Gli ignoranti sono sempre i più audaci e i più pronti a scrivere. Baruch Spinoza e il Trattato teologico-politico

Trecentocinquanta anni fa, nel 1670, ad Amsterdam veniva pubblicato anonimo il Tractatus theologico-politicus, scritto da Baruch Spinoza. Il libro, che i contemporanei hanno definito «pieno di abomini deliberati e un cumulo di idee forgiate all'inferno» e che è stato censurato e discusso per secoli, è un punto di svolta per la filosofia moderna. Un testo chiave del naturalismo, del secolarismo e di una concezione scientifica della realtà. Spinoza elabora teorie filosofiche, etiche e politiche, strettamente intrecciate con la propria biografia e con la storia coeva, e le sue conclusioni sono di grande attualità.
Enrico Manera
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Gli occhi di Spinoza: dettaglio da FotosImagenes.org

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«Tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare»

Nato nel 1632 ad Amsterdam in un ambiente ebraico di origini iberiche, dedito alle attività mercantili, Baruch, o Bento, Benedicto, Benedicutus, Spinoza è un brillante scolaro, versato negli studi della tradizione umanistica ed ebraica, di grande intelligenza e apprezzato dai suoi maestri. «Un uomo piccolo, con un bel viso, la pelle chiara, capelli neri e occhi neri», «con un che di spagnolo sul viso» che eredita con un fratello la ditta del padre – commercio di frutta secca ma anche di altro, come gioielli – e affianca attività lavorativa ed elaborazione filosofica, all’interna di una famiglia numerosa e ben inserita nella vita della città.

Ha ventiquattro anni quando viene radiato dalla sua comunità religiosa, accusato di empietà e oggetto di un cherem: all’origine dell’anatema c’è una tensione tra la pulsione razionalista e laicizzante di un ambiente e una comunità tradizionalista, volta a conservare nell’esilio l’ortodossia. Sorta a seguito dei decreti di espulsione spagnoli e portoghesi nei confronti degli ebrei e delle persecuzioni dei marranos, la comunità ebraica di Amsterdam è una minoranza sempre in allarme e preoccupata di non destare scandalo nel contesto della cultura religiosa protestante, tendenzialmente antigiudaica, che li fa sentire nel migliore dei casi ospiti.

Le comunità sefardite espulse da Spagna e Portogallo avevano trovato in Olanda una nuova vita: dal Nord esportavano segale e frumento e importavano in Olanda sale, olio d’oliva, mandorle, fichi e frutta, zenzero e spezie, legna, vino, lana, tabacco e si erano inserite con successo nel commercio di zucchero dal Brasile e nella concorrenza con le Compagnie locali e con i soggetti che si agitavano intorno al mercato atlantico. Continuamente in crescita per nuovi arrivi e nascite, convivevano con le più povere comunità askenazite e cercavano un equilibrio con nativi e gentili, con il passo misurato dei migranti, tentando di convincere le autorità olandesi, e attraverso di loro le comunità cristiane calviniste, che il paese avrebbe tratto grande vantaggio da commerci e navigazioni.

Il pensiero razionalista di Spinoza mette in discussione ogni aspetto della religiosità tradizionale ebraica e cristiana, il carattere divino della Scrittura, l’ortoprassi, ma anche la provvidenza e l’immortalità dell’anima; si avvicina alle prospettive più radicali ed eterodosse del protestantesimo, dell’antitrinitarismo e dell’anabattismo, del “socinianesimo” e a quelle forme di deismo o panteismo naturalistico e matematizzante che vengono scambiate per ateismo da qualsiasi confessione.

L’ambiente intellettuale olandese del XVI secolo è colpito dalle guerre e dalle epidemie ricorrenti, stravolto dalle crisi economiche legate alle guerre ma anche alla finanza (come l’esplosione della bolla dei tulipani), irrorato dai traffici, dalle navi e dalle lingue del Nord dell’Oriente, del Nord e dell’Ovest. Ma è un mondo mentale segnato dalla ricerca della libertà in ogni direzione e sotto ogni aspetto.

Libertà

«Ex gesuiti radicali in politica, collegianti con tendenze sociniane, ebrei apostati, forse persino quaccheri e pensatori libertini: se si dovesse davvero accusare qualcuno di essere il “corruttore” di Spinoza forse bisognerebbe a questo punto accusare la città di Amsterdam nel suo complesso, una città liberale e tollerante, in cui fiorirono di continuo idee eterodosse. Scrittori ed editori, a patto di muoversi con la dovuta circospezione e di stare al gioco, potevano disseminare le loro idee e i loro prodotti senza troppi problemi» (Nadler, 2020).

Quando viene radiato e maledetto dalla comunità, Spinoza sceglie di allontanarsi da Amsterdam: la tolleranza olandese, nata dalla rivendicazione dell’autonomia e della libertà religiosa da un atto di ribellione contro la Spagna controriformista di Filippo II, non riguarda i singoli ma le comunità, ed esserne esclusi significa la cesura dei fili della rete sociale, una morte civile che può mettere in crisi un’intero clan.

Spinoza ha sempre evitato ogni clamore attorno a sé e alle proprie idee, per le possibili conseguenze. Viene denunciato da delatori e da persone che parlano troppo, spesso senza capire quello che ripetono. Il suo pensiero, a ben vedere di natura profondamente etica, comporta la rottura con la cultura ebraico-cristiana che domina il suo tempo, ininterrottamente, dal mondo Tardo antico: la religione è per lui superstizione e la felicità coincide con l’esercizio della ragione. Il suo e i numerosi casi simili che si verificano al tempo indicano quanto l’idea della libera Olanda sia anche un mito: se all’epoca è la terra più tollerante di tutta Europa, questo testimonia a sfavore del resto del continente e inoltre è il frutto di un equilibrio instabile e di un equilibrio instabile tra conformismo, ortodossie, clandestinità e libertà. Migliore non significa quindi indenne dalla conflittualità religiosa che dilania l’Europa.

In un tempo attraversato da ondate ricorrenti di epidemie e conflitti, l’opera di Spinoza è una pagina brillante di quello che prenderà il nome di Illuminismo. La sua esperienza biografica gli insegna che verità e libertà sono strettamente legate: ogni fanatismo impedisce di pensare liberamente e il sapere religioso è il primo alleato di ogni forma di potere. Libertà e democrazia sono gli strumenti per liberarsi dall’irrazionalità, dalla bramosia di beni materiali e dalla schiavitù, delle passioni e materiale.

Senza troppi rimpianti – «intraprendo con gioia la via che mi si è aperta» – nel 1656 Spinoza lascia Amsterdam per luoghi più appartati e più vicini a centri di studio. Prima a Rjinsburg, nei pressi di Leida, e poi a L’Aia, sceglie di vivere nascosto, libero dal potere, della religione e del denaro, conduce una vita dimessa e ritirata, svolgendo il lavoro di molatore di lenti e di ottico e conducendo studi e discussioni continue. È solo apparentemente isolato, in realtà al centro di una solidale e affettuosa compagnia di liberi pensatori, per i quali è un guida, e di contatti epistolari con importanti intellettuali del tempo, ad esempio con Henry Oldenburg, segretariodella Royal Society di Londra, un amico dalle alterne fortune, o con il matematico Ehrenfried Tschirnaus (inventore della porcellana in Europa); con Christiaan Huygens e con Gottfried Leibniz, intellettuali cristiani e di rango, mai completamente sinceri con il chiacchierato “giudeo” che è un’autorità nell’ottica e nella fabbricazione di telescopi e microscopi. Quando la fama dell’ “ebreo di Rjinsburg” sarà grande, egli rifiuterà un incarico di prestigio presso l’Università di Heidelberg, chiamato nel 1673 dall’elettore palatino Carlo Ludovico. Una scelta dolorosa ma lucida, che compie per non compromettere la propria indipendenza: anche il più illuminato dei principi non avrebbe permesso di insegnare pubblicamente quello che egli aveva da dire.

La figura pubblica di Spinoza è odiata, fraintesa in vita e per tutto il Settecento. La sua filosofia sarà il simbolo dell’ateismo e la bandiera di ogni razionalista. Pierre Bayle e Leibniz veicolano l’idea dell'”ateo virtuoso” pensando a lui, sarà poi il romanticismo tedesco a venerarlo come il padre di un pensiero monistico e naturalista, da Friedrich Jacobi a Gotthold Lessing a Johann Goethe fino all’idealismo.

Spinoza soffre di disturbi respiratori per tutta la vita e muore nel 1677, nel pieno della maturità intellettuale. L’aver respirato la silice della polvere generata dalla limatura del vetro, come ottico, ha aggravato la sua condizione. Gli amici parlano di una tisi, consunzione o tubercolosi polmonare. Eppure il tempo non ha consumato il lavoro culturale di Spinoza: Georg Hegel scriverà che «philosophieren ist spinozieren» («fare filosofia è spinozare») e Henri Bergson amerà dire che ogni filosofo possiede almeno due filosofie, la sua e quella di Spinoza. Nel tardo Novecento Spinoza diventa il pensatore politico, degli affetti delle moltitudini e della “psicopolitica” e recentemente un modello per le scienze cognitive antidualiste e per la filosofia della mente che, come nel pensiero del neuroscienziato Antonio Damasio, rovescia il rapporto tra mente e corpo.

Spinoza su una banconota olandese degli anni '70.

Spinoza su una banconota olandese degli anni ’70.

Umano, molto umano

Spinoza entra in modo originale nel dibattito sul cartesianesimo: la sua tesi principale è che la natura costituisca un tutto indivisibile, sostanziale e incausato, e che al di fuori della natura non ci sia nulla. Nessuno spazio è concesso alla teleologia nell’universo: «l’ordine delle cose discende semplicemente dalle essenze di Dio, con inviolabile determinismo. E ogni accenno agli intenti di Dio, alle sue intenzioni, ai suoi scopi e alle sue preferenze, è dunque solo una finzione antropomorfica» (Nadler, 2020). Per un religioso, di qualsiasi fede o confessione, tale concezione è una forma di ateismo. Se tutto è divino, allora niente lo è. La distinzione tra creatore e creature è il cardine del pensiero religioso: esattamente quello che Spinoza fa saltare. Egli critica l’idea di personalità divina intesa come volontà e causa finale: dio-ovvero-la-natura è causa di sé e dei propri attributi in modo puramente necessario e inconscio. Simile a un cerchio che non decide di avere i punti equidistanti dal centro, la natura si autodetermina in base a una rigorosa necessità interna e immanente. In Spinoza si realizza «la completa desacralizzazione e naturalizzazione della religione e dei suoi concetti» (ancora Nadler).

La sostanza è causa ed effetto di sé medesima. Anche l’anima è un concetto che cambia di senso: quando conosce adeguatamente, la mente è «un modo eterno del pensare» e «fa parte dell’intelletto eterno e infinito di dio», che va inteso come il patrimonio complessivo delle umane conoscenze. L’antropocentrismo e la concezione che vede l’uomo come il fine della creazione sono messi in crisi: l’essere umano è un modo finito, una cosa particolare che ha una determinata esistenza ed è determinato, come gli altri modi, ad esistere secondo una legge necessaria. Corpo e mente sono uniti inscindibilmente. La mente è l’idea del corpo; il corpo è la dimensione materiale dell’intelletto. Segue dunque la negazione dell’immortalità dell'”anima”, che esaurisce la sua spinta vitale con il corpo. L’essenza umana è il suo conatus essendi, sforzo di perseverare nel suo essere. Parte della natura, l’umano è sottoposto all’azione che gli altri modi dell’essere – pietre, animali, cose e altri – esercitano su di lui.

Questi determinano in lui degli «affetti», «un’idea mediante la quale la mente afferma una forza di esistere del suo corpo, una energia che emerge e che modifica lo stato precedente». Nello scambio tra interno ed esterno le emozioni sono fenomeni relazionali intersoggettivi o transindividuali. Il corpo umano è determinato da altri corpi, gli altri uomini con cui vive e di cui ha bisogno per la propria conservazione: l’uomo è dunque sociale e politico, determina e viene determinato dagli altri, in una mutua reciproca relazionalità. Se la vita più alta e desiderabile è quella di ragione, questa include il piacere corporeo sensibile: cibo, bevande, musica, spettacoli, amenità del verde, esercizio fisico, compagnia di persone guidate dalla ragione. Spinoza è colto e bibliofilo, gentile e con un carattere mite e carismatico, apprezzato da molti che seguono i suoi gruppi di studio e si recano nella quiete di casa sua. Mangia poco, veste con decoro ma umilmente, ama fumare la pipa e bere birra nelle serate di primavera, non concede spazio al femminile nella sua vita. Gli amici lo adorano, non si irrita con chi non ne capisce la finezza di pensiero, cerca di convertirlo o con chi lo denuncerà. A chi gli risponde di difendersi dai detrattori, che crescono insieme alla sua fama, risponde «ho orrore delle risse».

La piazza della borsa di Amsterdam, 1659 (Rotterdam, Museum Boymans-Van Beuningen)

La piazza della borsa di Amsterdam, 1659 (Rotterdam, Museum Boymans-Van Beuningen)

Un animale razionale e politico

Il Trattato teologico-politico contenente alcune dissertazioni nelle quali si dimostra non soltanto che la libertà di filosofare si può concedere senza danno per la pietà e la pace dello Stato, ma anche che essa non si può essere togliere senza togliere la pietà e la pace dello Stato, come recita il titolo completo dell’opera, appare nel 1670 anonimo e con l’indicazione di stampa di Heinrich Künrath, Amburgo. L’editore e la città sono falsi, tragicamente vero è che i concistori calvinisti di Utrecht, Leida e Haarlem chiedono ai consigli municipali di porre sotto sequestro tutte le copie del volume.

All’amico Oldenburg, Spinoza, che lavora sul testo dal 1665, scrive:

«Sto ora componendo un trattato intorno al mio modo di intendere la Scrittura; e a farlo mi muovono: 1) i pregiudizi dei teologi, perché so che essi più di ogni altra cosa impediscono agli uomini di applicare il loro intelletto alla filosofia […] 2) l’opinione che di me ha il volgo, il quale non cessa di dipingermi come ateo […] 3) la libertà di filosofare e di dire quello che sentiamo: libertà di filosofare che io intendo difendere in tutti i modi contro i pericoli di soppressione rappresentati dall’eccessiva autorità e petulanza dei predicatori».

Il testo si inserisce nello scontro politico tra il movimento liberale di cui è guida Jean de Witt, Gran pensionario d’Olanda e fautore delle autonomie locali, e quello orangista che vede nello Statolder Guglielmo III d’Orange e nella sua politica accentratrice un potere più forte, sullo scenario più ampio del rampjaar (anno disastroso) con le armate francesi che invadono il territorio.

La morte di Jan de Witt e del fratello Cornelis (1672), trucidati con l’inganno da una folla orangista demagogicamente mobilitata, vedrà il trionfo della politica di Guglielmo III e segna la fine della tolleranza olandese: nel 1674 anche il libro verrà condannato.

Più radicale di De Witt nel proprio repubblicanesimo, Spinoza lo appoggia pragmaticamente e lo considera un baluardo per la difesa delle libertà di fronte all’alleanza del fanatismo religioso e alle tendenze oligarchico-autoritarie, per i quali i due sono invece indistinguibili: accusare De Witt di proteggere Spinoza è un gioco facile per screditare entrambi. Spinoza ha bisogno del supporto delle autorità civili per ampliare il più possibile i margine della libertà d’azione del gruppo di intellettuali dissidenti, per i quali è un riferimento: nel Trattato Amsterdam è elogiata come esempio di libertà realizzata e del fatto che esprimere opinioni religiose non può compromettere il potere dello Stato, il cui compito è evitare la violenza interna alla società:

«In questo Stato assai fiorente e in questa città notevolissima tutti gli uomini, di qualunque nazione o setta essi siano, vivono in grande concordia. E per affidare i loro beni a qualcuno si preoccupano soltanto di sapere se è ricco o povero, e se sia solito agire con lealtà o con inganno. Per il resto non si curano affatto né di religione né di setta, poiché questo non giova in nulla a vincere o a perdere una causa davanti al giudice. E purché non facciano del male a nessuno, diano a ciascuno il suo e vivano onestamente, non c’è setta, per quanto odiosa sia, i cui seguaci non siano protetti e difesi dalla pubblica autorità dei magistrati».

Nel 1670, prima dunque che la situazione politica precipitasse, l’ala più liberale della borghesia olandese è alleata con gli intellettuali dissidenti: Spinoza viene convinto a pubblicare il libro (benché in clandestinità) per l’urgenza di difendere la libertà di pensiero, salvo poi pentirsi della cosa in quanto gli effetti sarebbero stati più gravi di quanto si potesse sperare.

Il libro si muove su due assi: la critica biblica e la dottrina dello Stato. Spinoza è anche uno dei caposaldi della della moderna filologia religiosa quando afferma che bisogna capire quali siano le intenzioni delle persone che hanno scritto il testo. Sostiene poi che la Bibbia non possa essere stata scritta da Mosé, come si riteneva all’epoca, e che il Pentateuco sia stato redatto in un tempo molto successivo. Con un approccio moderno alle religioni, il testo biblico va studiato come prodotto umano e storicizzato: se è la voce degli uomini del passato che risuona nel testo sacro e non la voce di dio, il testo spinoziano finisce per colpire il patrimonio tradizionale ebraico-cristiano (profezia, legge divina, elezione divina), il quale viene riportato alla storia dell’antico regno di Israele e interpretato in termini di teologia politica. Ma c’è ancora di più.

Nel 1624 il De Veritate di Edward Herbert di Cherburyindicava l’immortalità dell’anima come una delle cinque credenze fondamentali comuni a ogni religione e si proponeva di far derivare da queste idee innate una religione naturale. Spinoza, che ha studiato l’ebraico ad Amsterdam con alcuni importanti rabbānīm, mostra come nei testi rivelati del monoteismo occidentale non ci siano tracce di riferimenti all’aldilà e all’immortalità. Come scrive Jan Assmann:

«per oltre un millennio e mezzo tanto gli ebrei quanto i cristiani avevano letto nella Bibbia ebraica qualcosa che non c’era, e cioè conferme di quella immortalità dell’anima da loro considertata un’ovvia verità. A quel punto fu invece indubitabilmente evidente: nel Pentateuco non c’era nulla di tutto ciò. Spinoza fece però anche un passo in più. Dimostrò cioè non soltanto che agli antichi israeliti agli scritti mosaici mancava l’idea dell’immortalità, ma anche che ponevano al suo posto qualcosa d’altro: e precisamente l’idea che l’uomo continui a vivere nei figli e nei figli dei figli. I conti che non tornano in questa vita finiscono nel quadrare nella storia, nel succedersi delle generazioni».

Il punto è uno dei nodi filosofico-politici più antichi e vitali. La teologia è mito, il mito nasce nella storia e ha uso e effetti politici. Indipendentemente dai credenti o non credenti, dal vero o dal falso, produce ragionamenti sulla sua opportunità come strumento di potere – la pia fraus – se le masse sono ignoranti. Con un rovesciamento dei termini dell’origine e della fondazione che dialoga con il dibattito moderno inaugurato da Thomas Hobbes, che se ne serviva per giustificare l’assolutismo, lo Stato nasce secondo Spinoza da un patto che gli uomini hanno stretto tra loro uscendo dallo stato di natura, come una persona giuridica che diventa il soggetto dei diritti che gli uomini vi hanno trasferito: il soggetto quindi della sovranità. Il diritto naturale si identifica con la potenza individuale: nel patto gli uomini danno origine alla società civile e al corpo politico, regolato dal criterio dell’utilità. La sovranità è vincolata al rispetto delle ragioni per cui lo Stato è nato, quindi se viene meno l’utilità il patto cessa di essere valido e lo Stato può essere abbattuto: in altri termini – diversamente da quanto pensava Hobbes, e in modo simile a quanto penseranno John Locke e Jean-Jacques Rousseau – il tirannicidio, la ribellione e la Rivoluzione, al centro del dibattito politico moderno e degli eventi della stortia del Seicento, sono leciti in determinate condizioni.

La sovranità segue i dettami della ragione; il suo potere è frutto di deliberazioni ponderate e negoziali ma illimitato e certo, con l’unica eccezione della libertà di pensiero e di parola, che è un diritto naturale che nessun potere potrà mai fermare o controllare. La democrazia, «unione di tutti gli uomini che ha collegialmente pieno diritto», è la forma di potere più consona perché è quella più vicina alla libertà che la natura dà a ognuno. L’autolimitazione reciproca dettata dalla ragione determina dunque il rispetto delle decisioni in comune, nel diritto di non rinunciare alla libertà di giudizio.

Contrariamente alla concezione del potere tradizionale derivato dall’alto, il potere deriva in modo orizzontale dai cittadini stessi. Nella democrazia si esprime la volontà della moltitudine attraverso le leggi che devono reggere il divenire della società. Le letture, anche marxiste, di Spinoza individuano differenza tra potenza e potere: potenza è ciò che la moltitudine dei soggetti fornisce allo Stato mettendo al suo servizio energia vitale, competenza e intelligenza. Potere è quello effettivo che il soggetto sovrano trae dalla potenza e può restituire ai membri della moltitudine, nei termini di un buon o cattivo governo: nasce con la mediazione, l’autoaffezione che prende carattere mediato nel momento in cui la potenza della moltitudine viene concentrata.

Poiché i veri produttori del potere ne diventano soggetti si tratta di far in modo che questa consegna non venga tradita, di canalizzare affetti collettivi e di veicolarli pedagogicamente in senso democratico. Il fine della politica, come l’autentico significato della religione, è l’amore del prossimo consistente nell’agire etico, quello di «chi mostra ottime opere di giustizia e di carità»: la felicità e il bene coincidono con la «conoscenza dell’unione che la mente ha con l’intera natura».

In termini pratici, Spinoza fornisce una delle migliori difese del repubblicanesimo, della democrazia e della laicità ma il suo Stato non è autoritario: «risulta chiaro che sono veramente sediziosi quelli che in uno stato libero vogliono eliminare del tutto la libertà di giudizio, sebbene essa non si possa neppure reprimere». Non si possono tollerare i discorsi che invitano singoli e fazioni a infrangere il patto sociale: una dichiarazione che suona ancora oggi alle nostre orecchie come monito nei confronti delle democrazie liberali parassitate della destre populiste e post-fasciste.

Dietro le contingenze del testo, che parla della battaglia politica in corso, rimane l’idea che il governo migliore sarà sempre quello incline alla clemenza e il più aperto possibile alle diversità e alla libertà, i cui esiti più alto stanno nella cultura, nelle scienze e nelle arti. La libertà di opinione è l’unica forma consona ad una repubblica in cui convivono uomini e donne liberi ed eguali: «finis Reipublicam libertas est».

In Spinoza dunque possiamo rintracciare i fili intrecciati del naturalismo, della materialità e della corporeità che sfociano nella necessità di una democrazia, con una concezione del potere che deriva dalla natura stessa indagata dalla ragione. La concezione del divino che coincide con la natura, la teoria politica basata sul patto sociale della democrazia repubblicana, la visione antropologica che pensa l’umano come corporeità desiderante si stringono in una concezione dell’affermazione umana all’interno di una natura determinata e limitata. Ogni possibile felicità collettiva non può che passare da qui.

Frontespizio del "Leviathan" di T. Hobbes.

Frontespizio del “Leviathan” di T. Hobbes.

Epilogo

Il capolavoro filosofico di Spinoza è l’Etica. Un libro a cui lavora dal 1661 fino alla fine, pensando di poter pubblicare nel 1675, senza successo. Poco dopo la sua morte l’opera apparirà senza editore né luogo di pubblicazione, curata dagli amici che ne hanno ereditato le carte. Il nome di Spinoza, finalmente, può comparire sulla copertina del libro – e le sue idee volare oltre le ingiurie del tempo.

Mentre infuria la polemica sul suo libro «che ogni cristiano dovrebbe aborrire», nel 1674, Baruch scrive all’amico Jarig Jellesz:

«Ho visto nella vetrina di un libraio il libro che il professore di Utrecht ha scritto contro il mio e che è uscito dopo la sua morte: dal poco che vi lessi giudicai che non era degno di venire letto e ancora meno di una risposta. Lasciai che il libro se ne stesse là e che l’autore restasse quello che era. Sorridendo tra me, pensavo come gli ignoranti siano sempre i più audaci e i più pronti a scrivere. Mi sembra che espongano la loro merce alla maniera dei rigattieri, che mostrano le cose peggiori sempre per prime».

Lo pensiamo mentre cammina lungo i canali della sua città, in cui ha scritto in latino, parlato in olandese e pensato in portoghese, spagnolo, ebraico, cercando le parole più adatte per esprimere quello che molti non riuscivano a vedere in alcun modo. O forse è una porzione focalizzata dell’immenso organismo che è venuto all’essere 3,8 miliardi di anni fa che sta pensando noi che pensiamo lui.

Vista dell'Houtgracht, XVIII sec. Jan Ten Comte, Collezione privata

Vista dell’Houtgracht, XVIII sec. Jan Ten Comte, Collezione privata

Bibliografia di riferimento

(Tranne quando altrimenti specificato le citazioni sono tratte dall’Etica e dal Trattato di Spinoza.)

B. Spinoza,

Trattato teologico-politico, testo latino a fronte (a cura di Alessandro Dini), Bompiani, Milano 2001.

Trattato teologico- politico, (trad. di A. Droetto e E. Giancotti Boscherini), Einaudi, Torino 2007.

S. Nadler, Baruch Spinoza e l’Olanda del Seicento, Einaudi, Torino 2020.

L’eresia di Spinoza. L’immortalità e lo spirito ebraico, Einaudi, Torino 2005.

Un libro forgiato all’inferno”. Lo scandaloso Trattato di Spinoza e la nascita della secolarizzazione. Einaudi , Torino 2013.

G. Deleuze, Spinoza. Filosofia pratica, Guerini e Associati, Milano 1998.

L. Strauss, La critica alla religione in Spinoza. I presupposti della sua esegesi biblica, Laterza, Roma-Bari 2003

J. Assmann, La morte come tema culturale, Einaudi, Torino 2002.

Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose, Adelphi, Milano 2018.


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