e in altri della Virginia.

Quasi un secolo e mezzo dopo lo sbarco di Cape Cod (1769), un gruppo di discendenti dei padri pellegrini cercò di trovare un modo per difendere il primato morale – per loro sacrosanto – del New England, la cui autorità andava scemando a vantaggio di quella di nuovi insediamenti. Valutarono allora l’opportunità di costruire un mito, a vantaggio dei propri luoghi e del turismo, che già rilevava sulle sponde dell’Atlantico. Pensarono di presentare i pellegrini come i padri dell’America. Il movimento dei coloni verso ovest contribuì all’esportazione della tradizione e alla costruzione di un patriottismo americano, che aveva bisogno pure di riconoscersi in qualcosa di datato. Dal New England la festa originariamente puritana cominciò così a diffondersi, con una forma simile a quella a noi nota: tacchini, torte di zucca, riunioni di famiglia, giochi (da qui sarebbero nati gli appuntamenti del football), ma anche messe. Con ogni probabilità, fino ad allora nessuno ancora aveva legato Thanksgiving ai padri pellegrini; era semplicemente una ricorrenza americana, ottima per celebrare una non ancora ben definita età eroica, di civiltà agricola e presunti buoni sentimenti.

Thanksgiving Classic 2005. Atlanta Falcons in visita ai Detroit Lions

Nel 1789, Elias Boudinot, membro della Camera dei Rappresentanti per il Massachusetts diede un significato ufficiale al Ringraziamento, presentando una mozione per riconoscerlo come occasione nella quale il popolo americano rendeva omaggio a Dio per avere avuto l’opportunità di darsi una costituzione e di preservare le libertà conquistate a caro prezzo. Un comitato apposito creato all’interno del Congresso approvò e il presidente George Washington (3 ottobre 1789) proclamò per giovedì 26 novembre l’osservanza di un giorno di ringraziamento e preghiera pubblica. Non era ancora una ricorrenza, non c’erano ancora i Wampanoag.

Qualche decennio più tardi (1841), il reverendo Alexander Young pubblicò a Boston una Cronaca per raccontare i primi anni di presenza dei padri pellegrini e scrisse del Thanksgiving del 1621, utilizzando una retorica chiara: nonostante disagi e carestie, i primi americani avevano avuto la capacità di restare uniti e di rendere grazie. La narrazione piacque e si diffuse, in un tempo nel quale l’unità tra i diversi stati dell’Unione cominciava a dare segni di crisi. Sarebbe stato Abraham Lincoln a dichiarare il giorno del Ringraziamento festa nazionale. Lo fece il 3 ottobre 1863, in piena Guerra Civile (1861-1865), celebrando la vittoria unionista di Gettysburg (1-3 luglio 1863), con un palese invito a ricostruire l’unità. Era diventata una ricorrenza, non c’erano ancora i Wampanoag.

La costruzione del mito si consolidò negli anni successivi, quando il timore per i numeri dell’immigrazione tardo-ottocentesca da un lato, la conclusione delle guerre indiane dall’altro diede particolare spazio al successo di una narrazione costruita sulla (solo presunta) pacifica convivenza tra i cosiddetti primi americani e i nativi. La simbologia del pasto comune, semplicistica ma efficace, bene si prestava al racconto. Il consolidamento della vulgata si ebbe soprattutto grazie alla stampa e alle scuole.

Un inno al Thanksgiving (1899)

David Silverman, che nel 2019 ha scritto la storia dei Wampanoag, ha raccontato delle conversazioni avute con i membri di questa tribù, nel corso delle quali ha raccolto il dolore e il disagio di chi – soprattutto sui banchi di scuola – ha osservato e continua a osservare celebrazioni di avvenimenti che per la propria cultura sono un vero trauma. Il tentativo di accantonare il bagno di sangue che aveva annientato i nativi passava anche attraverso la narrazione di una originaria pacifica convivenza, stipulata e consolidata nella ritrovata abbondanza del convivio post-carestia. Un racconto buono per essere divulgato tra i bambini e per lavare la coscienza degli adulti. I giornali ci misero del proprio, esaltando la figura del pellegrino che banchetta in armonia con l’indigeno, attraverso la parola scritta, ma anche le illustrazioni.

Il cibo

Un simposio effettivamente ci fu, nel 1621. Furono probabilmente tre giorni di festa, e sulle tavole cosa comparve? Lo possiamo in parte sapere, attingendo alle fonti dell’epoca, in parte fondatamente immaginare, ricostruendo la dieta dei nativi. Di certo cose molto più succulente di quelle consumate a bordo del Mayflower, dove il menu comprendeva: biscotto bianco e nero, pancetta affumicata, merluzzo salato, aringa affumicata, radici varie, grano e pere secche. A contribuire alla varietà del vitto veniva il cibo imbarcato dai passeggeri, del quale non è lasciata memoria. Da bere tanta birra e pure il gin, utili anche ai bambini per sostituire l’acqua soggetta a imputridirsi facilmente.

Un menù del Ringraziamento (1937)

L’anno successivo a Plymouth, invece, si cucinarono prima di tutto cinque cervi, offerta dei cacciatori Wampanoag, e uccelli selvatici, compreso il più avanti celeberrimo tacchino. Poi cipolle, fagioli, lattuga, cavoli, carote, forse piselli. Presumibilmente mais, servito in pappa o in porridge. Un sacco di frutta fresca, soprattutto di bosco e ovviamente di stagione: prugne, uva, mirtilli neri e rossi, lamponi, uva spina; castagne, faggina, noci. La parte del leone la fecero con ogni probabilità i frutti di mare: le cozze, tipiche del neo-battezzato New England, forse aragoste, vongole, spigole, ostriche. Probabile ci fosse pure la zucca, non però in torta (mancavano il burro e il forno dove cuocerla), preparata con latte e miele. Si mangiò meglio del solito, magari pure in armonia, ma di certo questo non fu il segno né la pietra angolare di un idillio tra invasori e invasi. Era una celebrazione fondamentalmente religiosa che nei secoli sarebbe profondamente cambiata, mentre i discendenti degli indigeni continuano, a buon diritto, a chiedersi: Che diavolo c’è da ringraziare?


Picture of the author

Vive la Commune! Ribellarsi senza capi

Giorgio Nieloud
Giorgio Nieloud
,
A 150 anni dalla nascita del “primo governo operaio”, è ancora tempo di riflettere su un evento che tanto ha affascinato l’immaginario e che ancora si presta a interpretazioni diverse.
Picture of the author

Black History Month. Il vuoto di memoria degli Stati Uniti d’America

Claudio Ferlan
Claudio Ferlan
,
Negli Stati Uniti febbraio è il mese dedicato alla riflessione sulla storia degli schiavi e dei loro discendenti, sulle loro cultura ed eredità, sulla centrale rilevanza degli afroamericani per lo sviluppo del Paese. Quanto bisogno c'è di una ricorrenza come questa? Tanto, ed ecco perché.

La ciurma

Viviamo in un'epoca in cui imperversa la "dittatura del presente", in cui il passato è imbalsamato ed è un semplice guardiano dell'esistente. Così nello spazio pubblico e nel senso comune il ricorso alla storia serve troppo spesso per legittimare l'ordine del discorso dominante.

Crediamo fermamente nella necessità di ridefinire l'orizzonte pubblico della storia, ribadendo la natura dinamica e processuale del passato.

Unisciti a noi